Il Milan di Pioli è un patto

scudetto milan
Marco Bucciantini

Marco Bucciantini

Il ruolo di Pioli, il calcio di Pioli, il Milan di Pioli. Un viaggio nelle idee dell'allenatore che in rossonero ha conquistato il primo scudetto della carriera, a 16 anni dal suo debutto su una panchina di Serie A

Il tempo vola, ma non passa

Non per gli uomini che vivono impressi delle emozioni vissute, sognate, aspettate, perdute. Stefano Pioli racconta spesso che basta una chiamata improvvisa, mentre è assorto, e subito la testa e il cuore tornano a Udine, alla mattina in cui perdemmo un uomo importante, Davide Astori. Molti lo scoprirono nelle parole (perfettamente allineate) che composero un lutto di tutti, condiviso, straziante. Lui lo conosceva già, “era una guida, mi appoggiavo a lui (e lui a me) se c’era il bisogno di qualcuno per fare un passo avanti insieme”. Pioli parla degli uomini, non solo dei calciatori, senza pudore nel rivelare la parità di alcuni momenti, contro la sacralità del ruolo dell’allenatore, che altri vogliono elevare alla cattedra, se non proprio all’Olimpo. “Con Ibrahimovic sono cresciuto, mi ha insegnato molto”: ha detto anche questo.

milan pioli

Uno dei segreti del suo Milan

Per raccontare una squadra - dunque il lavoro conclusivo di un tecnico - non si può dividere la persona dall’allenatore: è l’interezza che viene trasferita al gruppo. Con la pienezza, l’integrità (e anche la moralità) si arriva agli altri, e le idee penetrano e i doveri si trattengono. Con la sincerità di una debolezza si crea inclusività - ecco un segreto del Milan competitivo e poi campione - perché ognuno capisce di avere qualcosa da portare, un suo talento, un suo sputo di neve nella valanga.

Pensare insieme alla vittoria

Stefano Pioli arrivò dopo il tentativo affascinante e complicato di Marco Giampaolo: il Milan era confuso, le idee non trovavano la terraferma, i giocatori si avvitavano per abitudini difficili da cambiare, per richieste che mettevano in discussione un gruppo che non trovava una definizione e forse non ne aveva. Serviva qualcosa di saggio, di sensato. Una razionalità che aiutasse a setacciare l’organico, a discernere l’utile dal superfluo. Qui, il pre-giudizio (ci torneremo) su Pioli servì come documento perfetto mostrato all’ufficio di collocamento: eppure se la persona restituisce pacatezza e “normalità”, il calcio pensato viaggia sopra le righe. All’inizio dunque se ne andarono giocatori importanti ma poco capaci di associarsi agli altri o poco disponibili a dare l’anima. Arrivò Ibrahimovic che aiutò Pioli a costruire una mentalità, diffondere una personalità corale, infondere la differenza fra pensare insieme alla vittoria o credere di farlo per semplice impiego delle energie. Il Milan dello scudetto cominciò così.

Il calcio di Pioli

approfondimento

Quanto è aumentato il valore del Milan con Pioli

Una squadra è prima di tutto uno stato d’animo (questa è di Jorge Valdano, e non è recente): l’identità di un gruppo comincia da quel vivere insieme le emozioni di un lavoro e volgerle al positivo. Le impressioni del campo non sono raccontate dalle formule e nelle prime, primissime parole di Pioli - già nell’ottobre del 2019 - c’era il “programma di governo” in rossonero: “Voglio idee, intensità e spregiudicatezza. Il calcio moderno è qualità e intensità. Vogliamo interpretare la fase difensiva come fosse una fase d’attacco, essere aggressivi in avanti e recuperare il pallone il prima possibile”. I segreti del calcio sono semplici ma non banali: non vi s’inciampa per sbaglio o per fortuna, non si raggiungono per desiderio o passione. La serietà e il valore, quando sono autentici e non tirati in ballo per i titoli, sono anche circonfuso di modestia e schivano le frasi a effetto. Tutto questo succedeva, il Milan cresceva come raccomanda la pedagogia, le cose fatte bene, i ragazzi che diventano calciatori e lo fanno insieme, la conoscenza che diventa un rifugio e uno stimolo condiviso, il talento bizzarro ma puro di Theo e Leao che respira libero ma ansima con gli altri. Un’armonia fra i piaceri dell’anarchia e i rigori dell’ordine - per aiutarsi ancora con le citazioni (questa è Margherita Yourcenar). L’imperatore Adriano, vagliando la vita vista nei paraggi della morte, e dunque nella prospettiva più reale, si domandava quando fosse riuscito a tenere insieme le pulsioni e i doveri, i piaceri e i compiti, lo sguardo degli altri e quello verso se stesso, la grande storia che lo chiamava a fare e la lotta di tutti i giorni che lo corrompeva di fatica. Pioli ha imperato nell’unico modo che poteva permettergli il governo di un organico completo ma giovane, forte ma alterno: li ha esaltati di protagonismo, unendoli nella visione. Li ha capiti, li ha valutati come ragazzi e come calciatori. Ha chiesto a tutti uno sguardo in avanti, che è pur sempre una ragione di vita e di gioco: ai difensori ha infuso fiducia lasciandoli fronteggiare attacchi di pari forze numeriche. Si fa ovunque, in Europa, ma in Italia è ancora un fortino di vecchie pietre ancora da espugnare. I terzini sono dentro il gioco fino al tiro in porta - è aumentato il loro uso per linee interne. I gol di Kessiè dello scorso anno sono ereditati da Tonali in questa stagione: il centrocampista più in fiducia deve inondare la partita, pensarsi decisivo, aggiungersi nell’area avversaria. La vocazione individualistica di alcuni non è stata addomesticata ma anzi infervorata e perfino “costruita”: ai vari Leao, Theo, Messias, Rebic, Diaz non è stato chiesto di rinunciare all’istinto o di piegarlo alla Ragion di Stato. Tutt’altro: con movimenti dei compagni, con esche, con giocate subito verticali è stato incoraggiato l’isolamento stile basket. Il duello che deve confondere la difesa avversaria, che deve attrarre lo sguardo su un lato e liberare tiratori altrove, fino al lato debole, dove il Milan non risparmia mai uomini. E Leao quei duelli li vince quasi sempre e allora è anzitutto un’idea che esalta il giocatore più dannoso per gli avversari. È rispetto delle forze a disposizione, agevolate nella loro indole e dentro un’organizzazione sottile come un filo ma duro come un vincolo, come un patto.

