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NBA, Adam Silver: "Inginocchiarsi all’inno? La regola che lo impedisce è vecchia"

PAROLE
©Getty

In un’intervista con la rivista Time, il commissioner della NBA ha toccato vari argomenti, dal ritorno in campo a Orlando alla pandemia di coronavirus fino alle proteste sociali che potrebbero portare diversi giocatori a inginocchiarsi durante l’inno, gesto vietato dal regolamento NBA: "Quella regola risale agli anni ’80: gestiremo la situazione quando si presenterà"

Tra una settimana le prime squadre NBA hanno in programma di viaggiare a Disney World, Orlando, dove la stagione 2019-20 dovrebbe concludersi con otto partite più i playoff dal 30 di luglio fino a metà ottobre. Secondo il commissioner della NBA Adam Silver, però, non c’è ancora la totale garanzia che la lega riesca a completare la sua stagione: “Per noi non è mai una questione di ‘Andiamo avanti indipendentemente da tutto’” ha detto in un’intervista con la rivista TIME. “Una cosa che abbiamo imparato da questo virus è che è estremamente imprevedibile”. Quando gli è stato chiesto se ci fosse un determinato numero di casi di positività al COVID-19 tale da fermare la stagione, Silver è rimasto sul vago: “Onestamente non sono sicuro di quanti casi servano. Abbiamo un gruppo di scienziati, dottori ed esperti che collaborano con noi. Procederemo passo dopo passo: certamente se ci fossero molti casi ci fermeremo, ma non possiamo scappare da questo virus. Sono assolutamente convinto che rimanere dentro al campus sarà più sicuro che rimanerne fuori: non sono al corrente di molte situazioni in cui ci siano tamponi di massa su impiegati asintomatici. Perciò il nostro potrebbe essere un modello anche per le altre industrie che intendono riaprire”. Da questo modello dipende anche il fatto che Silver non rimarrà chiuso nel campus come i giocatori: “Abbiamo protocolli differenti per persone differenti: chiunque entri in contatto a meno di tre metri da chi scende in campo viene trattato in un modo, ma chi non entra in contatto coi protagonisti — come io, che rimarrò ben oltre i tre metri di distanza — potrà entrare e uscire dal campus, ovviamente venendo sottoposto a test”.

Silver: “La regola che abbiamo sull’inno risale agli anni ’80"

Ovviamente il coronavirus non è l’unico argomento che terrà banco a Orlando, visto che i temi della giustizia sociale e dell’uguaglianza razziale sono al centro del dibattito USA. A precisa domanda sulla possibilità di “permettere” ai giocatori di inginocchiarsi durante l’esecuzione dell’inno americano, Silver ha dato una prima apertura sul tema: “Innanzitutto non sono a mio agio con la parola ‘permettere’. Abbiamo una regola che risale ai primi anni ’80, prima ancora dell’inizio di David Stern come commissioner, che richiede ai giocatori di rimanere allineati e in piedi durante l’inno nazionale. Capisco però il ruolo e l’importanza di queste proteste: gestiremo la situazione quando si presenterà davanti a noi. Dobbiamo rimanere fedeli ai nostri principi e ai nostri valori, prendendo le nostre decisioni in base a quelli piuttosto che su basi politiche”. E il ruolo dei giocatori in questo caso sarà di nuovo centrale: “I nostri atleti vogliono far sentire la loro voce su queste questioni, comprensibilmente. Circa il 75% della nostra lega è formato da afro-americani e abbiamo alcuni degli esponenti più importanti in tutto il mondo. Il colore della loro pelle o chi sono come persone non viene messo da parte mentre giocano a pallacanestro: hanno delle esperienze di vita che vogliono far valere”.

Silver: “Zion favorito? Dimostrerà in campo se vale oppure no”

Silver ha anche respinto le accuse che vogliono la NBA interessata a fare in modo che i New Orleans Pelicans vadano ai playoff per avere uno scontro con i Lakers al primo turno: “Ho imparato molto tempo fa che non si può in nessun modo alterare la competizione. Zion Williamson è un giocatore attraente per le sue capacità, non per il marketing che ci sta dietro. I casi sono due: o sarà in grado di farsi valere in campo, oppure no”. In campo dovranno cercare di darsi una regolata anche i giocatori, visto che — senza pubblico e rumori dagli spalti — i microfoni posizionati a bordo campo saranno in grado di riprodurre tutto quello che diranno. “Penso che ci debbano essere dei limiti al loro linguaggio, che dovranno adattare sapendo che i microfoni potranno cogliere tutto. A essere sinceri, potremmo dover trasmettere le partite in differita di qualche secondo per evitare che vadano in onda parole inappropriate”. La pallacanestro, comunque, vuole ritrovare il suo posto nella comunità, come testimoniato anche dallo slogan “Whole New Game”: “È impossibile ritornare indietro, siamo parte di una comunità che sta affrontando una pandemia, una gigantesca questione sociale e una recessione economica. Il basket e lo sport non sono isolati da tutto questo. Ma ci sono anche tante persone che vogliono tornare a vedere la pallacanestro: dobbiamo imparare a convivere con il virus e tornare a quello che sappiamo fare. Ed è anche quello che vogliono i giocatori: ritrovare la normalità e incoronare un nuovo campione. In questo momento è su questo che ci stiamo concentrando”.

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