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Capello a Sky: "Baresi è stato un Capitano umile, onesto e imbattibile"

Serie A

Intervenuto a Sky Sport 24, Fabio Capello ha ricordato Franco Baresi, capitano del suo Milan dal 1991 al 1996, morto a 66 anni. L'allenatore friulano ha celebrato la grandezza di Baresi, definendolo "un uomo famosissimo e umile". Capello ha sottolineato la sua leadership fatta di fatti e non di parole: un'icona di umiltà paragonabile a Gaetano Scirea, che il mister indica come modello ai giovani: "Per raggiungere i risultati bisogna lavorare e non adagiarsi mai".

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Fabio Capello e Franco Baresi hanno condiviso cinque stagioni e mezzo al Milan. Dopo una breve parentesi nel 1987, in cui il tecnico friulano subentrò all'esonerato Liedholm, i due si ritrovarono a Milanello nella stagione 1991-92, dopo l'addio di Arrigo Sacchi ai rossoneri. Se nella prima annata il Milan vinse il campionato senza perdere nemmeno una partita (evento mai capitato prima in Serie A), i rossoneri si sarebbero definitvamente imposti negli anni successivi, sia in Italia che in Europa. Se in territorio nazionale il Milan avrebbe vinto altri tre Scudetti (nel 1993, 1994 e 1996, per un totale di 4), in ambito europeo il Diavolo conquistò la quinta Champions League della sua storia ad Atene nel 1994, battendo in finale 4-0 il Barcellona di Johan Cruyff. Nel giorno dell'addio al grande Baresi, Capello lo ha ricordato a Sky Sport24.

"È una grande emozione, sono in grande difficoltà anche a parlare. Sono ricordi di un giocatore, di un uomo, di una persona che merita un grande omaggio da parte di tutti. Un grande ricordo. Io l'ho visto esordire in Serie A, giocare con lui e ho avuto la fortuna poi di allenarlo. E quindi conoscere sotto vari aspetti il giocatore Baresi e l'uomo Baresi".

 

Mister, con il Milan un legame indissolubile, quasi unico, una fede incrollabile e incontrollabile che poi è stata ripagata negli anni con i trofei, ma anche con l'amore dei tifosi così importante...

"Un giocatore così bravo, così importante, come ha detto lei in questo momento, non può non essere ricordato nel modo più bello che possa esserci. È una Milano che deve abbracciarlo, è una Milano che deve ringraziare il giocatore per quello che ha dato al Milan, ma ha dato anche all'Italia. Io che ho avuto la fortuna di allenarlo, per la serietà, per l'attaccamento alla maglia, per l'impegno che ci metteva in ogni momento della partita e dell'allenamento, è stato un esempio per tutti. E soprattutto è stato un uomo. Un uomo onesto e modesto, che è una cosa difficile da trovare vista la popolarità che aveva. Non se la tirava, era uno che parlava con tutti con la stessa naturalezza con cui si proponeva in campo durante le partite. È stato, secondo me, uno di quei giocatori che tutti gli allenatori vorrebbero avere, perché oltre ad essere fondamentale tatticamente per l'intelligenza che aveva in campo, era quello che trasmetteva forza e volontà a tutti quanti a non arrendersi mai".

 

Non è solo però questione tecnica quello che l'ha contraddistinto: ci sono dei geni che l'hanno reso veramente unico, al punto tale che a soli 22 anni Baresi è diventato capitano rossonero. Un avvenimento praticamente unico data la giovinezza con cui ha iniziato ad indossare la fascia da capitano, e poi l'ha onorata veramente.

"Ma certamente. Quando è stato scelto come capitano era molto giovane, dopo Rivera credo sia stato lui a prendere la fascia da capitano, quindi un passaggio storico. Ha tenuto questa fascia da capitano e l'ha onorata facendo tutto il possibile affinché il Milan riuscisse a raggiungere i risultati che ha raggiunto. E avere un capitano così, che quando ti dice qualcosa, anche se non era un grande parlatore, era importante per tutti quanti. Soprattutto quando arrivavano i nuovi giocatori stranieri e vedevano quest'uomo, che avevano visto solamente come avversario o l'avevano visto per televisione, comportarsi in una maniera così precisa, così seria, era qualcosa di diverso per tutti quanti".

 

Con Lei il Milan ha scritto la storia di questo club, la storia degli Invincibili, e Franco ne era capitano. La dichiarazione è stata: "Ognuno rendeva migliore l'altro". Le chiedo se può confermare queste parole e che ruolo aveva Franco Baresi nell'unione di quello spogliatoio.

"Beh, era quello che dirigeva l'orchestra. E l'orchestra più importante per questa squadra è sempre stata la difesa. La difesa che ha cominciato a giocare in una certa maniera con Arrigo Sacchi, poi si è evoluta con me come allenatore... è stato qualcosa di incredibile come lui riusciva a dirigere il fuorigioco, come riusciva a dirigere i quattro difensori richiamando i centrocampisti. È stato il vero regista. E quindi qualcosa che ha fatto sognare gli spettatori, i tifosi del Milan, ma soprattutto fa sognare un allenatore. Avere un giocatore con quella sensibilità, con quell'equilibrio in campo, è qualcosa di unico".

 

Dal punto di vista tattico-tecnico, ha cambiato l'interpretazione storica del suo ruolo, da libero a centrale. Diciamo che ha capito il gioco forse meglio di tutti gli altri.

