Formula 1, a so(rpasso) nel tempo: Mondiale, storia dei "campioni a due tempi"

Formula 1

Michele Merlino

Sì, siete nella sezione giusta, non stiamo parlando dei due tempi motociclistici, ma di piloti la cui carriera, dopo un inizio sfolgorante, si è arenata

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Emerson Fittipaldi

Che fenomeno Fittipaldi: esordisce giovanissimo a 23 anni, un età anomala per il 1970. OK, non stabilisce il record per il più giovane vincitore, ma a fine stagione è il pilota più giovane tra i 43 partecipanti ed ha già in bacheca una vittoria, il GP degli USA. Nel 1971 patisce uno Stewart stratosferico, ma nel 1972 Jackie (e le Ferrari) pagano pegno sul lato affidabilità ed il brasiliano diventa il campione più giovane di tutti i tempi. Di nuovo un inchino a Sir Stewart nel 1973, quando la Lotus gli preferisce Peterson affossando le sue chance, e Fittipaldi dimostra di che pasta è fatto. Lascia il team di Chapman e si accasa in McLaren, vincendo subito: secondo titolo nel 1974, contro una Ferrari che non gestisce al meglio i suoi piloti. Fittipaldi, a 27 anni, sembra avere davanti un futuro alla Stewart, o alla Fangio: titoli a valanga. Invece? Nel 1975 non ce n’è per nessuno contro la Ferrari ed Emerson vince due gare, ma non è mai seriamente una minaccia per Lauda. Poi, il disastro. Fittipaldi si accoda all’avventura del fratello Wilson, entrando nel progetto Copersucar-Fittipaldi. E’ l’epoca d’oro delle kit-car: prendi un motore Cosworth, lo attacchi ad un telaio qualsiasi, ecco fatta una Formula 1. Ma ci sono kit-car e kit-car. La Fittipaldi, nonostante un talento come Emerson, non emerge mai ed il campione brasiliano in 5 stagioni non riesce ad andare oltre un decimo posto nel mondiale nel 1978. Un secondo tempo inglorioso per colui che resterà il campione del mondo più giovane dal 1972 al 2005, quando Alonso, anche lui presente in questo elenco, prenderà il suo posto.


Primo tempo (1970-1975): 14 vittorie e due mondiali

Secondo tempo (1976-1980): nessuna vittoria (due podi)

Alan Jones

Anche se la carriera di Jones non è “bilanciata” da un numero equo di stagioni, è comunque degna di nota per comprendere come un pilota può perdersi dopo un titolo. L’australiano si fa conoscere alla sua terza stagione, quando vince il GP d’Austria 1977 in grande stile. In una gara bagnata, parte 13° e dà alla Shadow l’unica vittoria della sua storia. Non è un’impresa da poco e Frank Williams lo ingaggia. Il mondiale arriva alla terza stagione con la Williams, nel 1980. Potrebbe raddoppiare nel 1981, ma Reutemann gli fa la guerra all’interno del team e Piquet ne trae vantaggio. Jones se ne va dalla F1: vive alla grande in Australia, dice, poi torna perché si annoia, dice. Fa un’apparizione a Long Beach nel 1983 con la Arrows: un 12° posto in griglia non è male, ma lo diventa se devi ritirarti in gara perché non sei in grado di reggere lo sforzo che richiede una Formula 1. Jones quindi si fa irretire dal progetto di Carl Haas (non Gene), che convince la Ford a costruire un Cosworth turbo per la stagione 1985. La vettura è una Lola, conosciuta anche come “Beatrice”, dal nome dello sponsor che finanzia l’avventura, ma è scarsamente competitiva. Un imbolsito Jones la guida nelle ultime gare del 1985 e nel 1986, riuscendo ad andare a punti in Austria 1986 (4°) e Monza 1986 (6°). Game over per la Lola-Haas e Jones, che si ritira definitivamente.

Primo tempo (1975-1981): 12 vittorie e un mondiale

Secondo tempo (1983-1986): nessuna vittoria (due arrivi a punti)

Damon Hill

Debutta tardi il figlio d’arte (suo padre era Graham Hill) Damon Hill: alla sua prima stagione completa ha 32 anni. Ma che stagione! E’ il 1993 ed è stato promosso da collaudatore a titolare in Williams. Un ruolo di “copertura”, visto che il pilota di punta è Alain Prost, in caccia del quarto mondiale. Sono gli anni in cui le Williams super-elettronicizzate di Newey spadroneggiano, e per Prost il mondiale è una formalità. Damon si dimostra all’altezza di un posto importante a fianco di Alain ed è terzo nel mondiale dietro a Senna. Nel 1994 la Williams fa un passo indietro: l’elettronica è stata bandita e paga dazio contro la Benetton di Schumacher che, secondo un’indagine della FIA, ha ancora qualche trucchetto nascosto nel menu del volante…

