Please select your default edition
Your default site has been set

NBA, qui Miami: quando identità e continuità non vogliono dire (necessariamente) successo

NBA

Massimo Marianella

©Getty

Steso management, stesso coaching staff, mai una rivoluzione nel roster in tantissimi anni. Ma dopo un inizio da sole 9 vittorie nelle prime 20 gare, a Miami c'è chi pensa che la continuità rischi di diventare immobilismo, più deleterio che funzionale alle vittorie di squadra

MIAMI - Si festeggiano in questa stagione i 35 anni dei Miami Heat. Anni vincenti in campo e fuori, con tanti campioni straordinari che hanno vestito il simbolo della palla infuocata. Wade, Zo, Shaq, Tim Hardaway, Glen Rice, Ray Allen, Bosh, LeBron. Tre titoli NBA e sei della Eastern Conference in bacheca per una storia meravigliosa. Ma il presente? Difficile da definire e, visto l’inizio di stagione, anche questo dubbio tutto sommato è una buona notizia. Gli Heat lottano come sempre, hanno personalità come sempre, ma difendono quasi come sempre. Gli infortuni possono giustificare una partenza da 9-11 nelle prime 20, ma evidenziano anche diversi fattori che hanno preoccupato molti. Una squadra piccola nei centimetri, con poca esperienza e senza tantissime soluzioni offensive: risultati, dati e statistiche che hanno inquietato molti alla FTX Arena (che tra poco non si chiamerà più così). Molti ma non coach Spoelstra, che dopo la prima vittoria casalinga su Washington ha regalato sorrisi e tanti messaggi di positività “Da una trasferta da 0-4 siamo tornati decisamente migliori, ne sono convinto. Ho visto nel gruppo, anche in chi non ha giocato, la capacità di generare quella rabbia, quella durezza e quella compattezza che ci serve nei momenti difficili, e Kyle [Lowry] ne è l’esempio migliore. Siamo tornati senza vittorie, ma decisamente migliori perché adesso vedo una continuità che è legata alla nostra identità". Ecco la parola chiave, nel bene e nel male: identità. Negli Heat è ben radicata e si traduce anche con orgoglio, restare fedeli a una filosofia e al rispetto del gruppo. Qualità importanti, distintive. Con il forte rischio, però, che si stiano trasformando in un limite

"Undrafted": orgoglio ma anche limite

leggi anche

Green: "I Bucks fan sul serio, Miami la delusione"

Le espressioni “Heat Family” “Heat Nation” e “Heathlifer” non sono solo uno slogan, ma una realtà. Nove giocatori mai scelti al Draft nel roster d’inizio campionato (Dedmon, Cain, Haslem, Highsmith, Martin, Robinson, Strus, Vincent e Yurtseven) sono un fiore all’occhiello e sottolineano meglio di qualsiasi parola la filosofia della franchigia, ma al tempo stesso anche un certo limite. Una franchigia lineare che crede in un certo tipo di valori; forse una delle pochissime imprese al mondo che non ha approfittato del Covid per alleggerirsi del personale, ma che lo ha mantenuto al 100% e ugualmente sostenuto dal punto di vista economico. E anche agonisticamente gli Heat stanno facendo la stessa cosa: stesso management, stesso scouting, stesso head coach, per lo più stesso coaching staff (compreso Haslem...) e mai una rivoluzione nel roster in tantissimi anni. Un merito aver mantenuto il livello agonistico e di risultati sempre competitivo (dal 2008 a oggi sono arrivate solo due stagioni con record perdente) ma il sospetto che tutto questo possa anche essersi trasformato in un limite. Aggiustamenti, mai stravolgimenti - e sempre legati all’identità della franchigia. Quest’anno sta andando in scena l’ennesima espressione di questa realtà, ma con un potenziale rischio. Il rischio cioè che questa squadra - così com’è - possa lottare, forse addirittura competere fino alla fine come tutto sommato ha fatto negli ultimi anni (con la finale del 2020 e quella di conference dello scorso anno), ma senza poter ambire a fare il passo successivo

leggi anche

Crisi Heat, Butler spavaldo: "Vinceremo il titolo"

