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3/30: Brandon Clarke, il terzo talento alla corte dei Memphis Grizzlies

FOCUS NBA
©Getty

Con Ja Morant e Jaren Jackson Jr. a catalizzare le attenzioni di tutti, la crescita e l’impatto della scelta n°21 all’ultimo Draft del rookie da Gonzaga sulla stagione dei Grizzlies è una delle principali ragioni dei successi inattesi di Memphis. Presenti, e soprattutto futuri

Position-less. Troppo basso per essere un lungo, troppo grosso per essere un esterno, con poco tiro da fuori per far male in attacco. Eppure i quintetti ibridi - quelli senza ruoli definiti, in cui tutti cambiano in difesa e sanno fare qualsiasi cosa serva nella metà campo offensiva - stanno diventando sempre più diffusi, e letali, in NBA. Un controsenso, proprio come l’impatto di Brandon Clarke sui Grizzlies nella sua prima regular season da professionista. Un giocatore senza una vera e propria posizione in campo, un problema sin dai tempi della selezione al college, quando uscito dalla Desert Vista High School di Phoenix con i suoi 15 punti e 7 rimbalzi di media faticava a convincere qualcuno della bontà del suo potenziale. La strada per arrivare a Gonzaga e alla ribalta nazionale però l’ha trovata, ma nonostante la gloria collegiale le braccia non ne hanno voluto sapere di allungarsi - un difetto sottolineato più volte durante le sessioni di scouting che hanno preceduto il Draft dello scorso giugno: la sua apertura di braccia infatti è identica alla sua altezza; un limite enorme per chi deve vedersela contro giocatori come Rudy Gobert, Giannis Antetokounmpo, Kawhi Leonard e molti altri. Neanche aver stoppato sei tiri contro la favorita Duke - tra cui quello decisivo di RJ Barrett nel finale - lo ha portato in lottery, ma sono bastate le attenzioni dello staff tecnico di Memphis per garantirgli un posto in una delle squadre più intriganti e dal maggior potenziale dell’intera NBA. Con Ja Morant principale candidato al premio di rookie dell’anno e un Jaren Jackson Jr. che sta confermando quanto di buono fatto già nella passata stagione, l’impatto di Brandon Clarke è diventato il coefficiente necessario che mancava ai Grizzlies per risolvere l’equazione in una lega in cui nell’ultimo decennio per vincere c’è sempre stato bisogno di un trio di primo livello. Clarke è proprio quello di cui avevano bisogno.

Efficace in attacco e “condizionante” in difesa

Lo scorso febbraio è bastato il suo infortunio, uno stop di due settimane per condannare i Grizzlies a cinque sconfitte in fila (tutte contro avversari agguerriti a Ovest, quattro delle quali in trasferta), per costringere Memphis alla più lunga striscia negativa del 2020 e a ritornare al di sotto del 50% di vittorie stagionali. Una piacevole abitudine per una squadra che con ben 20 gare d’anticipo ha raggiunta la quota di vittorie limite che i bookmaker le assegnavano a inizio stagione (31). Merito dei 12 punti e 6 rimbalzi di media in 21 minuti di gioco (più tutto il resto) messi assieme dal miglior rookie per percentuale dal campo: 67% di True Shooting, tenendo conto anche delle 50 triple tentate in stagione e del 78% a cronometro fermo. Quello che balza all’occhio però è l’efficacia nei pressi del ferro, quella che gli permette di condividere la vetta della classifica per percentuale reale assieme ai vari Mitchell Robinson, Dwight Howard e Rudy Gobert, oltre che agli “irreali” Duncan Robinson e George Hill. In difesa però arrivano le soddisfazioni più grandi: la sua capacità di stoppare in aiuto e di ruotare all’occorrenza su giocatori più piccoli di lui permette ai Grizzlies un’ottima copertura sul pick&roll, oltre che un valido tuttofare quando al suo fianco si schiera un lungo di ruolo. La buona notizia al momento è proprio la più inattesa in negativo: la “rivedibile” intesa sul parquet (almeno a livello di numeri) del trio Morant-Jackson-Clarke; uno dei peggiori per Net Rating tra i terzetti Grizzlies rimasti sul parquet in questa regular season almeno 150 minuti. Difficoltà soprattutto offensiva, con Memphis che non riesce a fare meglio di 99.5 punti realizzati su 100 possessi: servirà trovare il modo di aprire il campo, di non andare sotto a rimbalzo (le cose per Clarke a fianco a Jonas Valanciunas vanno decisamente meglio) e di capire al meglio come sfruttare un potenziale davvero di primissimo ordine a disposizione dei Grizzlies. Di potenziali campioni a Memphis infatti ce ne sono tre, ognuno prezioso sotto certi aspetti: bisognerà soltanto trovare il modo di farli crescere insieme.

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