Damon è comunque secondo, speronato da Schumacher all’ultima gara. E’ secondo anche nel 1995, quando può poco contro Schumi, ma nel 1996 è la sua occasione: Michael è andato in una Ferrari alla ricerca di competitività, e Damon riesce a vincere il titolo, contro il suo compagno di team, il giovane Jacques Villeneuve (che trovate in questo elenco...). Dopo il 1996, il nulla o quasi. Da campione, Damon alza la posta con Williams: vuole un ingaggio più importante. Frank risponde picche: libero di andare. E Hill va nella derelitta Arrows: un anno disastroso. Passa alla Jordan per il 1998 e 1999: riesce a vincere il famoso GP del Belgio 1998, grazie ad un’ecatombe di monoposto al via ed allo speronamento di Schumacher a Coulthard, ma in generale sono anni sottotono, che lo portano ad un ritiro in sordina.

 

Primo tempo (1992-1996): 22 vittorie e un mondiale

Secondo tempo (1997-1999): una vittoria (due arrivi a podio)

Jacques Villeneuve

Per Jacques potremmo fare copia-incolla di quanto scritto per Damon Hill o quasi: figlio d’arte, Williams imbattibile di Newey, prima stagione con alcune vittorie, mondiale l’anno dopo. Che esordio! Ma, dopo due stagioni siamo già alla fatidica domanda: "e poi?". Jacques ha la sfortuna di incappare nel ritiro del motorista Renault dal campionato. La competitività della Williams crolla e nel 1998, con il numero 1 sulla scocca, raccoglie solo due podi. Ma poi va peggio. Jacques si imbarca nell’avventura BAR con il suo amico e manager Craig Pollock, ma non è il momento migliore per fondare un nuovo team, soprattutto se il motore è il “Supertec”, cioè il vecchio Renault, gestito come motore “clienti”. Nel 1999 Jacques non mette a segno nessun punto. Arriva la motorizzazione Honda per la BAR, ma il progetto non decolla mai appieno, anche perché sono gli anni delle grandi vittorie Ferrari. Due podi nel 2001: Jacques non va oltre a questo. Lasciata la BAR, corre 3 GP nel 2004 per sostituire Trulli alla Renault, quindi trova posto in Sauber nel 2005, divenuta BMW Sauber nel 2006. Un finale amaro: dopo un’uscita di pista in Germania, Jacques si dichiara “non in grado di gareggiare”, viene sostituito da Kubica per l’Ungheria e non salirà più su una monoposto di F.1, mettendo fine al suo contratto con la BMW Sauber.

 

Primo tempo (1996-1997, 2 stagioni, 33 GP): 11 vittorie e un mondiale

Secondo tempo (1998-2006, 8 stagioni, 132 GP): nessuna vittoria (due arrivi a podio)

Fernando Alonso

Per Alonso facciamo un'eccezione: per lui i tempi sono tre e non due. Anche perché, con 311 GP. Il primo tempo di Fernando è quello degli anni Renault: dal 2003 al 2006 è l’astro nascente, l’anti-Schumacher, il più giovane vincitore di GP, campione e bi-campione del mondo. Se lui vince il titolo 2006 e Schumi si ritira, beh, più anti-Schumacher di così. Ce la facciamo la solita domanda? “E poi?. Ma nel caso dell'asturiano l'”e poi?” è alquanto variegato, a tinte forti. Partiamo da un 2007 in cui approda da campione in una McLaren che si fa coinvolgere nella Spy Story. In lizza per il titolo fino all’ultimo, perde, ma sul podio finale sorride: il compagno di team Hamilton non ha vinto. Anno burrascoso, a dir poco: risoluzione del contratto e rientro sotto l’ala di Briatore in Renault.  Vittoria a Singapore e in Giappone: contro le onnipotenti Ferrari e McLaren è un risultato da campione, ma accidenti, altra grana, brutta quanto la Spy Story. A fine 2009 Nelsinho Piquet dice che il successo di Singapore è frutto di un piano deliberato con lui a muro e Fernando ai box per saltare gli avversari. Figuraccia. Scontato un purgatorio di un anno in Renault, Fernando prepara per bene il suo passaggio in Ferrari, mandando di fatto Raikkonen a correre nei rally. Sfiora il titolo nel 2010, ri-sfiora nel 2012 e nel 2013 è sempre secondo, ma staccatissimo. A forza di sfiorare titoli, ci si usura, ed è quello che succede al suo rapporto in Ferrari. Qualifiche di Monza 2013, Alonso via radio: "siete proprio dei geni, mamma mia ragazzi". Ma era proprio “geni” quella parola fatidica? L’inizio della fine: nel 2014 è solo sesto nel mondiale in una Ferrari già orientata all’arrivo di Vettel.

