Premier League, nove giocatori da seguire nella nuova stagione

Premier League

Redazione l'Ultimo Uomo

Una lista che comprende Nicolas Pépé, Felipe Anderson, Rodri e altri giocatori che ci hanno colpito per un motivo in particolare e che meritano di essere seguiti nella stagione che sta per cominciare

MANCHESTER UNITED-CHELSEA LIVE

Jack Grealish, Aston Villa
di Daniele Manusia

Jack Grealish era in campo, a vent’anni, durante la storica semifinale del 2015 in cui l’Aston Villa ha battuto 2-1 il Liverpool, anche grazie al suo assist per il secondo gol di Fabian Delph. Ha vissuto anche l’altrettanto storica retrocessione in Championship (dopo 28 anni) della stagione 2015-16 e, dopo tre stagioni nella seconda divisione, la nuova promozione in Premier League. Quelle passate in Championship sono state le sue prime tre stagioni da titolare indiscusso, un periodo che forse ha rallentato il cammino di Grealish, o quanto meno la sua affermazione, ma che ne ha cementato il legame con l’Aston Villa.

Nato a Birmingham, tifoso fin da piccolo dei “Villans”, Grealish è stato fatto capitano lo scorso marzo, al rientro da un infortunio allo stinco che lo ha tenuto fuori tre mesi. Il tecnico, Dean Smith, ha detto che per lui è stata «una decisione piuttosto facile», quella di dargli la fascia, per le doti carismatiche che aveva già messo in mostra. E Grealish ha bagnato l’esordio da capitano con un grandissimo gol al volo da fuori area, contro il Derby County (che poi avrebbe incontrato di nuovo in finale playoff).

La settimana dopo, nel derby di ritorno contro il Birmingham, Grealish è stato aggredito da un tifoso avversario vicino al calcio d’angolo. Paul Mithcell, che ha pagato con più di 3 mesi di prigione, la squalifica per 10 dallo stadio e quella a vita dalle partite del Birmingham, ha colpito Grealish da dietro dopo 10 minuti. Grealish è caduto a terra, ha sorriso senza troppo drammatizzare e un’ora dopo ha segnato l’unico gol della partita - un sinistro a incrociare rasoterra, trovando l’angolo per il secondo palo in mezzo all’area piena di gente - ed è andato a festeggiare tra i tifosi del Villa. «Come descriveresti quello che è successo oggi?», gli ha chiesto l’intervistatore di Sky UK a fine partita. «Il giorno più bello della mia vita», ha risposto Grealish.

Parliamo anzitutto di un giocatore stiloso. Con un tocco di palla, con l’interno, l’esterno e la suola del piede destro, che lo distingue immediatamente dagli altri giocatori in campo. Parliamo del capitano-tifoso cresciuto in uno dei club più antichi d’Inghilterra (fondatore della Football League nel 1888), con la maglia numero 10 sulle spalle e i calzettoni bassi. Nonostante la frattura allo stinco dello scorso anno si ostina a giocare con dei parastinchi taglia bambino quasi invisibili, perché in una stagione passata i calzettoni gli si erano ristretti in lavatrice e, dato che quell’anno aveva giocato bene, per superstizione continua a tenerli corti. Ha giocato la finale dei playoff con lo scarpino destro nuovo di zecca e quello sinistro praticamente distrutto, perché era quello con cui era tornato in campo dopo l’infortunio e aveva segnato i suoi primi gol.

Ma parliamo anche di un giocatore che a 24 anni da compiere torna in Premier League e deve dimostrare di valerla. L’Aston Villa ha speso quasi 150 milioni sul mercato e deve evitare di finire come il Fulham, che dopo la promozione dello scorso anno ha acquistato 12 giocatori ma è subito retrocesso in Championship. Jack Grealish è alto poco meno di un metro e ottanta, è una mezzala non velocissima ma con un grande controllo del pallone, anche quando accelera la palla non si allontana mai troppo dal suo piede. Influisce sulla partita anche muovendosi alle spalle della prima pressione avversaria e abbassandosi nello spazio lasciato libero dal terzino sinistro. Tocca una cinquantina di palloni a partita con buona precisione (87.4% lo scorso anno) e quando si avvicina all’area avversaria può sfruttare la visione di gioco o calciare sia di destro che di sinistro (2.1 volte ogni 90’): lo scorso anno ha segnato 6 gol e realizzato 6 assist.