I pregiudizi

IL dato

Pioli, lo scudetto più "ritardatario" tra i mister

Il Milan è un patto. Non è mancato questo racconto. Ovunque la squadra è stata coperta di approvazione, anche con le parole più perfide: non sono i più forti. A maggior ragione sono stati più bravi. Tutti hanno riconosciuto nel Milan coraggio, modernità, ritmo di gioco, consapevolezza (quello stato d’animo positivo). Accanto a Pioli però conviveva la religione dei ricordi, quella che riconduce ogni giudizio a una teoria iniziale, potente, invincibile, immutabile, e curva i fatti alle superstizioni, e rovina i giudizi con i pregiudizi. Si può salvare un uomo con la religione dei ricordi o lo si può inchiodare a una croce di sughero con argomenti che non infondono nessuna convinzione ma sono impossibili da smentire. Quindi: Pioli non ha vinto niente. Pioli il secondo anno peggiora sempre. Pioli non ha carattere. Pioli sbaglia sempre le partite decisive. Ovviamente, ogni affermazione può trovare una partita a sostegno e così tutte insieme compongono il postulato, creano l’immaginario tenace e fasullo, allargano le discussioni alla tessitura delle nullerie, lavoro infinito, banale, pigro e quindi perfettamente attagliato ai posti fissi fisici e mentali che ci piace vivere. I mezzi discorsi si arricchiscono fino al compimento: del niente. Perché poi sfogliando il libro e leggendo per il verso onesto, nell’ultimo decennio ci sono tre squadre (Bologna, Lazio, Fiorentina) che Pioli ha portato a un piazzamento che dopo di lui non è più stato raggiunto (finora: a Firenze Italiano lotta per migliorarlo, investito di complimenti).

Come ha superato la bonaccia

tutti i gol

Il film dello scudetto del Milan

In questo patto di uomini, che Pioli ha composto con mano leggera e ferma, il Milan si è esibito vivendo i momenti: nelle stagioni felici e sane, ha espresso un ritmo di gioco difficile da contenere o contrariare per molte squadre della Serie A, mostrando molte soluzioni per vincere le partite. Sempre in verticale, sempre “partecipativo”, con aggiunte riuscite perché il Milan con il vento nelle vele si è innalzato ad estetica, a stile proprio. Apogei che in tutte le sue passate esperienze Pioli ha raggiunto. Il problema era quando il momento passava, quando il vento calava, quando arrivava la bonaccia (quella stasi, quell’assenza di movimento che un allenatore come Conte, per esempio, riesce ad evitare con ossessive stimolazioni). È arrivata la bonaccia, se aspetti, prima o poi un brutto momento arriva, “ma io nella mia carriera ho continuato a crescere e migliorare, questo senz’altro sì, ho investito molto su me stesso. Ammiro tantissimo i miei colleghi, quelli molto giovani, che sono già così pieni di tutto: io ho avuto bisogno delle mie tappe”. L’auto-analisi è sempre una cosa tremendamente importante e seria. Così ecco i soliti infortuni (per lacune fisiche dei giocatori, per necessità di partite intense, per sfortuna, per tutto), ecco la stagione secca, con pochi gol, con quelle soluzioni inaridite e la stanchezza mentale. Ma il Milan c’era: costruito e mantenuto dal mestiere. Quello stato d’animo e quei concetti sempre aggiornati e misteriosamente assimilati (perché la squadra è davvero maiuscola, pensa e vive veramente insieme la partita) hanno permesso di sentire un vento nascosto, hanno trasformato l’alito in refolo, il refolo in gol: c’era poco e diventava tutto. Negli ultimi due mesi la difesa di quel gol, e in fondo di se stessi, di quello che si è stati e diventati ha mostrato l’interezza di una squadra e di un tecnico, la vitalità delle idee quando ormai rimpiazzano i pregiudizi, poteva vincere 1-0 ma nessuno poteva azzardare una critica sulla mancanza di coraggio, di voglia. Il portiere parava e giocava a calcio, la linea d’ombra (il più bel libro sull’assenza di vento, Conrad) era illuminata: quella nave ferma e mai partita era ricchissima di avventura. Succede, quando si è squadra. E il vento torna, se lo conosci: questo il vantaggio del Milan sugli avversari: la consapevolezza, il metodo e la consuetudine a dare tutto, alla prestazione massima (possibile) e sapere che ogni partita può aumentare questo limite, trovando gli atleti pronti perché quell’uomo, in panchina, non vuole smettere di migliorare. Il tempo vola ma non passa. Questi giorni resteranno.