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NBA, Doc Rivers: "I miei giocatori pensavano che la stagione fosse finita"

PAROLE
©Getty

L’allenatore degli L.A. Clippers Doc Rivers ha parlato alla stampa dopo la decisione di proseguire la stagione: "I miei giocatori vogliono andare avanti, ma ieri è stata una giornata difficile: pensavano che la stagione fosse finita"

Ora che la decisione di proseguire la stagione è stata presa, i protagonisti delle ultime 24 frenetiche ore stanno dando la loro versione dei fatti davanti ai microfoni. Tra i primi a parlare è stato Doc Rivers, allenatore degli L.A. Clippers che è stato particolarmente coinvolto nella decisione, lavorando fianco a fianco con il suo ex giocatore Chris Paul (con cui i rapporti in passato non erano stati idilliaci) per aiutare i giocatori a scegliere se continuare a giocare oppure no. “Ieri è stata una giornata molto dura per tutti, le emozioni erano diverse per ciascun giocatore. Ho amato la decisione dei Bucks di non giocare, ma ovviamente sarebbe stato meglio se avessero avvisato prima i loro colleghi. Ma l’azione è stata giusta, perché se c’era una squadra che doveva agire, doveva essere Milwaukee”. Il riferimento è al fatto che gli spari nella schiena di Jacob Blake sono avvenuti a Kenosha, in Wisconsin, a 45 minuti di macchina dal Fiserv Forum dove giocano i Bucks.

Rivers: "I miei giocatori pensavano fosse finita"

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Nel voto che è stato espresso mercoledì sera dai giocatori se continuare o meno i playoff, i Clippers si sono schierati al fianco dei loro “cugini” dei Lakers nel voler fermare la stagione. Poi giovedì mattina anche loro si sono schiariti le idee, le emozioni hanno lasciato spazio alla ragione e si sono allineati ai loro colleghi che invece volevano continuare. “I ragazzi sono pronti ad andare avanti e non vedono l’ora di giocare” ha detto Rivers. “Pensavano che la stagione fosse finita, ma come ho detto è stata una giornata difficile per tutti quanti”. A parlare di quel voto è stato anche la guardia Landry Shamet, intervenuto nel podcast di JJ Redick: “A essere sinceri, il nostro voto non intendeva dire ‘Non vogliamo più giocare a pallacanestro’. Era semplicemente un sondaggio su cosa pensassimo fosse meglio fare, e quella è stata la nostra risposta di squadra. Ovviamente le cose sono successe in maniera rapidissima: molte persone si sono dovute fare avanti per cercare di capire cosa fosse la cosa migliore per noi. Ma l’aspetto che non credo sia stato compreso a pieno è quanto le emozioni fossero forti in quel momento, quanto la situazione fosse tesa: quella è stata la prima volta in cui tutti noi come giocatori collettivamente ci siamo potuti sedere e pensare in gruppo, parlandone e avendo un buon dialogo su tutto quello che è successo”.

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Parte del problema secondo coach Rivers sta negli effetti che la separazione dal resto del mondo sta avendo sui giocatori: “Ci si dimentica che stare qui dentro è difficile, bisogna essere tutti un po’ più intelligenti nel trattare i temi della salute mentale. Stando qui si ha la sensazione che quello che si fa non abbia degli effetti reali nel resto del mondo, perché ne siamo separati. I ragazzi sanno che quello che stanno facendo è giusto, che qui hanno una piattaforma per esprimere i loro pensieri, ma non sentono di fare parte di un movimento perché non vedono i risultati di tutto quello che hanno detto e fatto”. La sensazione però è che le ultime 24 ore, per quanto difficili, rappresentano un punto di svolta nella storia non solo di questa bolla, ma nella NBA e nello sport in generale: “Ho parlato con Lou Williams e gli ho detto ‘Che giornata bellissima e difficile’. Li mi ha guardato come ‘Cosa sarebbe una giornata bellissima e difficile?’ e io gli ho risposto: ‘Ieri ne hai vissuta una. Un giorno ripenserai a tutto quello che è successo e capirai’”.

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