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The Last Dance, Steve Kerr non è convinto: "Girarlo non è stata una grande idea"

THE LAST DANCE
©Getty

Intervenuto nello show All The Smoke con Matt Barnes, l’allenatore di Golden State ha rivelato i suoi dubbi sulla realizzazione di The Last Dance: "Quando Phil Jackson ci disse che avremmo avuto telecamere tutto l’anno ci siamo sentiti esposti. Ancora non sono convinto fosse una grande idea, io non lo avrei fatto. Ma rivederci ora a 22 anni di distanza è stato bello"

Anche se sono ormai passati diversi mesi dalla sua messa in onda, The Last Dance è stato certamente uno degli “eventi” del 2020. Tanto che ancora oggi ai protagonisti dei Chicago Bulls di quegli anni viene chiesto un pensiero su quanto emerso dai 10 episodi della serie sportiva dell’anno. Tra questi c’è Steve Kerr, che non ha mai avuto paura di esporsi: l’allenatore dei Golden State Warriors aveva già rivelato cosa lo aveva deluso della serie e, intervenuto nello show All The Smoke con il suo ex giocatore Matt Barnes, ha ribadito una convinzione che si porta dietro da tempo. “Quando Phil Jackson ci ha detto che le telecamere ci avrebbero seguito ovunque, anche dietro le quinte, e che lui aveva dato il consenso, è stato quasi shockante. Vedere tutte quelle persone ogni giorno è stato davvero strano. Nel primo mese ci sentivamo davvero esposti”. Una sensazione talmente strana che secondo Kerr non doveva neanche essere permessa: “Ancora oggi non sono sicuro che fosse una grande idea. E non penso che io da allenatore la permetterei: è una porta aperta fin troppo semplice a un sacco di potenziali problemi”. D’altronde è noto che i suoi Golden State Warriors avrebbero potuto filmare l’ultima stagione con Kevin Durant, ma hanno deciso di non farlo — anche perché speravano di trattenere KD. Nonostante i dubbi, però, Kerr è comunque felice di aver potuto rivedere certe immagini: “Sono contento che sia successo perché riguardarlo 22 anni dopo con i miei figli — che al tempo erano solo bambini — mi permette di far vedere loro quanto fosse divertente la mia vita ai tempi”.

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Una vita che è cambiata totalmente in un momento preciso: quando ha segnato il canestro della vittoria in gara-6 contro gli Utah Jazz nelle finali del 1997. “Segnare quel tiro mi è valso letteralmente un altro contratto” ha spiegato Kerr. “Un paio di anni dopo sono diventato free agent e gli Spurs mi hanno dato un quinquennale, soldi che non avevo mai visto prima in carriera e che mi hanno permesso di comprare casa a San Diego e sistemare la mia famiglia”. Ma non solo: ha anche aumentato esponenzialmente la sua immagine e la sua percezione negli Stati Uniti: “Segnare quel tiro mi ha portato ad avere un posto in televisione. Visto che avevo giocato per i Bulls e avevo avuto un momento così memorabile mi ha portato da una relativa oscurità a Ehi, conosco quel tizio’. Perciò quegli anni a Chicago e quel canestro mi hanno davvero dato una spinta enorme nella carriera e nella vita”. Spinta che poi lui ha saputo sfruttare al massimo, sia diventando un volto apprezzato su TNT che, soprattutto, prendendo la panchina dei Golden State Warriors — anche rifiutando la corte del suo mentore Phil Jackson, che lo avrebbe voluto a New York. Cinque finali NBA, tre titoli e una stagione da 73-9 dopo, Kerr ha decisamente fatto la scelta giusta — anche senza filmare la stagione in stile The Last Dance.

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