Daniele De Rossi al Boca: romano finalmente amato da tutti

Calcio

Alessandro Alciato

"Adesso che sei passato al Boca, che giochi alla Bombonera, che insegui la Libertadores, in molti supereranno la vergogna. E te lo diranno anche loro. Ti vogliono bene, ma fino a qualche giorno fa non se la sentivano di ammetterlo"

DE ROSSI AL BOCA JUNIORS, LA PRESENTAZIONE

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Caro Daniele,

ti voglio bene. Quando eravamo più giovani (tu rispetto a me lo sei ancora…), quando esistevano i maestri di giornalismo, quelli con i baffoni e lo sguardo severo, Marco Ansaldo alla Stampa me lo ripeteva sempre, in maniera ossessiva: la notizia va messa in testa all’articolo. La regola credo possa valere anche se questa è più che altro una lettera. Lo ripeto: ti voglio bene, ma so che lo sai già.

Adesso che sei passato al Boca, che giochi alla Bombonera, che insegui la Libertadores, in molti supereranno la vergogna. E te lo diranno anche loro. Ti vogliono bene, ma fino a qualche giorno fa non se la sentivano di ammetterlo. Di fare outing calcistico, perché in Italia puoi essere tutto, ma non uno che tifa per un calciatore di una squadra diversa da quella del cuore. A Roma sentivi il battito di una parte della città, adesso il concerto si fa più forte: chiudi gli occhi e ascolta. Stanno arrivando tutti gli altri e sono un esercito. E’ caduto il muro, anche quello del suono (delle parole). La distanza ne ha attutito il tonfo. I non romanisti possono smetterla di fare finta, li hai liberati: sei uno di loro. Lo sei sempre stato. Sei uno di noi, tutti noi.

Noi che nella vita combiniamo un sacco di casini, a casa e al lavoro, ma lo facciamo perché abbiamo la passione. Noi che ci mettiamo tutto quello che abbiamo dentro. A volte anche quello che non abbiamo, pur di riuscire. Noi che la gamba non la tiriamo indietro, noi che per le nostre idee tireremmo giù il mondo. Noi che diciamo quello che pensiamo. Noi che ogni tanto preferiamo la birra all’acqua. Noi che siamo imperfetti, proprio come te. Noi che la sera ci guardiamo allo specchio e sorridiamo, nonostante le ferite. Noi che siamo puliti nonostante il giudizio della gente. Noi che in fotografia, quando siamo vicini alle persone a cui vogliamo bene, mettiamo su esattamente l’espressione paciosa che hai tu quando ti ritraggono vicino a Sarah e ai bimbi. Noi che abbiamo la tua vena e tanto lo sappiamo: prima o poi, senza preavviso, si ingrossa, e ci porta a fare qualche cazzata. Non me ne ricordo una tua, a Roma, che non fosse nata dal travolgente sentimento per la tua squadra, la tua città, la tua gente. Mettiti il cuore in pace, anche a Buenos Aires verrai espulso, altrimenti non saresti tu: quando una persona ama quello che fa, succede esattamente così. Sbaglia perché non vorrebbe sbagliare. Poi resta in silenzio mentre tutti gli altri parlano, sperando di prendere il suo posto. Ma da questo punto di vista hai stravinto: nessuno lo prenderà mai. Come tu non hai preso quello di Francesco. Una poltrona può anche essere per due.

Abbiamo un amico in comune, e sei come lui. Andrea Pirlo l’hanno applaudito in ogni angolo del mondo, c’eri anche tu quando l’intero Maracanà si è alzato in piedi al suo passaggio. In quel momento era il giocatore di tutti, non di una squadra sola. Appartieni a quella categoria di privilegiati involontari. Eravamo in Brasile per la Confederations Cup del 2013 (e una sera ti è passato a trovare in albergo Adriano, problematico come sempre, non lo hai mai abbandonato).

Marco Ansaldo mi ripeteva spesso anche un’altra cosa: “Quando un articolo è troppo lungo, diventa una gran rottura, quindi fermati prima, finchè sei in tempo. E se vuoi rafforzare il concetto, finiscilo come l’hai iniziato”.

Grazie per rendere speciali anche noi che non lo siamo. Ti voglio bene.

Alessandro

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