Buffon: "Io più forte di 5 anni fa. Finale Champions contro la Juve? No, grazie"

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L’attuale portiere del Psg si è raccontato ai microfoni de La Gazzetta dello Sport. Passato, presente e futuro, dall’addio alla Juve a quello alla Nazionale: “Il cerchio con i bianconeri andava chiuso. Una possibile finale contro di loro? La mia gioia non può essere legata alle lacrime dei miei ex compagni o tifosi. Ne abbiamo piante fin troppe insieme”

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Seimilacentoundici giorni con la stessa identica maglia. Sponsor diversi, formato diverso. Colori identici, così come il nome. Buffon e la Juventus, un amore lungo una vita. Per sempre, o quasi. Perché poi le strade si sono separate. L’addio – o l’arrivederci, chissà – si è consumato in estate, dopo un ultimo Scudetto alzato al cielo. Il presente dice Parigi, perché Buffon ha sì 40 anni ma ancora tanta voglia di giocare: “Cosa farò in futuro? Posso andare in televisione come Del Piero, ma mi tengo più aperte le strade di allenatore o dirigente – ha raccontato in una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport – quando avevo deciso di smettere, prima del Psg, avevo cominciato a parlare per un eventuale ruolo in Federcalcio. Potrei riconsiderarlo in futuro, ma bisognerà valutare il contesto, le persone e le reali possibilità di fare le cose utili”. Ma adesso c’è da pensare al campo, con un occhio al presente e uno su quello che è stato il passato.

“Finale con la Juve? No, grazie”

Impossibile non parlare di Juventus. Più di 600 le partite in bianconero, un’intera carriera da calciatore e non solo. Potrebbe ritrovarsela davanti, perché Psg e Juve sono due fra le big che si contenderanno la Champions: “Ma in finale, possibilmente, non vorrei incontrarla – sottolinea -perché non voglio che la mia eventuale gioia sia condizionata dalle lacrime dei miei ex compagni e dei miei ex tifosi. Ne abbiamo già piante troppe insieme. Mi merito una gioia piena. Se proprio devo affrontare la Juve, meglio prima della finale”. Chiaro, chiarissimo. Così come il suo pensiero sulle favorite del torneo: “La Juve parte in pole? Tra le tre favorite. In Champions non può esserci una favorita sola. Come vedo il Napoli? “Ancelotti è un grande allenatore che attraverso la tranquillità del lavoro quotidiano sa trasmettere una mentalità vincente, non ansiosa. Girone difficile e stimolante”. L’obiettivo, per il Psg, è arrivare fino in fondo. Vincere partite come quella di Madrid, per esempio. Anche se poi il rigore di Ronaldo cancellò il sogno: “Se le lacrime di CR7 a Valencia mi hanno fatto tornare in mente i fatti di Madrid? No, perché io non ho mai detto che l’arbitro sbagliò di sicuro. Io, in modo un po’ colorito, dissi solo che c’era un dubbio e che a quel punto della partita andava gestito in modo diverso dall’arbitro. E di questo ne sarò convinto per tutta la vita. Ma vedendo Valencia, non ho pensato a Madrid”. Già, Cristiano. Dopo quella partita andò a consolarlo in zona mista. Oggi avrebbe potuto trovarselo come compagno di squadra: “Lo ringrazio perché se sono arrivato a parare fino a 40 anni, lo devo anche alla sua grande cultura del lavoro. Mi ha sempre ispirato”. Nessun rimpianto, però: “Con la Juve il cerchio andava chiuso lì. Lo abbiamo programmato insieme, da molto lontano. Con la piena soddisfazione di tutti. Non aveva senso ritardare la decisione di un anno. La forza della Juve è la serietà della programmazione. Io alla Juve mi sono sempre sentito amato: dal presidente, da John, dai compagni, dai tifosi. E so che devo andare nei posti dove c’è bisogno di me. Alla Juve non c’era più bisogno, ormai volava da sola. Anche perché sentivo il peso delle responsabilità portate per tanti anni. Allora ho deciso di smettere, di lasciare il calcio, anche se mi sentivo ancora in grado di giocare. Ma se ti comporti bene, senza egoismo, la vita ti premia sempre. Infatti è arrivata la chiamata del PSg, dove c’era bisogno di me. Ho telefonato ad Andrea Agnelli che mi ha detto: “Vai pure, Gigi. Buona fortuna. La storia della Juve è molto più grande della mia e può vincere senza di me”. Chiosa anche sull’addio inaspettato di Marotta: “Sono rimasto sorpreso dalla tempistica. Quanto di buono ha fatto Marotta è sotto gli occhi di tutti, ma la Juve è così: programma, svecchia e rinnova ancora per vincere”.

