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Doppi ex, finali e maledizioni: perché Milan-Benfica non è una partita qualunque

Europa League

Marco Salami

Introduzione

Corsi e ricorsi storici: due finali di Coppa dei Campioni sono state Milan contro Benfica, un doppio ex in panchina che lanciò la storica maledizione. "Senza di me non vincerete mai più in Europa", era Béla Guttmann, un passato anche a Milano. Da quel momento il Benfica ha perso nove finali internazionali su nove.

 

Rui Costa è il grande doppio ex del campo, lui, pallina molto molto luminosa nell'"albero di Natale" di Ancelotti. Il legame c'è anche tra Milan e Portogallo: tre degli ultimi quattro allenatori rossoneri parlavano la stessa lingua e Gonçalo Ramos è solo il settimo portoghese della storia del club. Il primo fu lo sfortunatssimo Paulo Futre…

 

Milan-Benfica è live mercoledì sera alle 21 su Sky Sport Uno, Sky Sport 4K, Sky Sport 252 e in streaming su NOW

 

LE PROBABILI FORMAZIONI

Quello che devi sapere

Le due finali di Coppa dei Campioni

Neanche una a caso, di finale, ma la primissima edizione di sempre della Coppa dei Campioni vinta da una squadra italiana. Anno: 1963, il Milan allenato dal paron Rocco batte il Benfica del fortissimo Eusebio nell'atto finale a Wembley. Proprio il leggendario Eusebio sblocca, José Altafini ne segna due, Cesare Maldini alza nel cielo inglese la coppa. La alzerà anche suo figlio Paolo, molti anni dopo, nell'altra finale di Coppa dei Campioni tra Milan e Benfica: 1990, il back-to-back di Sacchi e dell'utopia berlusconiana. Dopo aver vinto nel 1989, il Milan si ripete: segna Rijkaard, su assist di Van Basten. Basta quel gol. 

Il grande doppio ex Béla Guttmann (quello della maledizione)

Storico allenatore ungherese. Una carriera leggendaria, pioniere del 4-2-4, carisma altissimo. Fu lui l'allenatore che portò il Benfica due volte sul tetto d'Europa: Coppa Campioni 1960/61 e 1961/62, due di fila, appena prima di quella del Milan (1962/63), nonché prima squadra a vincere il trofeo che non si chiamasse Real Madrid.

 

Guttmann aveva allenato anche il Mlan tra 1953 e 1955. Burrascoso, soprattutto negli addii, leggendaria la sua maledizione dopo una brusca separazione dai portoghesi per una questione di stipendio: "Da qui a cento anni nessuna squadra portoghese sarà due volte di fila campione d'Europa. E il Benfica — udite udite — senza di me non vincerà mai una Coppa dei Campioni". Ebbene, da quel giorno il Benfica di finali di Coppa Campioni ne ha giocate altre cinque: perse tutte. Più due di Europa League (consecutive nel 2013 e nel 2014), una di Coppa Uefa e una di Coppa Intercontinentale, per un totale di nove finali in competizioni internazionali. Sempre irrimediabilmente sconfitti.

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Il grande ex, Rui O Rei

Così recitava un famoso striscione di San Siro negli anni del Milan di Ancelotti: Rui O Rei. Rui Costa aveva incantato in maglia viola Fiorentina arrivando proprio dal Benfica. Oggi del Benfica ne è addirittura il presidente. Al Milan magie a non finire: preso per la cifra record per il club di 85 miliardi di lire. Alla prima di campionato in trasferta a Brescia si fa male al braccio, torna, con Ancelotti subentrato a Terim si guadagna la qualificazione a una Champions che l'anno dopo vincerà. Pallina molto molto luminosa de famoso 'albero di Natale' ancelottiano.

 

Gol pochissimi, assist: una marea. Alcuni visionari. Inzaghi e Shevchenko — in quegli anni — segnano a ripetizione anche grazie a suoi passaggi illuminanti (e di Pirlo). Saluta con in tasca — tra gli altri — una Champions e uno scudetto.

Rui Costa alla sua presentazione da giocatore del Milan nel 2001

Futre e i 7 portoghesi del Milan

Non tantissimi, a dirla tutta, appena la dodicesima nazionalità straniera più rappresentata nella storia del Milan. Uno ci gioca oggi, e proprio nel Benfica ci è cresciuto: Gonçalo Ramos. Uno se n'è appena andato, ovviamente parliamo di Rafa Leao, mattatore delo scudetto 2022. Uno, lo abbiamo appena citato, è Manuel Rui Costa. Poi altri due flop: Joao Felix e André Silva, il bomber dell'estate delle 'cose formali' Fassone-Mirabelli. In elenco pure Diogo Dalot, terzino interlocutorio.

 

E poi Paulo Futre: primo portoghese di sempre al Milan, talento cristallino, martoriato dagli infortuni, talmente tanti che col Milan finirà per giocare appena una partita. Ex non del Benfica, anzi, degli storici rivali Sporting e Porto. Proprio col Porto vince una Coppa dei Campioni, finisce addirittura secondo al Pallone d'Oro 1987 alle spalle — guarda un po' — di un milanista come Gullit. Sbarca in Italia alla Reggiana: un colpaccio degli anni d'oro del calcio italiano, quando anche una provinciale poteva sognare in grande. Prima gli salta il tendine all'esordio assoluto (con gol alla Cremonese), la seconda partita la gioca nella stagione successiva (ma la sua Reggiana retrocede). Al Milan un solo gettone, casualmente sempre con la Cremonese. 

Futre con Baggio, Berlusconi, Weah e Tomas Locatelli
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La panchina parla spesso portoghese

Altra stranezza di questi incroci Italia-Portogallo: il Milan non aveva mai avuto un allenatore portoghese nella sua storia fino al 2024. Poi, in serie: Paulo Fonseca, Sergio Conceição e ora Ruben Amorim. Sostanzialmente tre degli ultimi quattro tecnici del Milan parlavano la stessa lingua, tutti tranne Allegri.

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