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NBA, i Golden State Warriors e l’abitudine a vincere: “Nel 2018 non ci fu gioia”

le parole
©Getty

La serie “The Last Dance” ha riportato al centro del dibattito le dinastie NBA, la capacità di restare al vertice per tanto tempo e l’inevitabile usura figlia dei successi e delle divergenze: “Guardando le puntate ho trovato conferma dei discorsi che ho fatto in spogliatoio per tanti anni”, sottolinea Steve Kerr - anello di congiunzione tra quei Bulls e gli Warriors di oggi

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È uno dei protagonisti della nona e penultima puntata di “The Last Dance”, oltre a essere uno dei volti più riconoscibili tra quelli che all’interno della serie - a 22 anni di distanza - commentano una cavalcata irripetibile come quella dei Bulls anni ’90. Steve Kerr ha vissuto da giocatore nello spogliatoio al fianco del più grande di tutti, ha imparato a farsi trovare pronto, ha segnato uno dei canestri più importanti nella storia di Chicago e ha imparato a riderci su. Un bagaglio di esperienze fondamentale da cui ha attinto a piene mani negli ultimi sei anni, da quando sulla panchina degli Warriors si è ritrovato ad affrontare delle problematiche molto simile: “A essere sincero, ciò che viene fuori da “The Last Dance” non è altro che la conferma di quello che ho ripetuto in spogliatoio lo scorso anno e nel 2018 - racconta il diretto interessato - tutta la mia comunicazione in quella stagione si basava sulla mia esperienza ai Bulls: sapevo quanto fosse faticoso restare sempre al massimo, conoscevo le problematiche legate al mantenere la concentrazione, mettendo da parte i successi degli anni precedenti. Rivedere oggi quella Chicago fa capire ancora meglio quanto sia difficile sostenere un ritmo del genere”. Un pensiero condiviso anche dal GM Bob Myers - molto più vicino alla squadra rispetto a quanto non lo fosse Jerry Krause con quei Bulls - che con una frase ha reso nel miglior modo possibile l’idea del “dover vincere”: “La seconda volta che abbiamo conquistato il titolo nel 2018 con Kevin Durant ho pensato: “Bene, abbiamo fatto quello che ci aspettavamo. Ottimo lavoro”. Non era gioia. Sono sicuro che altre persone avranno provato sensazioni diverse, ma non è colpa di nessuno. Penso che tutte le cose hanno un loro peso specifico e sono certo che anche quei Bulls sentissero quel tipo di macigno sulle spalle”. La responsabilità di dover tenere fede alle aspettative alle volte supera quella di esultare per un traguardo irraggiungibile per molti e quasi obbligato per altri. Una delle ragioni principali dello stress e delle tensioni che si generano in uno spogliatoio con ambizioni di quel livello.

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