«Quando ho giocato in Premier League la prima volta, a diciannove anni, forse la davo per scontata e non ho capito quanto fossi fortunato», ha detto dopo la promozione. «Adesso voglio tenermela stretta con entrambe le mani». Jack Grealish è un giocatore da seguire per la qualità del suo calcio, una sensibilità rara nel calcio inglese che fa pensare piuttosto a un talento sudamericano. Ma Jack Grealish sarà da seguire anche per vedere se sarà la stagione della sua consacrazione (lui ha detto di volersi guadagnare la nazionale inglese) o quella del ridimensionamento. Ovviamente, ci auguriamo che si avveri la prima delle due opzioni.

Youri Tielemans, Leicester City

di Emanuele Atturo

Youri Tielemans è l’acquisto più costoso della storia del Leicester: 45 milioni di euro. Eppure a 22 anni il centrocampista belga non ha ancora colmato l’orizzonte di aspettative che avevamo costruito su di lui. La sua esperienza al Monaco è stata in chiaroscuro. Tielemans ha giocato tanto - 65 partite - ha segnato diversi gol - 6 - ma ha sofferto prima l’inserimento in un nuovo ambiente, e poi della stagione difficile della squadra lo scorso anno, con diversi avvicendamenti in panchina, liti di spogliatoio e confusione tattica. A gennaio, forse nel suo momento migliore in Francia, è stato ceduto al Leicester in uno scambio di prestiti con Adrien Silva. «Youri si è inserito brillantemente e ha già mostrato la capacità di avere un impatto significativo in Premier League» ha detto Brendan Rodgers, che ha utilizzato Tielemans mezzala di un centrocampo a 3 fra i più eccitanti della Premier, insieme a Maddison e Ndidi.

In poche partite Tielemans ha messo insieme 3 gol e 4 assist, attirando l’interesse dei più grandi club europei. All’inizio dell’estate Tielemans sembrava aver raggiunto una dimensione troppo grande sia per il Monaco che per il Leicester: «Difficile resti nel Principato. Su di me ci sono grandi club» aveva detto il giocatore. Tielemans sembrava destinato al Manchester City, allo United, all’Arsenal. La squadra di Solskjaer sembrava quella più vicina al belga, che però ha preferito tornare alle “Foxes”: «Mi sono dato tempo per riflettere ma poi è stato chiaro per me che volessi tornare al Leicester» ha detto qualche settimana fa.

Brendan Rodgers è arrivato al Leicester a gennaio e ha portato al Leicester un sistema meno reattivo e più associativo di quello del suo predecessore, Claude Puel. Al cuore del suo progetto tattico c’è un centrocampo ambizioso, con tre giocatori dall’attitudine offensiva come Ndidi, Tielemans e Maddison. Il belga in carriera ha giocato in tutti i ruoli di centrocampo, ma Rodgers lo ha schierato mezzala sinistra o, più spesso, destra, esaltando le sue doti di facilitatore di gioco. Robert Martinez di lui disse: «Ha la personalità e la tecnica per giocare a un tocco e dettare il ritmo della partita, in campo gioca come un vero capitano» e al Leicester Tielemans ha dato un saggio delle sue qualità nel gioco di passaggi ma anche nel gestire il pallone sotto pressione grazie a finte di corpo e cambi di direzione. Mentre Maddison avanzava per sfruttare di più le sue doti da rifinitore, Tielemans gestiva il possesso toccando più o meno lo stesso numero di palloni per partita di Ndidi. Stiamo parlando di un giocatore che brilla soprattutto nella gestualità più minimale per un centrocampista, le sequenze semplici stop e passaggio, e che non sarà mai un genio creativo che ruberà l’occhio (come invece ha fatto Maddison).

