Ibra, è il momento giusto per dire basta

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Giorgio Porrà

Giorgio Porrà

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A quarant’anni e oltre, nell’istante della gloria milanista, il corpo solcato da mille cicatrici, il palmares a grondare medaglie e stupori, Zlatan Ibrahimovic può anche dire basta. All’adrenalina in circolo, ai traguardi da spostare, al ghigno malefico appeso a fior di labbra, all’ossessione di ingannare il tempo, all’illusione di Dorian Gray. In fondo, l’arte che pochi fuoriclasse coltivano: lasciare nell’attimo giusto, per impedire che sbiadisca la memoria della propria regale superiorità.

Il ‘suo’ scudetto

Ibra può farlo, forse deve, perché ha centrato l’ultima missione, il capolavoro definitivo, perché del Piolismo è stato profeta, testimonial, braccio armato, leader spirituale. E forse, persino qualcos’altro. Ora ha nuovamente toccato il cielo, nello scudetto lampeggia anche il suo marchio, sempre lo stesso, quello dell’irregolare, della superstar divisiva, dell’ex adolescente tormentato che combatteva il razzismo con eccessi da bad boy, quando già c’era qualcosa in lui, nel suo modo di stare in campo, che alludeva a un dominio totale. 

Un saggio capobranco

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Anche se l’Ibra milanista, nel corso del viaggio, rimpolpando statistiche già sontuose, aveva svelato un’inedita attitudine, quella del saggio capobranco, sempre pronto a fare da scudo ai più giovani col suo naturale magnetismo. Sfumatura rivelatasi fondamentale anche nella fresca conquista. Figlia dell’intuizione forse più luminosa nel suo inquieto vagabondaggio. Quando lo svedese, stufo di svernare negli States, scelse di rilanciare il Diavolo depresso, si spese alla sua maniera per trasformarlo nell’attuale, sfavillante creatura. 

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Nulla sarebbe accaduto senza le sue frustate a incidere sulla pelle di qualunque evento. Anche inferte dalla panchina, dalla tribuna, da un letto d’ospedale. E’ stato decisivo, tra ripetuti infortuni e limiti dinamici, surfando con rabbia sull’onda dell’inevitabile crepuscolo, anche esibendosi da fermo, a un tocco, con scintille improvvise a friggere dentro ogni respiro, ogni zolla violata. C’è la sua impronta nella impennata irresistibile di Leao e Tonali. Nel sentimento di una squadra sempre reattiva nell’applicarsi attorno al suo senso della sfida, mai arrugginitosi, mai appannatosi nell’incessante nomadismo, da Rosengard, la culla ghetto di Malmoe, alla consacrazione globale. 

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E dev’esserci la sua consapevolezza, adesso, nell’acquietare quelle spinte furiose verso l’immortalità calcistica. Che del resto da tempo già gli appartiene. Perché Ibra, piaccia o no, il calcio lo incarna, lo rappresenta, insiste nel proteggerlo con la sua sorprendente longevità. E forse sceglierà di farlo ancora, in un altro ruolo, magari sempre in rossonero. Se non prevarrà l’istinto del mattatore, il gusto per lo spettacolo, l’urgenza di sperimentare altrove, in tv, nel cinema, la sua vocazione ad andare “oltre”. Ibracadabra, siamo sempre lì. A riflettere attorno al suo tocco magico. Quello sì, non andrà mai in pensione.