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27/30: Trae Young, l’All-Star degli Hawks che vuole uscire dall’ombra (di Luka Doncic)

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©Getty

Il n°11 di Atlanta in meno di due anni è diventato uno dei migliori realizzatori NBA, leader di un gruppo giovane e con enormi margini di crescita, ma ancora incapace di dimostrarsi vincente - il più grande limite, assieme alla difesa, in una carriera ancora tutta da scrivere

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Come sottolineava il titolo di un meraviglioso pezzo del New York Times del gennaio 2018, “Trae Young è la superstar che nessuno ha visto arrivare”: al tempo c’era ancora margine per rendersene conto, visto che al Draft di quell'anno mancavano diversi mesi e che le sue prestazioni avevano colpito non solo gli attenti cronisti del giornale più famoso del mondo. Alla guida di Oklahoma al college, Young ha dimostrato di che pasta fosse fatto - scomodando paragoni eccellenti, a partire da quello abusato con Steph Curry. Mo Bamba nel frattempo però aveva raccolto ben più attenzioni di lui; Deandre Ayton guardava all’opportunità di essere prima scelta assoluta sfruttando l’occasione unica di restare a Phoenix e consolidarsi sempre più come uno dei simboli della pallacanestro in Arizona. Rivali presenti e futuri ben in vista per il n°11 di Atlanta, mentre il suo principale “nemico” e nemesi sin dal primo giorno di scuola NBA è arrivato dall’altra parte dell’oceano dopo aver dominato il basket europeo a soli 18 anni. Luka Doncic, il giocatore che i Sacramento Kings rimpiangeranno a lungo e per cui i Mavericks sono andati a prendersi con la terza scelta assoluta “scavalcando” la volontà degli Hawks, è inevitabilmente legato a Trae Young - campioni in erba che già lasciano presagire in futuro sfide che potrebbero segnare la storia della lega nel prossimo decennio. Un testa a testa al momento con un chiaro vincitore: Doncic terzo e Young quinto al Draft, Doncic Rookie dell’anno perché più pronto di tutti, Young All-Star nell’anno in cui Doncic si candida direttamente al titolo di MVP - dando per scontata la partita delle stelle. Complicato convivere con un “collega” così ingombrante, ma il n°11 degli Hawks sembra aver intrapreso strada giusta.

La maturazione di Young, sempre frutto del lavoro

E pensare che il primo mese completo in NBA di Young sembrava essere soltanto la conferma dei dubbi che ne avevano accompagnato la crescita negli anni: un giocatore spaesato, in difficoltà nel prendersi il suo tiro, incapace di proteggere il pallone e di evitare di mettere insieme un bel po’ di palle perse. Il tiro da tre punti? Soltanto il 20% di realizzazione in quel novembre 2018, con gli Hawks non in grado di andare oltre un misero 5-20 di record. Un disastro, mentre il solito Doncic già macinava prestazioni di assoluto livello puntando al premio di rookie dell’anno. Errori a cui Young ha saputo in poche settimane a porre rimedio, rimettendo per alcuni addirittura in discussione la corsa al riconoscimento riservato al giocatore migliore nel suo primo anno della lega. Non è stata fortuna, ma come tutto ciò che è accaduto finora nella carriera dell’All-Star di Atlanta è stato un risultato frutto del lavoro - portato avanti in maniera ancora più insistente questa estate e che lo ha reso un realizzatore d’élite. Young è riuscito a far salire in maniera considerevole la sua resa in area in penetrazione rispetto ai primi mesi da professionista, senza dimenticare quanto si sia evoluta la sua capacità di punire da tre punti dopo aver giocato un pick&roll. Un dato spesso sottovalutato, che finisce in secondo piano quando si guarda ai canestri realizzati da oltre otto metri e mezzo di distanza - un colpo diventato il suo marchio di fabbrica tanto quanto, se non più, di quello Steph Curry al quale assomigliava e di cui nel frattempo ha dimostrato di poter fare le veci.

I problemi che restano, a partire dalle sconfitte

La convocazione all’All-Star Game dopo una stagione e mezza in NBA è dunque il riconoscimento del suo aver saputo magnificare l’arte dell’essere efficace sul parquet a prescindere dalla stazza, ricoprendo spesso e volentieri il ruolo del più piccolo di tutti in campo. “Non nascondendosi”, risponderebbe il diretto interessato a chi gli chiedesse qual è il segreto, ma affrontando con continuità ciò che gli viene prospettato di volta in volta. Il 33.9 di Usage ad esempio è il dato più alto mai raccolto da un giocatore alla seconda regular season in carriera, un ragazzo (soltanto in teoria) ancora inesperto che si prende così tante responsabilità. I 29.6 punti e 9.3 assist di media di Young, se confermati anche nell’ultima parte di regular season, lo renderebbero l’unico assieme a Oscar Robertson a chiudere con cifre del genere la seconda stagione nella lega. Per una volta anche meglio di Luka Doncic, che però ha da subito mostrato una certa allergia alla sconfitta che gli permette di restare a debita distanza dalle critiche - e di guidare da protagonista la sua squadra ai playoff. L’MVP delle FinalsFour di Eurolega nel 2018 è abituato ai trionfi, protagonista con il Real Madrid e anche con la sorprendente Slovenia che si è laureata campionessa d’Europa nel 2017. Il DNA del vincente che invece manca a Young, che già dallo scorso anno ha imparato a incassare un bel po' di sconfitte: ben 52 in 81 gare disputate nel 2018-19, a cui si sommano le 40 in 60 partite di quest’anno. Doveva cambiare qualcosa e invece, tolte le sue medie realizzative da capogiro, la sostanza è rimasta la stessa. Un dato su tutti è quello più impietoso per Atlanta: 116.1. Sono i punti concessi su 100 possessi dagli Hawks con Young in campo, troppi anche soltanto per pensare di abbozzare un possibile piano per puntare al successo. Quello è il principale aspetto su cui dover lavorare, la difesa. L’All-Star di Atlanta in fondo ha già dimostrato in passato di sapere come si raggiungono i risultati attraverso lo sforzo in palestra: per motivarlo basterà dirgli che Doncic è 110.8 - non esiste strategia più efficace per convincerlo.