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NBA, Larry Nance Jr. e il morbo di Crohn: "Tornare in campo per me è un problema"

coronavirus
©Getty

Il n°22 dei Cavaliers, a causa del morbo di Crohn, è di gran lunga il giocatore più vulnerabile al rischio di contagio da coronavirus: "Spero tanto che ci sia comprensione nei confronti di chi non si sente a suo agio in una situazione del genere"

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Il morbo di Crohn è una brutta bestia con la quale dover combattere: lo sa bene Larry Nance Jr. che da quando ha 16 anni è costretto ad assumere farmaci per evitare problemi di infiammazione cronica all’intestino, le cui cure richiedono medicine immunodepressive. Una situazione complicata venuta a galla già nelle scorse settimane e tornata d’attualità dopo le dichiarazioni del giocatore di Cleveland a ESPN: “Spero tanto che si sia comprensione da parte della lega nei confronti di chi non si sentisse a suo agio in caso di ritorno in campo. Soltanto perché puoi apparire in forma e in piena salute, alcune persone potrebbero in realtà avere problemi fisici che non sono evidenti a prima vista”. Quando venne riscontrata la positività di Rudy Gobert lo scorso 11 marzo, il giocatore dei Cavaliers aveva descritto il suo stato di “assoluto terrore” perché aveva affrontato pochi giorni prima il lungo francese dei Jazz. In quei giorni Nance Jr. era già stato visitato da diversi specialisti e stava programmando di rinunciare alla trasferta a Ovest che avrebbe atteso Cleveland pochi giorni dopo. “Siamo giovani e in quanto giocatori riceviamo tutta l’assistenza medica necessaria, ci piace pensare che il virus per noi abbia un effetto ben diverso rispetto a quanto successo con gli altri. Ma non si sa mai: sono ancora spaventato e non voglio trovarmi in una situazione del genere”. Paure e timori che si sono in parte diradati nelle ultime settimane, in cui diversi specialisti lo hanno tranquillizzato - tanto che il giocatore dei Cavaliers è stato uno dei sette già tornati a fare allenamenti individuali in palestra a Cleveland. “Sto facendo massima attenzione a tutto ciò che faccio, a ciò che tocco. Ho visto la Bundesliga in TV, cercavo di capire come i giocatori riescono a interagire tra loro e mi rendo conto che il contatto sia in realtà inevitabile. Non riesco ancora a immaginarmi coinvolto in una situazione di quel tipo”.

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