Nella colonnina dei meno, oltre a infortuni e sconfitte, certamente il fatto di non aver adeguatamente sostituito P.J. Tucker e la sua difesa: la sua rabbia, il suo carisma e la sua esperienza mancano tremendamente. Poi c'è un saldo stagionale negativo a rimbalzo, soprattutto in difesa, che sottolinea la mancanza di centimetri nell’area pitturata e l’aver occupato un posto a roster con l’eterno Haslem - scelta romanticamente affascinante ma che in partita poi si paga. Da qualche stagione "UD" è di fatto uno del coaching staff con la maglia e il numero. Bene per i record di longevità, meno per la profondità del roster, anche se durante la stagione sarà probabile vedere sempre più con la prima squadra Orlando Robinson (firmato con un two-way contract) che ha debuttato in maniera meravigliosa a Washington. Sulla fisicità (più che sui centimetri) un monito lo lancia Gabe Vincent: “Non siamo atletici come altri, non siamo alti come altri e quindi dobbiamo essere più attenti ai dettagli ed eseguire alla perfezione i fondamentali. Questo per noi è lo step principale da colmare il prima possibile”. Altro problema evidente rimane un Duncan Robinson calato nelle percentuali al tiro (è il settimo degli Heat in quella del tiro da tre che dovrebbe essere la sua arma), ma non cresciuto in difesa. 

Le leadership di Lowry, Butler e Spoelstra

leggi anche

Pierce&KG: "Gli Heat sono finiti". Haslem risponde

Per la prima volta da molti anni, poi, in casa Heat si sono visti anche dei preoccupanti passaggi a vuoto, dei blackout improvvisi come la sconfitta di Toronto arrivata subendo un parziale di 21-0 dal +11. In molti match è mancata pure la leadership (anche causa infortunio) di Jimmy Butler, ma Il n°22 - magari un pochino a fari spenti rispetto alle sue altre stagioni - ha tutto sommato numeri importanti (primo per media punti a partita, palle perse scese considerevolmente e secondo in squadra per assist). Proprio lui ha regalato uno dei momenti più belli ed esaltanti della stagione con la stoppata vincente su Booker contro i Phoenix Suns. Un lampo, un flash, come un Lowry rivitalizzato che ha messo sul tavolo una leadership importante. “Quello che Kyle ha dimostrato in questo inizio di stagione – ha sottolineato coach Spo – esemplifica perché ha da sempre questa immagine di vincente e di trascinatore. Quest’estate si è allenato come non mai e si è ripresentato ancora più forte: crea più di tutti, è più rapido, va maggiormente in area pitturata, prende più falli, tira di più da tre e soprattutto ha fatto vedere cose che normalmente noi ci aspettiamo da Jimmy [Butler]". Beh, non solo tira di più dall'arco, ma contro i Suns diventato il 12° nella storia NBA con 2.000 triple realizzate mentre a Washington - con soli sei altri compagni a disposizione di cui tre praticamente al debutto - ha fornito la prova di maggior carattere, incoronata dalla sua terza tripla doppia da giocatore degli Heat. Dopo Lowry, coach Spoelstra prosegue nell’analisi positiva dei singoli ma lo fa per esaltare il gruppo: “Da chi vogliamo proseguire? Perché i segnali positivi sono tantissimi: Gabe Vincent s’è guadagnato non solo mio rispetto, ma soprattutto quello di tutto lo spogliatoio; siamo stati costretti a buttare Nikola Jovic nella mischia all’improvviso, per problemi di infortuni, e lui ha risposto come meglio non potevamo chiedergli [debutto in quintetto a Toronto con 11 punti nei primi 6 minuti di gioco, nda]. Tutti si sono accorti che sa adattarsi a qualsiasi cosa gli si chieda: apre il campo tirando da fuori, non ha paura a giocare sotto e può solo crescere fisicamente e di esperienza. Caleb Martin sta diventando un giocatore incredibilmente vincente: facile accorgersene quando fa 24 punti come contro gli Wizards, ma ogni sera fa un milione di cose straordinarie che non vanno a referto; è un gran tiratore dalla distanza e me lo conferma ogni giorno in allenamento. Haywood Highsmith [giocatore che Spoelstra adora per duttilità e disponibilità al sacrificio ogni sera, nda] è uno strepitoso rimbalzista per la sua altezza, giocatore solidissimo in difesa, sia a zona che a uomo". Soprattutto a zona, verrebbe da dire, visto che gli Heat sono statisticamente la squadra che la adotta di più in tutta la NBA, preferendo la 2-3. Insomma alla fine di un primo bilancio, dopo 20 partite, le indicazioni restano contrastanti. A sentire coach Spoelstra la realtà è fatta di molti sorrisi, tanto ottimismo e niente panico, ma la paura a South Beach è che ancora una volta ci si affidi troppo alla sua grandezza in panchina per risolvere tutti i problemi.