Da Ivanisevic alla rivalità Federer-Nadal: il meglio del tennis negli anni 2000

#Skysportclassic

Matteo Renzoni

Dall'incredibile vittoria di Goran Ivanisevic a Wimbledon 2001 all'ultimo successo Slam di Pete Sampras. E poi la rivalità tra Federer e Nadal, con la finale dei Championships 2008 a segnare un'epoca. Riviviamo il meglio del tennis negli anni Duemila con un sottofondo musicale immaginario: "Il Motore Del 2000" di Lucio Dalla

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Lucio Dalla nel 1992 provava a immaginare, cantando, come sarebbe stato l’uomo del 2000. E quindi magari un po' anche il tennista. Sicuro, Dalla, del progresso tecnologico ma anche preoccupato per il futuro dell’umanità. C’era l’automobile, non la racchetta, nel testo scritto insieme a Roberto Roversi. E nessuno all’epoca, nemmeno chi col tennis aveva una certa familiarità, poteva immaginare quanto belli e lucenti – tornando alla canzone - sarebbero stati i protagonisti della rivalità d’inizio secolo: Federer e Nadal. Ma prima dello strapotere di Roger&Rafa, cominciato nel 2004, il secolo col due davanti ha concesso un pezzo di tappeto rosso ai giovanotti rampanti e un’altra striscia ai miti che tutti avevano paura di perdere.

La copertina de "Il motore Del 2000" di Lucio Dalla

Prendiamo i vincitori slam del 2000: Agassi, Kuerten, Sampras, Safin. Un frullato di senatori e proposte più o meno nuove. Esattamente il senso di quella stagione. C’è un momento, su tutti, che segna l’avvento di una pagina nuova: il bambino Federer, per la prima volta a Wimbledon, batte il vecchio Sampras. Nel 2001 a Londra, dove alle cose che accadono viene dato il senso dei cambiamenti che modificano il costume. Attorno a quella partita, come fosse il perno della modernità, ruota il graduale cambio della guardia degli anni a venire. Tra chi scalpita e chi non molla, come Ivanisevic. Protagonista totale di qui Championships. La sua è una favola di buonanotte per bambini capaci di ribellarsi sull’erba. Da prendere e scriverci un film, senza romanzare. Piccola sinossi per memorie difettose: Goran, caduto in classifica e ammesso con una wild card, batte in finale Rafter di fronte al cuore ballerino del padre e nonostante una spalla compromessa. Prima di quel momento, tre finali perse. Guai a dare per morte le speranze. 

Goran Ivanisevic dopo il match point nella finale di Wimbledon 2001 - ©Getty

Erano, quelli, gli anni delle Kodak usa e getta. Macchinette adatte alle gite scolastiche, quando i cellulari non scattavano foto. Una fortuna averla carica nell’ultima sera di Sampras da professionista: New York 2002 contro Agassi. Finale vinta, guarda un po'. Save the last dance, l’ultimo ballo di Pete, come il film campione di incassi in quel periodo ricco di tennisti top ma senza un dominatore vero e proprio. Alla divisione della torta partecipavano anche i ragazzi più piccoli, mica come i giovani di oggi che si squagliano durante gli slam. Dentro al vento del 2000, tornando ai poeti, c’erano tipi tosti capaci poco più che ventenni di prendersi coppe nobili: Moya, Safin, Roddick. E poi Hewitt, protagonista 2002 del successo forse più brutto ma di sicuro tra i più significativi nella storia del Torneo. Un australiano che vince su erba senza giocare una volée, d’altra parte, è segno tangibile delle cose che cambiano. E così è stato: i tennisti del nuovo millennio sapevano adattarsi a tutte le superfici. Anche perché, piano piano, le superfici stesse hanno finito per assomigliarsi: tutte più lente, erba compresa. E poi le racchette: piatto più ampio e maggiori margini di sicurezza. Nasce così la schiera dei grandi attaccanti da fondocampo: super ribattitori che prediligono la fase difensiva, puntando su continuità e atletismo. E in questo senso Nadal e poi Djokovic rappresentano gli esempi più luminosi. C’è stato, per la verità, una coda di successi di quei giocatori definiti "specialisti". Costa, Ferrero e Gaudio hanno fatto in tempo a vincere Parigi prima che Nadal mettesse le tende. Stessa cosa Roddick a Flushing Meadows anticipando la lunga militanza newyorkese di Federer. Poi, tranne le eccezioni, è partita la saga ribattezzata #Fedal dai frequentatori del web. Con FEderer e NaDAL a spartirsi tornei giocando uno contro l’altro partite da mettere, ognuna, dentro una teca. Su tutte, con riferimento al periodo, la finale di Wimbledon 2008. Con Nadal in canottiera che interrompe il regno svizzero dopo una partita memorabile almeno quanto Borg vs McEnroe dell’80. Sì, quella del film.

L'abbraccio tra Federer e Nadal dopo l'epica finale di Wimbledon 2008 vinta dal maiorchino - ©Getty

C’è spazio, prima di chiudere il decennio, per registrare il primo titolo major di Djokovic (Australia), dominatore del futuro, e l’unico di Del Potro (Us Open). Protagonisti, il serbo e l’argentino, anche di quel torneo dei maestri, il Master che conclude l’anno, che in quel periodo cambia nome – da Tennis Masters Cup a Atp Finals – e sede: Lisbona, Sydney, Shanghai, Houston, Londra. Vale la regola di Roger, pure lì, ma non manca la super sorpresa del 2005, quando proprio Federer lascia a Nalbaldian la targa di super maestro. E pensare che l’argentino era stato convocato dagli organizzatori all’ultimo momento per salvare un torneo pieno di defezioni. Fermo sull’uscio ad aspettare, in questo senso, più o meno come l’uomo immaginato da Dalla, mentre cantava pensando al millennio in arrivo.

David Nalbandia con il trofeo della Masters Cup 2005 - ©Getty

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