Però non bisogna neanche sottovalutare la sua capacità di incidere sulla produzione offensiva con il piede destro, sia per i tiri che per i cross, da fermo o in movimento.

Tielemans però lo scorso anno ha confermato di poter svolgere la funzione di mezzala di possesso con grande qualità tecnica e intensità, riuscendoci anche nel contesto di più alto livello al mondo come la Premier League. Questa è forse davvero la stagione in cui capiremo di più sulle sorti di Tielemans, uno dei giovani di cui da anni si parla come di un predestinato.

Felipe Anderson, West Ham United

di Alfredo Giacobbe

Felipe Anderson è andato via dalla Lazio un anno fa, lasciandosi dietro più di qualche rimpianto. Anche per via dell’esplosione di Luis Alberto, l’ultima stagione italiana l’ha vissuta da supersub, raccogliendo appena 1152 minuti in 21 presenze. Per Simone Inzaghi è stato spesso un’arma tattica, da inserire a gara in corso, ma non solo. Pur di averlo in campo, il tecnico aveva chiesto ad Anderson di sacrificarsi come esterno a tutta fascia nel 3-5-2. Lui che in carriera, fino ad allora, aveva giocato solo da trequartista/ala.

Anderson in Italia ha lasciato una sensazione di incompletezza, di qualcosa di intentato. Sembrava che potesse avere i mezzi tecnici, atletici e mentali per poter dominare la Serie A. E invece, ogni volta, un infortunio o un momento della stagione in cui ha staccato la spina ci ha privato della parte più bella della parabola sfolgorante di un talento eccezionale.

Anderson è stato prelevato dal West Ham, in uno dei mercati pazzi che caratterizzano le estati degli Hammers. E sembrava difficile immaginarlo in un contesto ipertrofico come quello del campionato inglese. Invece in Premier League, in un calcio completamente diverso da quello italiano, Felipe Anderson è riuscito a controllare il caos con la fluidità della sua conduzione palla al piede, la dolcezza del suo primo controllo, la sua velocità di pensiero.

Ha trovato in Manuel Pellegrini un allenatore che lo ha investito della sua fiducia (36 presenze in Premier League su 38, tutte da titolare) e che gli ha concesso la libertà di attaccare lo spazio in un ogni zona del campo, soprattutto in caso di una ripartenza veloce. L’unica incognita della nuova stagione è l’intesa che dovrà costruire con il neoacquisto Sébastien Haller. Il “Chicharito” Hernandez era un attaccante fondamentalmente diverso dall’ex Eintracht: con i suoi movimenti ad attaccare la profondità o il primo palo liberava spazio in area per gli inserimenti dei trequartisti. Anche per questo Anderson ha segnato 9 reti, marcando la sua seconda migliore stagione realizzativa in carriera.

Felipe Anderson ha ancora 26 anni e, dopo una stagione di apprendistato in Premier League alle spalle, ora può puntare al salto di qualità definitivo.

Christian Pulisic, Chelsea

di Federico Aquè

L’acquisto di Christian Pulisic è stato ufficializzato dal Chelsea a gennaio ma, avendo trascorso in prestito al Borussia Dortmund la seconda metà della scorsa stagione, l’esterno americano è di fatto l’unico nuovo acquisto dei “Blues”, che devono fare i conti con il blocco del mercato in entrata imposto dalla FIFA.

Pulisic è così la novità più rilevante della rosa a disposizione di Frank Lampard e senza dubbio è il giocatore più atteso. È costato 64 milioni di euro e va a riempire il vuoto lasciato da Eden Hazard, un confronto alimentato dal prezzo pagato dal Chelsea e dalla zona di campo in cui Pulisic è stato schierato finora da Lampard, sulla trequarti a sinistra, quella cioè lasciata libera da Hazard. Resta comunque un confronto ingiusto, dal quale Pulisic ha provato a smarcarsi dichiarando di non essere il sostituto di Hazard, uno dei migliori giocatori al mondo e stella assoluta del Chelsea negli ultimi anni (forse è anche per questo che ha scelto di tenere la maglia numero 22, utilizzata già al Borussia Dortmund, lasciando la 10 di Hazard a Willian).