"Sì, ha cominciato a farlo con Arrigo (Sacchi, ndr), bisogna dirlo. Arrigo gli ha insegnato, lo ha guidato molto, e poi quando sono arrivato io abbiamo cambiato qualcosa, abbiamo fatto dei movimenti un po' diversi, ma lui si è adeguato immediatamente e ha capito che bisognava fare qualcosa di nuovo. Ed è molto importante non fossilizzarsi su delle idee, ma accettare le nuove idee dell'allenatore. Bellissimo questo quando trovi una persona così che riesce poi a trasmettere questa volontà, questo desiderio ai compagni. È questa la cosa più importante: dire ai compagni che stiamo seguendo una strada giusta e far sì che questo diventi realtà".

 

È vero che Baresi fosse uno di poche parole ma tantissimi fatti, lo abbiamo visto in campo alzare trofeo su trofeo, eppure sembra non aver mai abbandonato la sua aplomb, la sua compostezza che lo contraddistingueva.

"Sì, e la cosa bella è che, pur essendo così importante, così bravo, così famoso, era sempre rimasto modesto. Ed è una cosa che è stata apprezzata da tutti in tutti i momenti. Era uno che non se la tirava, che non faceva pesare la sua popolarità. E quindi un uomo famosissimo e modesto, che trasmetteva questa serenità anche agli altri. E questa voglia di non adagiarsi: è sempre stato partecipe a tutte le cose".

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Per quanto riguarda la comparsa nello stadio a San Siro per la cerimonia inaugurale per le Olimpiadi di Milano-Cortina... Lei per caso l'ha sentito in quei giorni? Qual era la sua emozione, ce la sa raccontare?

"No, non l'ho sentito, però è stata una grande gioia vederlo entrare nello stadio San Siro con la fiaccola. Ed è qualcosa che mi emoziona".

 

Ha un ricordo specifico di come preparasse e vivesse la rivalità sportiva, ovviamente, perché sappiamo che la sportività è stata una delle sue grandi caratteristiche, con l'Inter, data anche la presenza del fratello Giuseppe?

"Beh, c'era rivalità sportiva, come è stato detto, e non altro. Quando si parla di famiglia è famiglia, e lui sotto questo aspetto era molto attaccato alla famiglia, alla quella sua famiglia e alla famiglia nel senso del fratello. Per cui non c'era rivalità, c'era grande rispetto, che è la cosa più bella che ci possa essere: il rispetto".

 

La storia con la Nazionale: vince il Mondiale nell'82, Sacchi poi lo convince a tornare in azzurro per i Mondiali del '94 e ci riuscì a guidare anche da capitano l'Italia, nonostante poi il finale amaro con il Brasile ai rigori. Il suo ricordo di Baresi in maglia azzurra?

"Il ricordo di un giocatore che anche in maglia azzurra si proponeva con la stessa personalità, con la stessa voglia e determinazione. Il fatto stesso che volle giocare la finale dopo essere stato operato... io credo che sia il record: operazione al menisco e subito dopo 22-23 giorni essere pronto per una partita di finale della Coppa del Mondo è qualcosa di unico. Voleva dire che per lui il dolore non esisteva, per lui la cosa più importante era onorare quella maglia ed essere presente perché sapeva che con la sua presenza la squadra avrebbe dato qualcosa in più, perché lui era il coordinatore della difesa. È stata la sfortuna quella volta che quel rigore, quel calcio di rigore è andato alto. E le lacrime sono proprio la dimostrazione del grande attaccamento e dispiacere che ha avuto quel giorno".

 

Lei ha vissuto con Baresi e anche Scirea. C'è un filo che lega queste due leggende con il simbolico e importante numero 6?

"L'umiltà. L'umiltà di tutti e due. La grande bravura tecnica e nel saper stare in campo ed essere leader senza far valere questo loro grande aspetto ed essere normali in tutti i momenti. Veramente un bellissimo duetto, due grandi giocatori che hanno dato tanto, uno alla Juve e uno al Milan, e che hanno finito la loro carriera-vita troppo presto. Per cui meritano veramente entrambi di essere ricordati come dei grandi esempi per la capacità tecnica, per la volontà, ma soprattutto, cari giovani che ascoltate, ricordatevi che questi erano due grandissimi ma umili giocatori e persone".

 

Vorrei ricordare un dettaglio, perché Diego Armando Maradona, dopo una delle storiche partite e sfide anni '80, chiese la maglia proprio di Franco Baresi e lo definì il difensore più grande che lui avesse mai incontrato. Possiamo confermarlo, no Mister?

"Assolutamente sì. Nell'intervista della presentazione del libro di Baresi,Franco ricordava che non bastava un solo giocatore per fermare Maradona, ma forse l'unico che riusciva a impensierirlo e metterlo in difficoltà era Franco Baresi".

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Mister, lascia anche un'eredità e può lasciare un pensiero anche per il fatto dell'attaccamento alla maglia così forte nel Milan di ora, no?

"Sì, forse è un po' più difficile perché ci sono pochi milanisti italiani. Lui è stato un milanista italiano che ha dato tantissimo a tutte le squadre in cui ha giocato, dico la maglia azzurra e la maglia rossonera. Per cui adesso mi piacerebbe molto trovare un altro giocatore di grande livello che potesse ripercorrere, almeno fisiologicamente, la carriera di Franco Baresi. Sarebbe una cosa bellissima e lo ricorderemo ancora di più per tutto quello che ci ha dato, per tutto quello che ha fatto".

 

Se dovesse spiegare a un bambino, a un giovane che non ha mai visto giocare Franco Baresi perché è stato uno dei più grandi di sempre, cosa direbbe?

"Direi: 'Guarda, io ho avuto la fortuna di allenare un ragazzo giovane che si impegnava ad allenarsi, che aveva la voglia di migliorarsi sempre, che non si adagiava mai e quindi continuava a lavorare per raggiungere i risultati. E quindi per raggiungere i risultati bisogna allenarsi, allenarsi, allenarsi e cercare di trovare qualcosa di interessante per migliorarti sempre'."

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