Scudetto Inter, Chivu e la comunicazione da allenatore: come è diventato "mourinhano"
interHa iniziato la stagione parlando di “percorso” (un tormentone), l’ha finita divertendosi a citare Mourinho. Da cauto e prudente, Cristian "Chillvu" è diventato pian piano sempre più consapevole e “aggressivo” anche nelle parole. Le abbiamo analizzate
La narrazione, per usare una parola cara a Cristian Chivu, è cambiata parecchio nel corso della stagione. E con lei anche il suo racconto, la narrazione della narrazione, se vogliamo. Ci scusi l’allenatore dell’Inter se abbiamo preso in prestito le sue parole, tutte quelle che ha usato in un intero anno di Inter a dir la verità, se le abbiamo gettate in un grande calderone di intelligenza artificiale e se abbiamo aspettato con ansia i risultati del computerone, come scienziati pazzi in camice bianco alle prese con quei grossi macchinari da cui alla fine esce fuori una goccia di pozione. Ci scusi, Chivu, ma la tentazione della meta-narrazione era troppo forte. Bene: ma i risultati? Cosa dice il computerone? Di cosa profuma quella goccia di “eau de Chivu” che è venuta fuori?
C'era una volta Cristian "Chillvu"
La prima conclusione è che esistono due Cristian Chivu, all’interno della stessa stagione. Ma non è una scoperta: lo sa benissimo lui stesso, tanto che ci ha giocato su in quella che è diventata la conferenza stampa che ha certificato il cambio d’abito, quella del “non sono un fesso”. Ci torneremo. Chivu è cresciuto, ha fatto un percorso, direbbe lui stesso di se stesso. È partito cauto, schiscio dicono i milanesi, chill dicono i giovani. E in effetti ogni volta che rispondeva alle domande dei giornalisti a inizio anno trasmetteva quel senso di tempo dilatato, di relax e di no stress tipico di chi sa prendere le cose della vita (soprattutto le più importanti tra le meno importanti) in modo easy. Benvenuto all’Inter, Cristian Chillvu. Un mondo dove però c’è da fare i conti con le polemiche settimanali, i riflettori sempre addosso, le domande maliziose tese a estirpare titoli di giornale. E allora di conseguenza anche uno come Chivu inizia a cambiare, ad adeguarsi alla realtà e a risponderle a tono. In pratica, si mourinhizza.
"L'importante è il percorso". Ma sarà vero?
Torniamo a giugno, quando Chivu (una manciata di partite da allenatore del Parma in Serie A dopo una ricca esperienza nelle giovanili, a ogni livello) si aggira tra le macerie che la finale di Champions contro il Psg ha lasciato ad Appiano. C’è uno spogliatoio da ricostruire, più che sulle diagonali e le riaggressioni bisogna lavorare sul morale, sulle motivazioni, sulla ricerca degli obiettivi. Chivu entra in punta di piedi, sceglie la strada del basso profilo ma fissa subito alcuni paletti. Quello dell’Inter sarà un percorso e il percorso è il primo obiettivo, prima ancora degli obiettivi. Fosse stato Helenio Herrera, ci avrebbe fatto un cartello nello spogliatoio, con quella parola. La ripete fino allo sfinimento, ne fa un tormentone. Un po’ come quelli che dicono che non importa tanto la meta quanto il viaggio, o che la vera meta è il viaggio stesso, e cioè le esperienze che si acquisiscono, gli ostacoli che si impara a superare, e tutta quella filosofia di cui il tifoso medio assetato di tituli se ne fa ben poco. Perché qui non siamo On the road con Kerouac: è un campionato e non la vita, è l’Inter che l’anno prima è arrivata seconda per un punto e in finale di Champions e non l’Italia che non va al Mondiale da tre edizioni e va rifatta daccapo. Insomma, quell’umiltà che Chivu predica ripetendo di continuo che “dobbiamo essere la miglior versione di noi stessi” (roba che suona come l’esatto opposto del motto della Juve) non può convincere i tifosi dell’Inter. Certo, ogni tanto li rianima con “ambizione”, un’altra parola che infila volentieri nei suoi discorsi di inizio stagione. Ma i verbi più ricorrenti nelle sue risposte alla stampa (non sappiamo se anche tra le quattro mura dello spogliatoio sia così) sono “crescere”, “migliorare”, “reagire” e “lavorare” (che però non conta: quale allenatore non lo usa?). Senza dimenticare verbi “di intenzione” come “cerchiamo” e “puntiamo” che sono la chiara espressione di un messaggio che si vuole far passare: non è così scontato che l’Inter vinca.