Le grandi aspettative generate dal suo talento hanno accompagnato la sua crescita e Pulisic ha ormai imparato a conviverci. A 20 anni è già l’uomo immagine di un intero movimento calcistico, quello americano, e il leader indiscusso della sua nazionale, della quale è già stato capitano (il più giovane della storia). Forse non è ancora pronto per raccogliere un’eredità pesante come quella di Hazard (e non è nemmeno giusto pretenderlo), ma di certo ricadranno su di lui almeno una parte delle responsabilità che il belga aveva una volta che il Chelsea superava la metà campo.

Pulisic non arriva però da una grande stagione. Ha avuto diversi infortuni e ha giocato poco, collezionando appena 9 partite da titolare in Bundesliga. Ha avuto comunque un rendimento di tutto rispetto, segnando 4 gol e servendo 4 assist in poco più di 900 minuti, mentre in Champions League è stato scelto con maggiore frequenza tra i titolari (in 5 occasioni su 8) e ha segnato un gol, al Bruges nella prima partita della fase a gironi. Con la nazionale americana è arrivato in finale di Gold Cup, persa contro il Messico, ed è stato votato come miglior giovane del torneo.

Nelle amichevoli precampionato Lampard lo ha schierato sempre a sinistra, ma Pulisic può occupare tutte le posizioni dalla trequarti in su e partendo largo dalla fascia sinistra ha spesso tagliato al centro, dando profondità e finendo per giocare di fianco o più in alto del centravanti, come in occasione del gol segnato al Salisburgo. In fondo basta questo per marcare la differenza con Hazard, che invece amava abbassarsi e ricevere sui piedi per poi liberare tutta la sua creatività.

L’impossibilità di aggiungere nuovi giocatori può facilitare l’inserimento di Pulisic, dandogli da subito la possibilità di accumulare minuti in campo. D’altra parte, però, l’americano arriva al Chelsea in un momento di transizione, con un nuovo allenatore senza grande esperienza e la pressione di un confronto inevitabile con il fenomeno che più di ogni altro ha modellato lo stile dei “Blues” negli ultimi anni. Dopo l’ultima stagione al Borussia Dortmund che ne ha un po’ frenato la crescita, Pulisic ha davanti a sé la sfida giusta per confermarsi uno dei talenti più entusiasmanti del calcio europeo.

Tanguy Ndombele, Tottenham

di Daniele V. Morrone

Nel giro di 5 anni Tanguy Ndombele è passato da essere scartato dalle academy francesi per problemi di peso (solo l’Amiens, all’epoca in terza divisione, ci aveva scommesso) a essere uno dei centrocampisti emergenti della scorsa Champions League, con la maglia del Lione a 22 anni. Quest’estate è passato al Tottenham di Pochettino, un trasferimento in teoria perfetto per entrambe le parti, sia per il tipo di campionato in cui è arrivato che per lo stile di gioco degli “Spurs”. Ndombele è un talento con caratteristiche peculiari che però sembrano incastrarsi alla perfezione con ciò che serviva al Tottenham in sede di mercato, e le sue stesse caratteristiche sembrano perfette per la Premier League.

Di Ndombele è impressionante il primo passo in conduzione, lo scatto che riesce a fare quando decide di avanzare col pallone, e poi l’ottimo controllo lo rende un dribblatore d’élite per il ruolo. Nelle ultime due stagioni ha completato 2.6 dribbling per 90’, il 76% di quelli tentati. Quello che quindi lo rende un giocatore tanto impressionante è la sua tecnica in velocità: la sua principale abilità è quella di far progredire il pallone nella fascia centrale del campo avanzando in conduzione verticale. Non è soltanto bravo a resistere alla pressione, il suo è un dribbling aggressivo che spezza le linee avversarie. Si tratta di una caratteristica fondamentale per un centrocampista che gioca la Champions League e uno profilo che mancava al Tottenham, finalista la scorsa stagione, che faceva fatica proprio a far avanzare il pallone nella fascia centrale del campo e, per far avanzare la manovra, doveva ricorrere o a agli esterni o direttamente ai lanci lunghi per le punte.