E qua siamo al secondo “e poi?”, quello del terzo tempo. E’ piuttosto doloroso per Fernando: crede in Ron Dennis e nella sua visione di riportare la McLaren ai fasti dei tempi di Senna e Prost. Per l’impresa ci si affida al partner storico di quei tempi, la Honda. Ma entrare come motorista nell’era delle Power Unit è un suicidio, che la Honda paga con prestazioni disastrose e con continui sberleffi da parte di Fernando. In questi anni lo spagnolo è una star via radio, ma quando ad un motorista gli dici, a casa sua, che il suo motore è da GP2, magari la gente ride, ma il motorista no.

Fernando ha anche il tempo di provare un nuovo motore, il Renault, nel 2018. Quinto nella gara d’apertura, via radio si esalta (il che la dice lunga sulla fame di risultati…): “possiamo lottare ora”. Sbagliato. Si pone come obiettivo di raggiungere la Red Bull. Sbagliato. 11° nel mondiale e ritiro a fine anno.

 

Primo tempo (2001-2006, 88 GP): 15 vittorie e due mondiali

Secondo tempo (2007-2013, 112 GP): 17 vittorie, tre volte secondo nel mondiale ed una volta terzo (a pari punti con il secondo e ad un punto dal titolo: 2007)

Terzo tempo (2014-2018, 99 GP): nessuna vittoria

Sebastian Vettel

Anche lui "figlio" di Newey, un altro. Non è certo  un insulto, sia chiaro, ma la sintesi della prima parte della carriera di Seb, molto simile a quella di Hill e Villeneuve. Dal 2010 al 2013, Vettel, sulle monoposto del bravo Adrian, è un grandissimo campione. Quattro titoli consecutivi, mica uno! I suoi dati sono da paura: in questo quadriennio vince 34 gare su 77, facciamo una su due, che si comprende meglio. Facciamo anche che ne vince 9 di seguito, sequenza record di tutti i tempi e chiudiamo con un quarto titolo a 26 anni. Chi può fermare un fenomeno del genere? Comincia Ricciardo: a differenza del mite e pensionando Webber, Daniel è un osso duro per Seb, il team Red Bull pende dalla parte del nuovo fenomeno e Seb non ci sta, scornato nel 2014 da Ricciardo, passa in Ferrari. 3 vittorie al primo anno fanno ben sperare: in fondo sia il team di Maranello che Seb sono in fase di rilancio, in uno scenario estremamente difficile, caratterizzato dal monocolore Mercedes. Passo falso nel 2016, quasi pronto per il titolo nel 2017 e decisamente pronto nel 2018. La prima parte di stagione è da favola: quasi sempre in testa al mondiale, una vittoria “a casa loro” con un disorientato Hamilton a contenere. Cosa può andare storto? Tutto. L’insabbiamento ad Hockenheim, negli ultimi giorni di vita del presidente Ferrari Marchionne è l’inizio della fine. Il finale del mondiale 2018 è inguardabile: Hamilton non deve far altro che aspettare gli errori di Seb, che puntualmente arrivano. Da +8 su Lewis dopo il maledetto “a casa loro”, seb finisce a -88. Abisso. Nel 2019 va pure peggio: gli errori continuano ed il nuovo compagno di team è un fenomeno, Charles Leclerc. Ci si accorge che l’equilibrio è precario quando in diverse gare Charles è costretto a rallentare/non sorpassare/dare la posizione a Seb. Brutto segno. La Ferrari inizia la stagione dicendo che, a parità di condizioni, è da preferire l’esperienza di Seb, finisce l’anno con il suddetto che, per non farsi passare da Leclerc, lo stringe, causando un incidente che mette fuori entrambi. Serve commentare? E siamo al 2020, 14 maggio: a motori fermi, la Ferrari annuncia che nel 2021 Sainz sostituirà Vettel. Ora Seb è di fronte a un bivio: ritiro o...terzo tempo?

 

Primo tempo (2007-2013, 120 GP): 39 vittorie e 4 mondiali

Secondo tempo (2014-2019, 121 GP): 14 vittorie, due volte secondo nel mondiale ed una volta terzo

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