“Zero possibilità che torni in Nazionale”

La Juventus non è il solo grande amore di Buffon. Nella sua carriera c’è stat anche tanta Italia. Con la Nazionale è salito sul tetto del mondo, versando lacrime di dolore un anno fa dopo la mancata qualificazione al Mondiale in Russia per mano della Svezia. Poi Di Biagio, nel suo brevissimo regno, lo ha richiamato. Ma le tante critiche da parte della gente hanno ferito e non poco il cuore di Gigi: “Di Biagio mi telefona e mi dice che ha bisogno di me per le due amichevoli. Anche se era un momento difficile, per amicizia e senso di responsabilità io ho risposto di sì. Ma a quel punto sono state dette cose vergognose, mi hanno fatto passare per l’imbucato alla festa, per il vecchio che si aggrappa alla poltrona. In tutto il mondo mi vedevano con orgoglio, per come rappresentavo l’azzurro, e la critica parlava solo della necessità di rinnovare. A darmi rabbia non erano le cose su di me, ma che addetti ai lavori non si rendessero conto che per risollevarsi c’era bisogno del giusto mix tra giovani e giocatori esperti. I progetti sui giovani spesso diventano alibi per allontanare la pressione della vittoria. Noi siamo l’Italia e dobbiamo sempre giocare per vincere! La maglia azzurra che ho portato per 25 anni, gloriosa ed emozionante, merita rispetto. In Nazionale devono andarci sempre i migliori, a prescindere dall’età. Come quando contestavano Thiago Motta... Thiago ha vinto due Champions, giocava nel Paris Saint Germain con Verratti. Il problema era Motta? Mi sembrava di impazzire... Semmai gli altri 22... Per vincere servono esperienza, personalità, carisma. E allora, per orgoglio e dignità, anche a costo di sembrare superbo, mi sono fatto da parte. A Mancini, molto carino, che mi ha chiamato per chiedermi una disponibilità in caso di grande emergenza, ho detto sì, ma non ce ne sarà bisogno. Dietro a Donnarumma ci sono Perin, Sirigu, c’è Cragno che sta crescendo, tornerà Meret. Insomma, possibilità nulle che io possa tornare”.

Il presente a Parigi

Infine c’è il Psg, la nuova avventura di Buffon. Un nuovo capitolo in un libro lungo 40 anni. Tante le stelle con cui condivide lo spogliatoio: “Ma in tutta la mia carriera ho avuto la fortuna di allenarmi sempre con grandi campioni. Non è una novità. Il confronto con i migliori mi ha fatto forte. Neymar ha una visione dell’ultimo passaggio sconcertante. Rimani a lì a chiederti: ma dove cavolo l’ha fatto passare quel pallone... Attenti, però. Ora che vedo Verratti tutti i giorni, vi assicuro che non è inferiore. Nei passaggi filtranti Marco vale Neymar. Non a caso l’80% dei palloni se li passano tra loro. Mbappé è una forza della natura e ha voglia di spaccare il mondo. Pallone d’Oro? Se lo merita, nella Francia mondiale c’è molto di suo”. Suo collega di reparto Aerola, quindici anni in meno di lui e considerato il futuro per la porta della Nazionale transalpina: “Ho conquistato il ruolo che volevo e per il quale sono stato scelto: mettere a disposizione le mie conoscenze per fare crescere l’ambiente e dimostrare che ci sono ancora e ci sono bene. Mi sento più forte di cinque anni fa. Dopo una settimana hanno capito che non era arrivato uno che stava invecchiando, ma che voleva ritagliarsi spazi importanti e se li sta guadagnando. Senza perdere di vista il focus: far crescere la squadra. Quando gioca Alphonse (Areola ndr), mi impegno per farlo rendere al massimo”.

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