L’esuberanza atletica e la tecnica in velocità lo rendono inoltre una calamita per falli, perché per fermarlo lanciato in corsa spesso il fallo è l’unica risorsa per la squadra avversaria: la scorsa stagione in Ligue 1 ha guadagnato 2.5 falli a favore ogni 90’. Non deve necessariamente sempre andare in verticale col pallone, ma quando lo fa è in grado di farlo contro qualsiasi tipo di difesa.

Ndombele non deve necessariamente avanzare portando palla, è perfettamente in grado di servire compagni oltre la linea di pressione grazie a una visione di gioco tarata a un destro preciso nel corto e alla freddezza col pallone. Ndombele è un giocatore creativo con il pallone anche oltre il dribbling: se nota un compagno dietro la linea avversaria è in grado di trovarlo facilmente e questo lo rende estremamente utile una volta arrivato sulla trequarti dopo una delle sue conduzioni. Con la combinazione di dribbling, conduzione in velocità e visione di gioco, gli bastano veramente pochi secondi per passare dal ricevere dietro la linea di centrocampo a dare il pallone sui piedi di un compagno smarcato in area di rigore.

tanguy ndombele
La visione di gioco di Ndombele

Dopo lo stop alza la testa e capisce che non ha senso partire in conduzione contro la difesa schierata dell’OM, meglio servire un filtrante preciso di sinistro (che non è il suo piede forte) per la corsa del compagno, totalmente solo.

Paradossalmente questa sua facilità nel trovare la verticalità nella manovra offensiva lo rende meno attrezzato di quanto possa sembrare, visto il suo profilo atletico, a difendere la sua zona di competenza. È insomma facilmente attaccabile alle spalle soprattutto in fase di difesa posizionale. Ndombele recupera molti palloni (la scorsa stagione in Ligue 1 ha registrato 2.2 contrasti riusciti e 1 intercetto ogni 90’), ma lo fa in avanti, puntando a intercettare il passaggio o entrando in anticipo aggredendo il centrocampista avversario, ed è invece abbastanza vulnerabile alle spalle, quando deve controllare un giocatore che si muove per ricevere tra le linee. Questo lo si è visto bene a Lione, dove pur giocando spesso in coppia a centrocampo, difensivamente dava il meglio con un centrocampista a coprirgli le spalle come vertice basso di un triangolo.

Per avere il meglio da Ndombele anche Pochettino dovrà trovare il modo di inserirlo in un sistema che lo faccia concentrare il più possibile nel difendere in avanti e gli dia modo di sganciarsi a piacimento una volta in possesso del pallone.

Aaron Wan-Bissaka, Manchester United

di Daniele Manusia

Aaron Wan-Bissaka ha esordito in Premier League un anno e mezzo fa, con la maglia del Crystal Palace, in cui è cresciuto giocando da ala fino alla stagione 2016-17. Non è solo sorprendente che il terzino appena acquistato dal Manchester United, per 50 milioni di sterline, abbia cambiato ruolo relativamente poco tempo fa, ma in questo abbassamento di posizione sono contenute le ragioni per cui Wan-Bissaka è al tempo stesso uno dei giocatori più interessanti della Premier League, ma che ha davanti a sé un salto di livello non semplicissimo da compiere.

La cosa più incredibile è che la fase di gioco su cui Wan-Bissaka non lascia alcun dubbio, su cui è già oggi uno dei migliori al mondo nel ruolo, è proprio la difesa, che nessuno gli ha insegnato prima che avesse 19 anni. L’atletismo, unito al senso dell’anticipo e dell’intervento fanno di lui uno dei terzini più difficili da superare nell’uno contro. Da ex attaccante, continua a tenere d’occhio la palla e se anche un avversario riesce a passargli oltre ci sono ottime probabilità che, grazie alle leve lunghe e alla sua velocità, Wan-Bissaka lo recuperi all’ultimo, togliendogli palla o murandolo in scivolata.

