Osvaldo le canta a tutti: "Il calcio è uno schifo, ho smesso per una sigaretta"

Calcio

Ritiratosi dal calcio nel 2017, l'ex attaccante della Nazionale si sta dedicando a tempo pieno alla musica rock. Se la sua band Barrio Viejo è in tournée in Italia, Osvaldo ha raccontato i motivi che l'hanno spinto a dire basta: "Mi sentivo un numero, ora sto da Dio. Per non tradire il calcio ho preferito lasciarlo". Non sono mancati gli attacchi a Prandelli e Andreazzoli, abbracci invece per Totti e Zeman

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L’ultima gara ufficiale risale al 13 maggio 2016, 5 minuti disputati in Nacional-Boca Juniors di Copa Libertadores. Quanto basta per dire addio a trent’anni al mondo del calcio, separazione che ha inaugurato la nuova vita nella musica rock. Ecco l’altra grande passione di Pablo Daniel Osvaldo, ex attaccante italo-argentino con 14 presenze e 4 reti in Nazionale senza dimenticare la lunga parentesi coi club alle nostre latitudini: Atalanta e Lecce, Fiorentina e Bologna, Roma e Juventus fino all’Inter nel 2015. Prossimo ai 33 anni, Osvaldo è voce e frontman dei Barrio Viejo, band nata tre anni fa e attualmente in tournée proprio in Italia: 16 le date in giro per la Penisola esportando la sua musica, dote che nelle prime due date in Abruzzo ha già fatto registrare il sold out. Intervistato da Claudio Giambene di Gianlucadimarzio.com, l’ex centravanti originario di Lanús è tornato sui motivi che l’hanno spinto ad abbandonare il pallone: "Non ero più felice. Io sono uno che vive di sentimenti e impulsività, e nel calcio di oggi non c’è nessuna della due. Mi sentivo un numero, uno che doveva segnare perché altrimenti veniva insultato. Ora sto da Dio anche se mi dicono che sono matto".

A convincerlo all’addio fu l’episodio avvenuto nell’ultima parentesi al Boca Juniors: "Mi hanno mandato via per una sigaretta quando sapevano che fumavano tutti. Quella è stata la goccia, ma in realtà nel calcio devi vivere una vita che non è reale. Hai un prezzo, un valore e vivi di regole. Il calcio oggi è uno schifo, un freddo business e una dittatura del risultato. Nessuno pensa a come stai. Non potere uscire dopo una sconfitta, suonare la chitarra o bere una birra per me era assurdo. Per non tradire il calcio ho preferito lasciarlo". Non sono mancati attacchi agli ex allenatori, Prandelli su tutti: "Mi ha escluso dal Mondiale solo perché glielo dicevano i giornalisti, convocò Cassano quando invece lo meritavo io. Andreazzoli? Nemmeno ricordo chi sia. Chi allena oggi?". Stoccate nonché abbracci verso protagonisti con i quali Osvaldo ha condiviso il campo: "Sono orgoglioso della carriera che ho fatto, ho giocato in grandi squadre. E poi ci sono anche uomini veri. Penso a Tevez, De Rossi e Heinze con le quali ho stretto molto. Poi ci sono i campioni in campo e fuori come Pirlo, Buffon e Totti. Ecco l’addio di Francesco è quello che di bello dovremmo prendere dal calcio". L’ex attaccante della Nazionale si è inoltre soffermato sulle più importanti tappe della carriera: "Alla Roma potevo gestire meglio alcuni comportamenti, ma è una piazza malata. Avevo segnato tantissimo ma mi insultavano. Alla Juve ho avuto l’onore di essere allenato da Conte: un grande, come Pochettino che però pensa troppo al calcio. All'Inter invece ho litigato con Mancini, ma i media ingigantirono la cosa". Se nel primo album ("Liberaciòn") si è occupato di tutti i testi tra esperienze personali, amore e problemi sociali, Osvaldo ha ammesso a chi dedicherebbe una canzone: "A Zeman, per me è stato un secondo padre".

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