La partita della consacrazione di Griezmann

Europa League

Daniele Manusia

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Nella finale di Europa League contro il Marsiglia, Griezmann ci ha dimostrato il reale valore del suo talento segnando una doppietta e aiutando l'Atletico Madrid

La seconda definizione della voce “onnipotènte” nell’enciclopedia Treccani è: “In espressioni iperboliche, enfatiche o scherzose, di persona o ente che ha grande potere, che è capace di fare e ottenere ciò che vuole, che non conosce ostacoli alla sua volontà”. La prima definizione riguarda le divinità: “Che può tutto”. Per descrivere le qualità calcistiche di Antoine Griezmann è meglio partire da quello che non è: appunto, non è un giocatore che non conosce ostacoli alla propria volontà - né tanto meno è una divinità. Ma è una questione soprattutto psicologica, non di mezzi tecnici o fisici. Griezmann non ha proprio la volontà di piegare il mondo alla propria volontà, neanche nei suoi momenti migliori. Non ha l’ego di Cristiano Ronaldo che sembra voler prendere la realtà così com’è tra le sue mani e piegarla dandole la forma che ha in mente lui (per questo il suo corpo, che è l’unico pezzo di realtà che può effettivamente manipolare, è un’opera d’arte di gran lunga superiore a quelle che gli vengono dedicate).

La doppietta in finale contro l’Olympique Marsiglia, la sua seconda finale vinta in carriera (dopo quella dell’Europeo Under 19, ma anche dopo le due finali perse in Champions League, con tanto di rigore sbagliato nei tempi regolamentari, e quella contro il Portogallo a Euro 2016), è la prima vera consacrazione del talento di Griezmann. La crescita di Griezmann in questi anni è legata a doppio filo al gioco dell’Atletico e se lui ripete in ogni intervista quanto deve a Simeone si capisce anche perché il “Cholo” ieri abbia commentato: «Se resta sono felice. Se va via, va bene lo stesso. Ci ha dato moltissimo in questi anni». A questa evoluzione, però, non corrisponde una consapevolezza da parte del pubblico. Per quel che vale il Pallone d’Oro, è comunque significativo che Griezmann sia arrivato terzo nell’anno dell’Europeo e diciottesimo nell’edizione successiva (addirittura dopo due francesi, Mbappé settimo e Kanté ottavo) anche perché il suo gioco non ha subìto un crollo così sensibile. Senza scendere nel dettaglio della scorsa stagione, per capire l'importanza del contesto anche sulle prestazioni dei giocatori migliori, basta pensare alla grossa differenza che ha fatto in quella corrente l’arrivo di Diego Costa, che lo ha sgravato dai compiti di prima punta dandogli maggiore libertà e spazi da attaccare. La conseguenza sono 21 gol di Griezmann nelle ultime 24 partite con l’Atletico. 

Per tornare sull’immagine di prima, Griezmann ha preso la realtà a sua disposizione e l’ha messa nelle mani del “Cholo”. Che ne ha fatto uno dei giocatori offensivi più completi e fluidi tra quelli di primissimo livello. Non sarà onnipotente, ma Griezmann nell’Atletico è quasi onnipresente. Ieri sera solo Koke, tra i suoi compagni, ha toccato più palloni di lui (rispettivamente: 68 e 65) e solo Gabi ne ha recuperati di più (10 e 8). Griezmann è quello che ha completato più passaggi (38), con una precisione in una scala totalmente diversa rispetto a quella della sua squadra: l’88% dei suoi passaggi sono andati a buon fine, contro il 64% generale dell’Atletico (percentuale gonfiata dagli stessi passaggi di Griezmann).

Rispetto all’influenza che Griezmann ha sul gioco di squadra, i due gol passano quasi in secondo piano.

Un’azione di Griezmann dal primo tempo: prima intercetta il passaggio di Amavi e sul rimpallo gli prende il tempo di destro passandola al compagno vicino. Il passaggio di ritorno di Correa è un po’ lungo e Griezmann scivola per recuperarlo; poi si sfila dal passaggio di Vrsaljko perché ha l’uomo addosso e si rende subito disponibile per Gabi. Anguissa lo pressa da vicino ma Griezmann, derapando su un ginocchio che gli fa da perno a terra, esegue un filtrante per Koke.

