Eriksson e Pancaro a #CasaSkySport: "Scudetto 2000 con la Lazio, la squadra più forte"

#CASASKYSPORT

Ospiti a #CasaSkySport due protagonisti dello scudetto biancoceleste nel 2000, trionfo risalente a vent'anni fa esatti. Ecco l'allenatore svedese, artefice della festa: "Ricorderò sempre quel giorno, è stato il club più forte che ho mai allenato". Ricordi ed ex giocatori passati in panchina: "Mancini e Mihajlovic me lo aspettavo, Simone Inzaghi una sorpresa". E Pancaro: "Gruppo fondamentale per la vittoria del titolo"

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Era il 14 maggio 2000, anno del centenario e del 2° storico scudetto della Lazio. A vent’anni esatti di distanza si ricorda l’evento a #CasaSkySport, appuntamento che ha accolto due protagonisti di quel gruppo: ecco Sven-Goran Eriksson, ex allenatore dei biancocelesti, e Giuseppe Pancaro all’epoca terzino di quella squadra fenomenale. Insieme a loro, in collegamento, anche Luca Marchegiani che difendeva i pali proprio della Lazio: "Grande emozione, è stato il coronamento di una stagione e di un inseguimento al traguardo che sembrava sfuggirci. Da un paio d’anni eravamo pronti a centrarlo. Vincere in Italia non è mai facile, oggi come allora". E proprio del 14 maggio 2000, Eriksson ricorda tutto nitidamente: "È stato troppo bello, forse meritavamo anche l’anno prima. Quella Lazio è stata la squadra più forte che ho mai allenato coi club. Abbiamo dovuto aspettare 45 minuti-un’ora per il risultato finale di Perugia-Juventus". Una situazione surreale, ammette Marchegiani: "Il cuore batteva forte. Non si può dire che non ci credessimo. Stavamo meglio della Juve nel finale di stagione, l’obiettivo era quello di arrivare allo spareggio. In realtà persero e non fu necessario. Noi puntavamo proprio a quello: eravamo convinti di vincerlo, ci sentivamo più forti". Ed Eriksson cosa provava? "Penso che ognuno avesse reazioni diverse durante l’attesa. Qualcuno non si muoveva. Io camminavo, non riuscivo a stare fermo. Ero nervoso. In quei momenti non si può fare nulla: solo aspettare. È terribile per certi versi, ma alla fine fu una grande gioia".

La super Lazio del 2000

Stile, temperamento ma anche capacità gestionale nel profilo di Eriksson, parola di Marchegiani: "È un grande allenatore, è riuscito a vincere campionato e coppe in tre Nazioni diverse (Italia, Portogallo e Svezia). È un vincente dove si è cimentato. In particolare, per lo scudetto, è stato determinante nel mantenere la nostra fiducia. Coraggio e serenità, i risultati li ha ottenuti sia per il carattere sia per la squadra ma anche come guida, sicura e serena. È stato fondamentale". Lo svedese apprezza e ringrazia, lui come i suoi compagni: "Tutti erano grandi campioni e professionisti, anche l’anno precedente fecero un grande lavoro. Quando ero arrivato alla Lazio nel 1997, la squadra era già forte: poi lo diventò ancora di più. Allenarli era un sogno per me, tutti erano importanti". Una campagna di rinforzamento lunga anni, soprattutto con l’arrivo di giocatori abituati a vincere: "Furono acquistati Mancini, Salas, Veron e così via - ricorda Marchegiani -, ci hanno aiutato tantissimo a crescere".

L'abilità di Eriksson

Tanti campioni, vero, ma fu determinante la gestione di Eriksson che li alternò dai terzini agli attaccanti senza mai provocare discussioni. A pesare anche l'atteggiamento tattico, come in occasione del suo primo derby di Roma: "Favalli fu espulso al 7’ - racconta Marchegiani -, toglie una punta? No, mette Jugovic terzino sinistro, Nedved in mezzo e Mancini laterale. Più avanti toglierà un mediano come Almeyda restando offensivo. Quella Lazio segnerà tre gol in 10 uomini alla Roma, lì è cambiata la storia dei derby. Avevamo una grande ammirazione per Eriksson. Sono quegli episodi che cementano rapporto tra allenatore e squadra in termini di fiducia. Se l’è guadagnata". Non era tutto rose e fiori, ha ammesso Sven: "La squadra era fortissima, ma durante gli anni qualche problema si è verificato. Il calcio è anche questo. Ma quando arrivava la domenica tutti volevano vincere, questo era importantissimo. Potevamo non essere d’accordo, ma in partita era un 'tutti per uno' per davvero".