I tifosi dello United si stanno già rimbalzando gif dei suoi interventi difensivi durante le amichevoli estive, anche perché quello del terzino destro è un problema che i Red Devils si trascinano da tempo (l’anno scorso ci hanno giocato prevalentemente Antonio Valencia e Ashley Young). Oltre a dei riflessi eccezionali, Wan-Bissaka è anche molto concentrato, soffoca il suo avversario diretto mettendogli pressione quasi su ogni pallone che tocca, e salvo un inimmaginabile, ora come ora, deterioramento delle sue performance difensive, il Manchester United dovrebbe quanto meno aver trovato tranquillità e solidità sulla fascia destra, magari per molti anni a venire.

I dubbi semmai riguardano la fase offensiva. Paradossale per un giocatore che, come detto, ha giocato in attacco sia a destra che a sinistra, e che con la palla tra i piedi non si sente a disagio, che degli anni della sua formazione conserva soprattutto l’istinto per il dribbling (ne ha provati 2.8 ogni 90’, la scorsa stagione, più di qualsiasi altro terzino in Premier League).

Forse è dipeso anche dal sistema reattivo del Crystal Palace, ma la passata stagione Wan-Bissaka non ha mostrato un talento creativo all’altezza di quello difensivo. Dovrà aumentare e migliorare i cross, così come il suo contributo nei passaggi nell’ultimo terzo di campo. In pratica, dovrà ricongiursi con il suo passato da esterno d’attacco: un’idea affascinante, ma non di semplicissima realizzazione nel campionato più competitivo al mondo. Molto dipenderà anche dallo stile della squadra di Solskjaer il prossimo anno, se oltre alle transizioni riusciranno a costruire un gioco posizionale. Anche l’altro acquisto dell’estate dei Red Devils, Harry Maguire, aka il difensore più costoso al mondo, sembra andare la direzione di una difesa con qualità, che faccia salire il baricentro e oltre a coinvolgere i terzini in impostazione li spinga nelle zone di rifinitura. Insomma, lo aspetta una grande stagione e sarà interessante vedere se Wan-Bissaka si dimostrerà all’altezza della situazione.

Rodri, Manchester City

di Federico Aquè

È difficile trovare un trasferimento più logico, naturale, sensato di quello che ha portato Rodri al Manchester City per 70 milioni di euro, il prezzo della clausola rescissoria presente nel contratto con l’Atlético Madrid. Rodri è stato pagato molto ed è l’acquisto più caro nella storia del City, ma è probabilmente il miglior giocatore che Pep Guardiola potesse avere nell’unica posizione della formazione titolare che andava rinnovata, il centrocampista davanti alla difesa, visto che Fernandinho ha ormai 34 anni e il contratto in scadenza nel 2020.

Rodri sembra fatto apposta per giocare con Guardiola. È un centrocampista cerebrale e in un’intervista a El Pais ha ammesso di essere un appassionato studioso di calcio, fin da quando era ragazzino: «Mi interessava di più capire il gioco che godermelo». Da molti è paragonato a Sergio Busquets ed è sembrato quasi scontato che abbia scelto di unirsi a Guardiola, l’allenatore che nel 2008 ha lanciato la carriera di Busquets portandolo, con un’intuizione allora incomprensibile ma geniale, nella prima squadra del Barcellona.

Il suo inserimento è stato molto rapido e ha attirato diversi elogi. Dopo l’amichevole con gli Yokohama F. Marinos, vinta 3-1, Guardiola ha detto di avere a disposizione un centrocampista incredibile per i prossimi dieci anni. Kevin De Bruyne, dopo il successo nel Community Shield sul Liverpool, in cui Rodri ha esordito ufficialmente, ha dichiarato che lo spagnolo è il centrocampista difensivo perfetto per il modo in cui gioca la squadra.

