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NBA Finals, come papà Melvin ha creato Devin Booker: "Volevo fosse più forte di me"

PADRE E FIGLIO
©Getty

Melvin Booker ha giocato per quasi dieci anni in Europa, anche in Italia a Pesaro e a Milano, perdendosi molto dell’infanzia del figlio Devin. Al suo ritorno negli States però lo ha allenato per tre anni, rendendolo il giocatore che è oggi: "Ho sempre voluto che fosse più forte di me, l’ho allenato per questo"

Probabilmente saprete già che il secondo nome di Devin Booker è Armani. E probabilmente saprete anche che papà Melvin ha giocato per una stagione in Italia proprio all’Armani Jeans Milano. È una storia nota, così come gli uno contro uno del 12enne Devin contro un giovanissimo Danilo Gallinari già lanciato verso il Draft della NBA nel 2008, quando ha giocato insieme a Melvin nell’Olimpia. Quello che forse non sapete è quello che è successo dopo quel passaggio milanese, cioè gli anni che hanno portato Devin Booker a essere quello che è oggi — il leader della squadra campione a Ovest e in piena corsa per vincere il titolo NBA. Melvin Booker lo ha raccontato recentemente a The Undefeated e a Fox Sports, spiegando come nel 2008 — quando aveva già 36 anni — decise di rifiutare un biennale da parte di una squadra italiana per tornare negli USA e stare vicino al figlio Devin. Melvin e la madre Veronica Gutierrez, infatti, hanno concepito Devin nel 1996 ma non sono mai stati sposati e non stavano insieme, pur collaborando per far crescere loro figlio che stava con la madre in Michigan. Al tempo si capiva che fosse portato per la pallacanestro e avesse una mente avanzata per la sua età — papà Melvin dice di averlo capito quando Devin si lamentò della decisione dei Detroit Pistons di cedere Chauncey Billups, preferendo la sua solidità al “nome” di Allen Iverson —, ma gli mancava disciplina ed etica del lavoro. Per questo Melvin chiese e ottenne dalla madre di portarlo con sé a Moss Point, liceo del Misssissippi dove aveva giocato e dove era stato assunto come assistente allenatore della squadra locale, potendo quindi allenare suo figlio ogni giorno per tre anni, recuperando il tempo perduto in una carriera che lo aveva portato — dopo qualche passaggio in NBA senza lasciare traccia — in Italia (anche tre anni a Pesaro oltre che Milano), in Turchia e in Russia.

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A Moss Point papà Melvin ha lavorato sulle capacità del proprio figlio per tirarne fuori il meglio, allenandosi a lungo in campo dopo gli impegni con la squadra e lavorando in sala pesi per poi tornare a casa a mangiare assieme. Un impegno 24 ore su 24, 7 giorni su 7, per farlo diventare il giocatore che è oggi: “Sapete quanto è difficile togliere il cibo spazzatura dalla dieta di un 14enne?” ha detto Melvin. “Ma si è sempre impegnato al massimo, non ha mai detto niente e ha sempre buttato giù quello che gli era stato messo nel piatto. Per noi è stato un modo per recuperare il tempo perduto, condividendo la passione per il basket. È una delle sensazioni più belle del mondo”. Quei tre anni e la stagione passata a Kentucky (dove usciva dalla panchina per una delle squadre più forti di sempre, i Wildcats del 2015 battuti solo alle Final Four dopo 38 vittorie senza sconfitte) hanno reso Devin Booker non solo la 13^ scelta assoluta al Draft, ma anche il giocatore che è oggi. “Grazie a suo padre ha sempre avuto i ‘trucchi’ per fare bene” ha detto il suo allenatore Monty Williams. “Arrivando in NBA conosceva già la disciplina necessaria e come era strutturata la giornata di un giocatore NBA, perché suo padre gli aveva già spiegato tutto. Sono esperienze e conoscenze difficili da quantificare, ma che fanno la differenza”.

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Ancora oggi i due lavorano insieme ogni estate per aggiungere qualcosa al repertorio di Devin, cercando di essere sempre un passo avanti alle difese e diventare lo splendido giocatore che sta incantando in questi playoff, viaggiando a 27 punti di media e portando i Suns a tre vittorie dal titolo NBA. E Devin sta portando in campo parti del gioco del padre, più playmaker e meno realizzatore di lui, ma entrambi super creativi con il pallone e capaci di segnare dal palleggio come detto da chi li conosce entrambi. “Gioca ancora oggi al campetto come suo figlio” ha detto Simeon Rice, ex giocatore NFL amico di famiglia. “Junior è come Senior e Senior e come Junior, solo che Senior è vecchio. Magari non hanno lo stesso atletismo, ma si vede che conoscono il gioco come pochi”. E, come sottolineato da Melvin, i due non sono mai stati in competizione: “Non l’ho mai sfidato a diventare più forte di me. Magari non lo sa, ma ho sempre fatto in modo di svilupparlo per farlo diventare migliore di me. Volevo che portasse il nome dei Booker molto più avanti rispetto a dove io lo avevo portato”. E come le parole della canzone di Jay Z che Melvin usava per spronarlo ai tempi dei loro allenamenti: “Go farther, go further, go harder”, vai oltre, vai più lontano, e vai più forte. Devin ci sta riuscendo.

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