La scuola di allenatori

Una Lazio fenomenale e dai tantissimi big diventati allenatori di successo, come Roberto Mancini: "Mancio il grande - l’abbraccio di Eriksson -, se me lo aspettavo così in panchina? Senza dubbio, lo era anche da giocatore. Doveva diventare un allenatore e lo è diventato". All’appello risponde anche Sinisa Mihajlovic, che al nostro Paolo Condò descriveva lo svedese come "un maestro". "Mi fa molto piacere sia diventato un manager di alto livello come altri ex compagni. Quando lo incontrai la prima volta era alla Sampdoria e giocava ala sinistra: 'Tu sei un difensore', gli dissi ma lui non gradì. Lo misi centrale e non si è più mosso. Che coppia con Nesta, forse la più grande". Anche il Cholo Simeone e Simone Inzaghi hanno seguito le sue orme: "Merito mio? Non lo so, ma sono felice quando vedo ex miei giocatori diventati allenatori. Sono orgoglioso se hanno preso anche pochissimo da me. Inzaghi non pensavo diventasse allenatore: era giovane e non giocava sempre, ma era disponibile e allegro. Poche partite ma tanti gol per lui. È una gran bella sorpresa lo sia diventato e sta facendo benissimo. La Lazio gioca il miglior calcio in Italia grazie a lui".

Lazio ieri e oggi, le differenze

Di quella Lazio facevano parte altri due campioni come Alessandro Nesta e Pavel Nedved: "Nesta era giovane e capitano, uno dei difensori centrali più forti del mondo. Nedved un professionista incredibile. Il primo anno, a stagione finita, tutti andavano in vacanza: dopo una settimana lui era a Formello e voleva allenarsi. Gli bastavano 7 giorni di relax". C’è qualcosa che unisce quella squadra e l’attuale formazione di Simone Inzaghi? "La Lazio vent’anni fa aveva grandissimi campioni - spiega Eriksson -, quella di oggi ha meno campioni, forse, ma è uno splendido collettivo. L’ ho vista solo in televisione, ma è un gruppo davvero forte e Inzaghi è stato bravissimo". Ma la sua Lazio poteva vincere di più? "Io penso di sì, forse l’anno prima dello scudetto. Abbiamo perso male in Coppa Uefa contro l’Inter, 3-0. Anche il Valencia ai quarti di Champions, ci distrusse. Si poteva vincere di più vero, ma 7 titoli in 3 anni sono tanti. E potevamo addirittura perdere di più". Eriksson si è infine pronunciato sull'addio, lui che nel 2001 scelse la panchina della Nazionale inglese: "Arrivò quella possibilità che disturbò l’ambiente, sentivo che la squadra non girava come doveva. Penso che fosse anche per causa mia e mi sento colpevole. Per questo decisi di andare via, era la cosa migliore per la Lazio. Era difficile dire no all’Inghilterra, probabilmente me ne sarei pentito. Ma sono contento lo stesso".

Pancaro: "Biondi per festeggiare"

Ospite come Sven-Goran Eriksson anche Giuseppe 'Pippo' Pancaro, uno dei protagonisti di quell’impresa: "Le emozioni ci sono sempre, ho la consapevolezza di essere stato davvero fortunato ad aver fatto parte di quella squadra. Se ci sentivamo forti? La sensazione che lo fossimo l’avevo avuto subito già al mio esordio, nel 1997 in Lazio-Napoli. Arrivavo dal Cagliari, lo sentii immediatamente". I più attenti ricordano anche Pancaro e compagni platinati per festeggiare lo scudetto: "Non era prestabilito, decidemmo di farlo il giorno dopo. Faceva capire il nostro stato d’animo: per alcuni di noi era la prima vittoria importante. L’abbiamo manifestato così".

Eriksson il maestro

Lo stesso Pancaro, tra le domande ricevute, ha raccontato i due gol segnati all’Inter nell’anno dello scudetto: "Il più importante fu quello all’Olimpico per la reazione dello stadio, eravamo sotto di due gol. Partita chiave, la squadra non ci stava a perdere". Sull’impronta di Eriksson alla squadra: "Nell’anno dello scudetto non c’è stato nessuno nel gruppo che non abbia dato un contributo fondamentale per la vittoria dello scudetto. Eriksson è stato un maestro nella gestione del gruppo, fece sentire tutti importanti". Certo, quella Lazio aveva una vocazione estremamente offensiva come ricordano 'Pippo' e Marchegiani: "Insieme ai difensori dovevamo tenere botta. Tanto talento davanti, ma eravamo spesso sbilanciati. Mancini in Coppa delle Coppe giocò centrocampista centrale. Sulla difesa c’era pressione, dovevamo essere degli ottimi comprimari ma siamo stati in grado di farlo". E per Pancaro c’è infine il momento di elencare i compagni più forti con cui ha giocato: "Nesta e Maldini in difesa, Veron e Pirlo a centrocampo. E davanti Vieri".

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