Rodri si è imposto da subito e con naturalezza come riferimento per far uscire la palla dalle zone arretrate. Contro il Liverpool è stato il giocatore del City che ha tentato e completato più passaggi, con una precisione del 92%, e ha lasciato intravedere le qualità che hanno spinto i campioni d’Inghilterra e puntare in maniera così convinta su di lui: la tranquillità con cui distribuisce il gioco, i movimenti continui per dare una soluzione comoda ai compagni, l’equilibrio garantito a palla persa.

Sarebbe comunque sbagliato pensare a Rodri come a un giocatore adatto esclusivamente a sistemi fondati sul possesso come quello di Guardiola. Il suo talento è infatti fiorito anche in un terreno in teoria ostile come l’Atlético Madrid di Simeone, uno degli allenatori più lontani idealmente da Guardiola. Nell’unica stagione trascorsa all’Atleti, Rodri ha affinato il suo lato difensivo, comunque già molto sviluppato (nell’ultimo campionato al Villarreal era stato il giocatore della Liga che aveva recuperato più palloni) e si è affermato tra i centrocampisti più forti del panorama europeo.

Ora Rodri si ritrova invece in una squadra perfetta per le sue caratteristiche, e sono bastati i pochi minuti giocati finora col City a dare una conferma in questo senso. L’unione con Guardiola sembra un successo annunciato, sta a Rodri dimostrare che le impressioni lasciate finora sono solo l’inizio del percorso vincente che in molti immaginano.

Richarlison, Everton

di Marco D’Ottavi

«Dobbiamo avere calma con lui», con queste parole Marco Silva ha accolto Richarlison a Liverpool, sponda Everton. L'allenatore portoghese se l’è portato dietro dal Watford nell’estate del 2018, convincendo la sua nuova squadra a spendere 56 milioni di euro per il suo cartellino, facendone l’acquisto più oneroso nella storia del club.

Ma se l’Everton doveva avere pazienza, a scalpitare è stato proprio il brasiliano: due gol all’esordio, contro il Wolverhampton, un altro la giornata successiva al Southampton; prima di essere espulso alla terza partita, per aver tentato di dare una testata a un avversario. Dopo le prime tredici partite con l’Everton aveva già segnato 7 gol, due in più del totale della stagione precedente con il Watford.

Da quel momento la produzione di Richarlison si è normalizzata, entrando in una serie di alti e bassi tipica dei giocatori così giovani. Tra febbraio e marzo è addirittura finito in panchina a causa di qualche brutta prestazione, con l’allenatore che ha dovuto spronarlo a un maggiore impegno davanti ai microfoni. A fine stagione i gol sono stati 14, il miglior marcatore della squadra insieme a Sigurdsson, sufficienti per ricevere una chiamata dal Brasile per la Copa America, dove ha segnato un rigore in finale.

Richarlison è un attaccante duttile e completo. La scorsa stagione Marco Silva l’ha impiegato in 3 dei 4 ruoli offensivi del suo 4-2-3-1 (al Watford lo ha usato anche come trequartista). Quando parte dall’esterno non è una di quelle ali a piede invertito che vuole la palla sui piedi per rientrare e tirare o andare sul fondo, ma anzi ama venire dentro al campo per giocare con i compagni. La sua migliore qualità sono i tagli dall’esterno verso l’interno dell’area, quando diventa un attaccante aggiunto molto pericoloso, per via del suo fisico e della sua rapidità.

Quando è schierato da attaccante centrale, si muove molto per il campo e in profondità, anche se non sembra il ruolo in cui si trova più a suo agio. Nella scorsa stagione ha ricoperto molto questa posizione, vista l’assenza di alternative credibili (né Calvert-Lewin, né Tosun hanno dato garanzie), ma con l’acquisto di Kean dovrebbe tornare a giocare più stabilmente sull’esterno. Richarlison potrebbe trovarsi bene con i movimenti dell’attaccante italiano, continuando a occupare l’area con profitto: tutti e tredici i gol segnati in Premier, infatti, sono arrivati dall’interno dell’area di rigore, cinque addirittura da dentro l’area piccola.

Il taglio davanti al difensore e poi la conclusione di prima sotto la traversa, sprazzi da grande attaccante.