Simeone ha avuto tra le mani un materiale pregiatissimo, oltre che malleabile. Pochissimi giocatori hanno una tecnica al livello di Griezmann e, insieme, un ritmo al livello di Griezmann. Nel secondo gol, ad esempio, la palla di Koke è leggermente lenta rispetto alla sua corsa e la deve agganciare con la gamba all’indietro: il pallone gli si incolla al piede e Griezmann la tocca altre due volte in pochissimi metri, prima di superare Mandanda con un tocco sotto. In questa azione il talento di Griezmann viene fuori in due dettagli: la distanza tra piede e palla in conduzione, praticamente inesistente, e la frequenza di passi della sua corsa, talmente alta che neanche al replay sono riuscito a contare quanti ne abbia compiuti dal controllo al tiro. Il pallonetto che scavalca Mandanda di pochi centimetri invece è una questione di gusto: Griezmann ci tiene all’estetica ma non vuole mai esagerare. Sembra quasi che Griezman non voglia fare nessuno sforzo per colpirci.

Griezmann è un regista avanzato con una capacità di finalizzare unica. Ieri sera ha fatto da punto di riferimento per Correa (si sono passati la palla 22 volte tra di loro), Gabi (da cui ha ricevuto 10 passaggi) e Koke (che invece gliene ha passati 9), pulendo ogni pallone che passava tra i suoi piedi per mettere in condizione il compagno di giocare con spazio davanti. Ovviamente ha seguito l'andamento della partita, aumentando la propria presenza nel secondo tempo (l'Atletico nei primi 45' ha giocato solo 6 palloni nella trequarti offensiva, nei secondi 45' addirittura 73) ma la tecnica, il ritmo e la sua capacità di coordinarsi in spazi strettissimi hanno fatto la differenza ogni volta che ne ha avuto occasione. Sul primo gol il capolavoro di coordinazione lo fa Gabi, che riesce a servirlo al volo sulla palla persa da Anguissa, ma Griezmann parte prima ancora che la palla sia arrivata al compagno (il controllo poi è perfetto, da 10 su 10). In generale se Griezmann non soffre gli spazi stretti, anche nella zona di giocatori come Anguissa, che potrebbero sovrastarlo fisicamente più di quanto non facciano in realtà, è perché la sua tecnica in equilibrio precario è fuori dal comune. Griezmann riuscirebbe a controllare un pallone anche su un filo sospeso tra i due campanili di Notre-Dame.

Quando in Francia gli chiedono se si sente un leader, e lo facevano già da prima dell’Europeo del 2016, Griezmann aggira la domanda. La retorica, che come l’acqua prende la forma del contenitore in cui la versiamo, lo dipinge al tempo stesso come un giocatore più grande e più piccolo di quello che è, scartato da moltissime squadre francesi (tra cui il Metz, come Platini), costretto ad andare in Spagna a 13 anni, oggi il preferito dai francesi, sulle cui spalle strette è riposta gran parte della fiducia per il prossimo mondiale (e ben venga Mbappé a dividere con lui il peso). Ma Griezmann è un giocatore che migliora insieme ai compagni e che, a sua volta, moltiplica il talento di chi gli sta vicino. Uno sforzo intellettivo costante che non ha quasi niente a che fare con l’istinto, con l’immaginazione pura. Forse la definizione migliore di Griezmann l’ha data Daniele V. Morrone: “Un giocatore più intelligente che creativo”. E il punto non è che Griezmann da solo non riuscirebbe a vincere una partita, ma che probabilmente non ne avrebbe voglia. Per sua fortuna, il calcio è un gioco più adatto a giocatori come lui che a quelli che cercano ad ogni costo di sentirsi onnipotenti (inutile dire che ci riescono in pochissimi).

È curioso, tra l’altro, che il suo cognome si pronunci leggendo la “e” al centro, anche se persino in Francia la maggior parte delle persone lo pronuncia ancora “Grizmàn”, sbagliando. Normale che non abbiamo ancora imparato ad apprezzare il suo talento, se ancora non sappiamo come si dice davvero il suo nome.

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