Juventus, l'eredità tattica di Allegri

Calcio

Fabio Barcellona

5 aspetti che definiscono l'eredità tattica di Massimiliano Allegri, che a Torino non lascerà solo tanti trofei ma anche un modo molto specifico di intendere il calcio

PANCHINA JUVE, LE ULTIMISSIME DI DI MARZIO

Dopo settimane di dubbi - rivelatisi fondati nonostante le parole rassicuranti del Presidente Agnelli subito dopo la partita con l’Ajax a Torino - la Juventus ha comunicato, con una nota pubblicata sul proprio sito alle 12:48 del 17 maggio, che Massimiliano Allegri non siederà sulla panchina bianconera la prossima stagione.

È quasi superfluo elencare le vittorie della Juventus di Allegri, ma va fatto prima di parlare di tattica: cinque Scudetti di fila, dopo i tre vinti da Antonio Conte, quattro edizioni di Coppa Italia e due di Supercoppa Italiana. In questi anni Allegri è diventato l’allenatore della storia della Juve con la percentuale di vittorie più alta in Serie A e in Champions League, e nonostante non sia riuscito a vincere la "coppa dalla grandi orecchie" è stato capace per due volte di condurre la sua squadra in finale, riportando i bianconeri a un livello non più raggiunto dal 2003. Ce ne è abbastanza per passare alla storia, insomma.

La portata dei risultati ottenuti da Allegri non era certo facilmente prevedibile il 16 luglio 2014, quando, il giorno dopo le clamorose dimissioni di Antonio Conte, era stato annunciato dalla società bianconera. Non si può dimenticare la diffidenza dei tifosi, che non apprezzavano il suo passato milanista e le sue polemiche dopo il famoso gol fantasma di Muntari, né le perplessità degli addetti i lavori, che gli rimproverano un gioco poco brillante al Milan, un’accusa che tornerà più volte e sempre più insistentemente, anche nella sua esperienza bianconera.

Eppure, già al primo anno, Allegri, è riuscito ad arrivare ad un soffio del trionfo europeo giocando alla pari la finale di Berlino con il Barcellona di Messi-Suarez-Neymar, almeno da dopo il gol del pareggio di Alvaro Morata. La sua indiscussa capacità di ottenere risultati non deve però mettere in ombra le sue qualità di tattico, sempre che la dicotomia tra la bontà del calcio proposto e l’efficacia nel vincere partite e trofei abbia un qualche senso. Un bilancio dell’esperienza bianconera di Massimiliano Allegri non può prescindere dal suo stile di conduzione di una squadra che, inevitabilmente, ha definito i contorni e le caratteristiche del periodo più vincente della storia italiana della Juventus. Alcuni punti riescono a meglio di altri a descrivere il pensiero tattico di Allegri.

Il campo, prima della lavagna

Le squadre di Massimiliano Allegri hanno origine dal campo e ogni possibilità immaginata a tavolino deve essere sottoposta alla verifica del terreno di gioco. Per il tecnico livornese la squadra nasce dalle caratteristiche dei suoi giocatori e dalle loro interazioni tecniche: la squadra è il prodotto dell’assemblaggio dei calciatori, e l’abilità dell’allenatore è proprio quella di trovare la maniera migliore di comporre il mosaico utilizzando al meglio i propri giocatori, individuando le connessioni più efficaci per lo sviluppo del gioco.

Il calcio di Allegri è un calcio che nasce dal basso per giungere al quadro generale, che si evolve in maniera induttiva e non deduttiva. Proprio per questo Allegri è stato il tecnico perfetto per una società che in questi anni ha avocato a sé le proprie scelte di mercato e che ha sempre privilegiato gli aspetti economici del player trading e la ricerca di occasioni alla costruzione di una rosa perfettamente coerente dal punto di vista tattico. Per la Juventus di questi anni, e per la sua filosofia di calciomercato, cosa meglio di un allenatore che lavora per assemblaggio del materiale a disposizione invece di avere in mente i giocatori più adatti per il suo sistema di gioco ideale?

I moduli non importano

Se la costruzione di una squadra nasce dal basso, il modulo di gioco non può che derivare dalle qualità dei suoi calciatori. Nell’introduzione della sua tesi al Master di Coverciano, Allegri, parlando della sua esperienza sulla panchina della SPAL scriveva: “Ho … dovuto impiegare un po’ di tempo prima di scegliere il modulo con cui far giocare la squadra, in modo da poter sfruttare al meglio le potenzialità dei singoli giocatori a mano a mano che avevo modo di conoscerle”.

Massimiliano Allegri è giunto a Torino dopo avere giocato con il 4-3-1-2 sia a Cagliari che nella sua esperienza al Milan e, in effetti, il modulo con la difesa a 4 e il centrocampo a rombo era quello che l’allenatore livornese conosceva meglio e che probabilmente apprezzava maggiormente. Inizialmente ha confermato il 3-5-2 di Antonio Conte, mutando però lo scaglionamento e i movimenti delle punte, più libere di muoversi in ampiezza e meno legate a movimenti di coppia prestabiliti; poi, mostrando un coraggio che non gli mancherà mai nelle partite decisive, nella fondamentale partita del girone di Champions League - contro i greci dell’Olympiakos - ha schierato per la prima volta la squadra con il 4-3-1-2 impiegando Arturo Vidal come trequartista.

Con il 4-3-1-2 Allegri ha raggiunto la finale di Champions League, facendo giocare alle spalle degli attaccanti, oltre a Vidal, anche l’argentino Pereyra. In ossequio al rispetto del tecnico per le qualità dei propri calciatori, i due interpretano il ruolo in accordo con le proprie caratteristiche: più incursore Vidal, fondamentale anche nel pressing sulla costruzione bassa avversaria; maggiormente incline ad aprirsi e a dare ampiezza alla squadra Pereyra.