Come è umano lei
E poi c’è quell’umanamente che a Chivu piace usare, o forse gli sgorga fuori in maniera spontanea perché per lui il calcio è veramente fatto innanzitutto da uomini, e per uomini non si intendono solo muscoli e corse ma anche pensieri, paure, ambizioni che ne affollano le teste. Uomini che hanno alle spalle famiglie, cioè altre persone. Ecco come nasce il Chivu “padre di famiglia”, quello che suggerisce a Lautaro di sorridere di più o concede a Thuram di “ridere con il fratellino” prima della partita di ritorno con la Juventus, per smontare l’inutile polemica nata dopo che Marcus all’andata aveva osato scherzare con Khephren nonostante la sconfitta. Meriterebbe poi un intero capitolo a parte il rapporto con Bastoni, difeso come faceva Mourinho con i suoi legionari. Dopo la polemica di Inter-Juve e del rosso a Kalulu ma anche dopo il flop dell’Italia a Zenica. Anche per questa sua "umanità" il primissimo Chivu pareva quasi un alieno (anche un po’ ingenuo) sbarcato nel cinico mondo degli allenatori che rispondono per frasi fatte e studiate per far colpo sui tifosi. Il Chivu che parla di dignità e non parla di arbitri, il Chivu che dribbla le polemiche e non risponde alle provocazioni dei colleghi, il Chivu che ha “un approccio diverso” e non è interessato a “far vedere quanto sono bravo”.
Mourinhano... ma non troppo
Ora, sia chiaro: anche dopo la “trasformazione” l’essenza è rimasta la stessa. I toni sono sempre pacati. Le risposte educate. Non l’abbiamo certo visto lanciare giacche per aria o cavalcare le polemiche, ma è evidente che a furia di scontrarsi con la realtà del calcio si sia dovuto un po’ adeguare anche lui, rimodellare. Anche per auto-difesa, se vogliamo. E allora ecco che quel Chivu così prudente si lascia un po’ andare, e forse la cosa inizia anche a piacergli. Si fa più “aggressivo” (sempre a parole e sempre per quanto possa essere aggressivo Chivu), più mourinhano, si concede qualche stoccatina qua e là per vedere l’effetto che fa. Regala un titolo con tanto di citazione cult (“Non sono un fesso”), ma edulcorando il concetto perché va bene cambiare, ma fino a un certo punto. E riguardatelo mentre lo porge in dono ai giornalisti, con l’occhio furbetto e il sorrisino trattenuto di quello che sa già come andrà a finire. La stessa luce negli occhi di Mou quando realizzò che quel povero giornalista che gli chiedeva di Lampard era finito nella sua trappola. Il “nuovo” Chivu maneggia con sapienza anche l’antica arte dell’ironia tagliente, scimmiottando i colleghi quando dice di essere “contento per aver quasi raggiunto l’obiettivo della zona Champions” nonostante abbia già mezzo scudetto sul petto. Il nuovo Chivu si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa, magari esagerando un po’ quando ricorda che c’era chi a inizio stagione dava l’Inter ottava. Ad ogni modo, alla fine ha avuto ragione lui e il “percorso” è diventato “scudetto”. Senza urla, senza eccessi, alla sua maniera. Come dice il proverbio, “Chi va piano… Chivu lontano”.
