Juve, Sarri: "La Juve attira amore ma anche odio. Primo viaggio? A Roma per la Coppa"

Serie A

Le parole dell'allenatore bianconero: "Dopo il lockdown vorrei andare a Roma per la finale di Coppa Italia e in qualsiasi altra città europea. Per il calcio ho pianto ma mai in pubblico, è segno di passione. In questi giorni vedo tante partite vecchie, il Milan di Sacchi era 20 anni avanti. Scaramanzia? In questo mondo è impossibile non esserlo, molto dipende dagli altri"

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Il mondo del calcio è fermo per il coronavirus, per allenatori e calciatori è il momento di tirare un po' il fiato in attesa di riprendere. È quello che sta facendo Maurizio Sarri, che però sta già pensando ai viaggi da fare con la sua Juventus dopo la sospensione: "Vorrei andare a Roma per la finale di Coppa Italia e in qualsiasi altra città europea per andare avanti in Champions League", le parole dell'allenatore al canale ufficiale della società. Nel frattempo, però, Sarri è a casa in attesa di riprendere: "Non ho la testa libera per lavorare molto, sto guardando delle partite e farlo in maniera molto distaccata ti dà un'idea diversa. Penso che l'estate la faremo giocando, quindi questo è il momento giusto per staccare un po' visto che tra una stagione e l'altra ci sarà una sosta minima. Leggo molto e guardo delle partite vecchie, quando vedo il Milan di Sacchi penso che erano avanti di 20 anni".

"La Juve attira amore e anche odio"

Sarri ha parlato anche di cosa significhi essere juventino. "Due cose mi hanno colpito: l’amore e l’odio. Noi siamo circondati dall’amore in qualsiasi città d’Italia ed è una cosa bellissima, ma siamo anche sempre circondati dall’odio. Noi siamo sempre quelli favoriti dagli arbitri, poi guardi i numeri e dicono altro. Personalmente io sono stato insultato a Napoli, città dove sono nato e dove ho dato tutto, se non ho vinto lì è perché sono scarso. E a Torino ho ricevuto cori contro mia madre dai tifosi della Fiorentina. Quando sei attaccato dall’esterno, diventi più legato all’interno. Se diventi gobbo è per questo".

"Ho pianto per il calcio, è segno di passione"

La Juve è l'ultima tappa di una lunga carriera, tra gavetta e lacrime: "Ho pianto più per sofferenza che per il calcio, anche perché a questi livelli ho vinto poco. Pubblicamente non mi è mai accaduto, a casa mi è scesa qualche lacrima sia per gioia che per tristezza. Quando hai tanta passione credo sia naturale, non è un segno di debolezza ma di forza perché lì crei i presupposti per ritrovare motivazioni e idee. I rapporto con i calciatori? Nelle grandi squadre ci metti un po' di più, ma i rapporti umani li crei comunque. Alla fine comunque hai a che fare con ragazzi tra i 20 e i 30 anni, cambiano le qualità tecniche e il contorno. Per esempio al Chelsea ho avuto per mesi un rapporto conflittuale, ma alla fine tutti piangevano per la separazione. Poi io non sono un uomo da pacche sulla spalla, parlo più di quello che si sbaglia che di quello che si fa bene. Per un giocatore forse questa è una cosa negativa, ma alla lunga apprezzano questa sincerità. I rapporti più difficili li ho avuti con quelli che ho fatto giocar poco, ma ora mi chiamano spesso anche loro".

"In questo mondo è naturale essere scaramantici"

Sarri e la scaramanzia, in questo venerdì 17: "Facciamo un lavoro legato a episodi e a prestazioni di altre persone, molto dipende da noi ma tanti particolari no. In queste situazioni la mente umana diventa un po' scaramantica, non credo che ci siano calciatori o allenatori avulsi da qualsiasi scaramanzia. Ci sono migliaia di episodi, ne racconto uno: quando allenavo in Eccellenza in Toscana avevo la fissazione di mettere la macchina sempre allo stesso posto nel parcheggio, i ragazzi se n'erano accorti e ogni tanto ne mettevano una lì apposta e una volta entrai negli spogliatoi dicendo a un ragazzo che se non l'avesse spostata lui l'avrei fatto io in altro modo, lui non uscì e allora gliela portai via. Quella partita poi finì 2-0 per noi, non mi dissero niente e da quel giorno il posto rimase sempre libero".

"Figline Valdarno, Sting e Dustin Hoffman"

Poi la sua Toscana: "Ero diviso tra Figline Valdarno e Firenze, perché d'estate mi trasferivo nella casa dei nonni. Non vedo grandi differenze tra le varie zone della Toscana, si mangia bene ovunque. Al bar di Figline succedeva di tutto, era il punto di ritrovo di tutto il paese. Da una trentina d'anni lì abita Sting, un giorno vedemmo passare un personaggio a piedi e il titolare del bar ci disse che era Dustin Hoffman. Uno lo chiamò per scherzo, questo si girò e venne verso di noi ed era veramente lui, che era ospite proprio di Sting". Sulla sua passione per i libri: "L'ultima mia professoressa d'italiano mi ha inculcato la voglia di leggere. Vide che io mi annoiavo, lasciò stare il programma tradizionale e iniziò a interrogarmi sui libri. Da lì è iniziata la mia passione, ho fatto delle follie come leggere tutto l'Ulisse di James Joyce. Poi è iniziata la mia passione per Bukowski, non mi davo pace finché non finivo tutti i suoi libri".

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