L’anno successivo, l’avvio shock e il dodicesimo posto dopo dieci giornate di campionato, hanno suggerito ad Allegri il ritorno al 3-5-2 e a un calcio basato sulla solidità della BBC (Bonucci-Barzagli-Chiellini) che gli frutteranno 26 vittorie nelle successive 28 giornate di campionato e il suo secondo Scudetto consecutivo.

L’anno ancora dopo è quello del 4-2-3-1, adottato dopo una brutta sconfitta subita a Firenze dal 3-5-2 bianconero. Con il 4-2-3-1 e l’idea di spostare Mario Mandzukic sulla fascia sinistra, Allegri è riuscito a far convivere tutti i suoi giocatori offensivi e a giungere alla seconda finale di Champions League, persa malamente a Cardiff contro il Real Madrid.

Negli ultimi due anni, abbandonato progressivamente il 4-2-3-1, Allegri ha più volte modificato il proprio assetto tattico che, partendo generalmente dal 4-3-3, si è più volte contraddistinto per asimmetricità e fluidità.

Attenzione agli avversari

A definire le linee di azione e il modulo di gioco della squadra non sono però solamente i giocatori a disposizione e il loro ideale assemblaggio, ma anche le caratteristiche individuali e di squadra degli avversari. In ogni partita, Allegri ha proposto aggiustamenti specifici in funzione delle specificità dei propri rivali, e questa sua qualità è risultata spesso evidente e decisiva negli scontri ad eliminazione diretta in Europa, in cui, concentrati in soli 180 minuti, si decidono i destini di una squadra.

Nella sua prima stagione stupì l’impiego di Sturaro al posto dell’infortunato Pogba nella semifinale d’andata contro il Real Madrid, funzionale a mantenere inalterato il rombo di centrocampo e a pressare col trequartista Vidal gli impacci di Sergio Ramos, schierato da Ancelotti davanti alla difesa.

La stagione successiva, dopo il sofferto pareggio interno contro il Bayern Monaco negli ottavi di finale, la Juventus ha sfiorato la qualificazione in trasferta - sfumata solamente all’ultimo minuto - sorprendendo Guardiola con un inedito 3-4-3 con Cuadrado e Pogba schierati al fianco di Morata e capaci, insieme al centravanti spagnolo, di punire le incertezza difensive bavaresi con le proprie conduzioni del pallone in campo aperto.

E ancora, nella semifinale della Champions League del 2016-17 contrò il Monaco, Allegri mutò il consolidato 4-2-3-1 a vantaggio di un 3-4-3 volto a neutralizzare, con i tre difensori, le fulminee transizioni offensive di Mbappe, e a sfuggire, in fase di impostazione, all’ottimo pressing dei monegaschi grazie alla superiorità numerica in zona arretrata.

Attenzione ai dettagli

Nelle sue interviste Allegri ha spesso sottolineato l’importanza dei dettagli nel determinare il risultato finale di una partita, evidenziando la centralità di una buona gestione dei calci piazzati sia a favore che contro, la fondamentale capacità di interpretare i momenti e le fasi di una partita e la possibilità di spezzare gli equilibri di un match tramite i cambi in corsa.

Per questo le sue formazioni sono state spesso influenzate dai centimetri, cioè dalla necessità di avere un buon numero di giocatori abili nel gioco aereo per difendere contro i corner e le punizioni avversarie, e dall’esigenza di avere in panchina giocatori particolarmente abili a variare l’andamento della partita grazie alle proprie doti tecniche o alla loro velocità.

La fluidità

L’ultimo approdo del percorso tattico di Allegri, del tutto coerente con gli assiomi della sua visione del calcio, è la fluidità dello schieramento nelle varie fasi di gioco, che gli ha permesso di sfruttare ancora meglio le qualità dei suoi giocatori e di spingere ancora più a fondo l’adattamento delle proprie caratteristiche a quelle degli avversari.

In maniera solo apparentemente singolare, partendo da posizioni iniziali piuttosto diverse, Allegri è giunto al concetto di flessibilità continua degli schieramenti, che allenatori ritenuti più innovativi hanno acquisito tenendo conto della centralità dei principi di gioco rispetto al modulo di gioco, ritenuto solo uno strumento per la corretta applicazione dei principi stessi.

Sempre più spesso la Juventus ha mosso le proprie pedine in campo in maniera diversa in fase offensiva rispetto a quella difensiva, provando a mettere ancora maggiormente a proprio agio i suoi giocatori e adattando i differenti schieramenti ai punti deboli e a quelli di forza degli avversari.

Le ultime Juventus hanno spesso difeso con una linea a 4 e costruito il gioco con una linea a 3, e hanno mutato il 4-3-3 in fase d’attacco in un più solido 4-4-2 in fase di non possesso. Un approccio del tutto coerente con la maniera di Allegri di gestire la complessità del gioco e che potenzialmente può consentire alla squadra una migliore gestione delle diverse fasi della partita.

Dopo l’annuncio di ieri, la ricca esperienza di Allegri si è conclusa e ogni bilancio possibile non può prescindere dalla piena comprensione del metodo di lavoro e della visione del calcio del tecnico livornese. Sarà davvero interessante vedere quale allenatore verrà scelto dalla società e capire se la Juventus vorrà operare una cesura con il passato o continuare con un tecnico con una concezione del gioco affine a quella di Massimiliano Allegri.

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