Coronavirus, anche Wimbledon a rischio cancellazione

Tennis

Matteo Renzoni

Possibile che lo storico torneo venga cancellato dal programma per l’emergenza Coronavirus, specialmente dopo la “retromarcia” del Primo Ministro inglese, Boris Johnson: ancora nulla di ufficiale, anzi, al momento si continua a lavorare alla preparazione del torneo pur consapevoli della situazione internazionale. Ma ad augurarsi la cancellazione è… lo stesso trofeo, una “vecchietta” di 132 anni

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Mi toccano coi guanti, di solito. Esattamente come in questo periodo consigliano gli esperti. In giro per l’Europa e finalmente pare anche dalle mie parti, a Londra. Un privilegio che ho da sempre. Sono la coppa di Wimbledon, quella originale del torneo maschile. Rimango chiusa tutto l’anno dentro una bacheca di pregio, all’interno di un museo. E mai come in questo momento è il miglior posto per evitare il contagio da Covid-19.

Sono il sogno di tutti quelli che giocano a tennis, o quantomeno lo rappresento. Il mio nome è lungo e pomposo, da queste parti funziona così: Gentlemen’s Singles Trophy. Ma Federer, tra i miei padroni quello che preferisco, ha deciso qualche anno fa di chiamarmi semplicemente Arthur. Forse un omaggio alla leggenda di Re Artù. Non si sa, ma tutto sommato non mi dispiace. Si fa prima. E un po’ di confidenza non fa male, in questi giorni in cui le persone in tutto il mondo non possono nemmeno darsi la mano. Anzi, sapete che vi dico: ci sta proprio.

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Finalmente anche attorno a Downing Street pare abbiano capito quanto sia drammatico il virus chiamato Corona. Boris Johnson, il Primo Ministro che finora aveva minimizzato, ha fatto retromarcia: “È il momento di misure draconiane”. Prima di tutto per la capitale, dove è concentrata la maggior parte dei casi. Il governo ha smesso di marciarci: la gente deve uscire di casa il meno possibile, troppo forte è il rischio di prendere una specie di polmonite che toglie l’aria, e la vita nei casi più gravi. Altro che febbre. Alcuni rapporti altamente qualificati sostengono che otto inglesi su dieci finiranno per ammalarsi.
 

Così, dopo aver messo in campo l’ipotesi assurda dell’immunità “spontanea” di gregge, in conferenza stampa il biondo ha chiesto a tutti di limitare le interazioni sociali e lavorare il più possibile da casa. Con obbligo di autoisolamento per chi dovese avere sintomi o fosse vicino a persone con sintomi. Misure di semi-quarantana, non come le nostre ma di sicuro un po’ meno lontane rispetto alla leggerezza dei primi approcci. Così se le scuole per il momento rimangono aperte, quelli che contano hanno deciso di chiudere musei, teatri e sale da concerto.
 

Una semi-quarantena che non prevede sanzioni per chi dovesse violare le indicazioni ma suggerisce fortemente la clausura totale per i signori e le signore che hanno superato i 70. Me compresa, che di anni ne ho compiuti 132 lo scorso luglio.

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È possibile che Wimbledon, il torneo che rappresento, venga cancellato dal programma. Di ufficiale non c’è ancora nulla. Anzi, al momento si continua a lavorare alla preparazione del torneo pur consapevoli della situazione internazionale. Vi dico di più: io spero che salti, con l’aria che tira.
 

Alcuni colleghi più giovani, i trofei di Indian Wells, Miami e Montecarlo, mi hanno detto che dalle loro parti è tutto cancellato. È già ufficiale. Per una vecchietta come me è meglio non mettere il naso fuori di casa. Tutta quella gente preferisco non vederla, stavolta. Niente fragole, niente panna. Non è periodo adesso e difficilmente lo sarà tra pochi mesi. Meglio fare i bravi e rinunciare alla mia passeggiata annuale sui prati. Bei tempi quando si poteva. E pensare che sembrava così normale. Arrivava l’estate, si riempivano i viali dell’All England Club, e cominciavano a correre di qua e di là raccattapalle ben educati e giocatori ben vestiti. Ah, quanto bianco. Le conosco come le mie tasche, quelle atmosfere. Il suono delle palle tagliate, i passi soffici dei giocatori, gli applausi tra un campo e l’altro.


E il giorno della finale lo stesso rito che si ripete, sempre con la stessa emozione: prima mi tirano fuori dal box, illuminato e con pareti di vetro, poi mi mettono in bella mostra su una specie di comodino regale al bordo del campo. Sto lì per tutta la partita, alle volte mi annoio un po’. Per fortuna dall’anno scorso hanno messo un tiebreak sul dodici pari del quinto set.

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E poi, diciamola tutta, mica tutti sono degni di me. Senza presunzione, per carità, ma un po’ di storia l’ho vista. E pensate che nel tempo sono finita tra le braccia di gente che ha battuto tutti senza giocare una volée. All’epoca dei gesti bianchi non era possibile una cosa del genere. Non era permessa, quasi.


Tornando a me, c’è da dire che quest’anno, dovesse continuare così, potrei evitarmi la piccola tortura del tatuaggio di fine torneo. Ogni volta, da sempre, dopo il match-point un funzionario del club mi tiene ferma e mi incide con un frullino di precisione. Come se il mio argento dorato fosse il fianco di un calciatore con le scritte sulla pelle. Ogni anno nome e cognome del tennista capace di vincere, per il quale a dirla tutta rappresento un’illusione. Sul curriculum può scrivere “campione di Wimbledon” ma a casa porta un trofeo finto, non l’originale.

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