Dopo due stagioni in crescendo, ad appena 22 anni l’Everton spera nel definitivo salto di qualità di Richarlison per migliorare il mediocre ottavo posto della scorsa stagione. Una sfida per cui il brasiliano sembra avere il talento necessario, tuttavia per emergere in un campionato competitivo come la Premier dovrà migliorare l’aspetto mentale del suo gioco.

Nicolas Pépé, Arsenal

di Daniele V. Morrone

Trovando una formula di pagamento dilazionato, a sorpresa l’Arsenal ha preso Nicolas Pépé per 80 milioni di euro, facendo segnare il suo record di spesa per un giocatore. L’acquisto ha ovviamente portato una ventata di entusiasmo tra i tifosi, Pépé infatti ha scelto di giocare con l’Arsenal in Europa League e di rinunciare alla Champions League, che avrebbe giocato se avesse firmato con il Napoli o il Bayern.

Dopo la scorsa stagione era evidente che le lacune maggiori della rosa dell’Arsenal fossero in una linea difensiva non all’altezza delle ambizioni della squadra di Emery. L’Arsenal ha deciso di sistemare il problema sul mercato ma effettivamente, con Pépé, ha coperto anche una lacuna meno evidente al primo sguardo: quella di atletismo e capacità di saltare l’uomo sulla fascia destra. Nonostante l’apparente abbondanza offensiva infatti, nessuno dei giocatori a disposizione di Emery aveva la velocità e la verticalità necessarie per poter schierare un tridente in grado di reggere i ritmi e le esigenze della Premier League.

Arrivato a Lille sotto Bielsa, Pépé ha ammesso di non aver capito il geniale allenatore, ma al tempo stesso è probabile che Bielsa non abbia inquadrato bene le sue caratteristiche, visto che lo faceva partire al centro dell’attacco. Dall’anno successivo, sotto Galtier, Pépé è stato spostato sulla fascia destra e ha fatto vedere tutto il suo talento, fino all’esplosione dell’ultima stagione. A 24 anni è quasi un “late bloomer” per un ruolo in cui solitamente il talento d’élite si nota subito, ma i 23 gol e 12 assist della scorsa stagione ne hanno fatto uno degli esterni più ambiti del mercato. Nel calcio contemporaneo si cercano spesso giocatori in grado di generare superiorità numerica nei pressi dell’area di rigore attraverso il dribbling o l’atletismo, capaci se necessario di concludere in porta, e Pépé ha dimostrato di saper fare tutte queste cose.

Pépé è un giocatore estremamente creativo che dà il meglio in un contesto di calcio verticale, dove può esprimere tutta la sua tecnica in velocità e le sue ottime letture senza palla per arrivare a calciare in porta col suo sinistro. Il suo primo passo è praticamente imprendibile, ma non è un’ala che riceve soltanto con i piedi nei pressi della linea laterale per puntare l’area dopo il dribbling.

Nel Lille il fronte d’attacco fluido gli permetteva di puntare l’uomo se riceveva dall’esterno e partire poi in conduzione, e i 2.7 dribbling riusciti per 90’ sono un esempio di quanto fosse efficace nel saltare l’avversario. Poteva però scegliere anche di muoversi nel mezzo spazio, praticamente sempre con i tempi giusti, e ricevere dietro la linea di pressione per poi puntare la porta, un tipo di movimento difficile da marcare per le difese avversarie, perché lo portava a ricevere in mezzo tra il difensore centrale e il terzino sinistro. Con la sua velocità nel gesto, poi, mandava in crisi il cambio di marcatura e poteva così arrivare in corsa in area di rigore col pallone tra i piedi.

Pépé è insomma un giocatore di grande talento con il pallone e senza, che ama ricevere a diverse altezze del campo durante la partita e variare le sue azioni (che però, va detto, arrivano principalmente fronte alla porta). Pur avendo alle spalle solo una stagione veramente ad alto livello, Pépé sembra avere le caratteristiche giuste per funzionare in Premier League e completare il fronte offensivo dell’Arsenal con un profilo prima assente in rosa e che sembra fatto per intendersi con Lacazette e Aubameyang.

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