La Yamaha nel Mondiale Superbike: da Piro a Razga

SBK

Michele Merlino

In collaborazione con Michele Merlino, l’uomo dei numeri, entriamo negli archivi del mondiale delle derivate di serie. La storia della Yamaha, tra Numeri, statistiche, curiosità della casa dei tre diapason

LO SPECIALE SUPERBIKE

One man band

Al pari di quanto accade per altri produttori di moto, gli ingredienti per un inizio di successo nel Mondiale Superbike sono una buona moto in produzione, affidarla ad un buon pilota ed occhieggiare il tutto mentre si cura il motomondiale. Per la Yamaha è esattamente così: dispongono della FZR 750 R, c’è un importatore (la Yamaha Belgarda) che ha una buona struttura e c’è un pilota, Fabrizio Pirovano, di sicuro talento. Questi tre ingredienti definiscono letteralmente i primi anni di Yamaha in Superbike: Pirovano è secondo nel 1988 e 1990, quarto nel 1989 e 1993 e quinto nel 1991 e 1992. Ovviamente non è l’unico pilota che porta in gara le FZR, ma è lui il punto di riferimento, letteralmente la bandiera della Yamaha: dal 1988 al 1993 ottiene 10 delle 23 vittorie Yamaha in Superbike, ed è l’unico a sfiorare il titolo.

La YZF 750 R e il team ufficiale

Sono passate 5 stagioni dall’inizio del Mondiale Superbike, ed è evidente che la FZR 750 è al capolinea. La Yamaha getta quindi nella mischia la nuova YZF 750 R, prima sempre tramite Belgarda, nel 1993 con Pirovano e l’ex campione del mondo Merkel; quindi nel 1994 con Mauro Lucchiari e Massimo Meregalli (sì, quel Meregalli…), ma i risultati stentano ad arrivare. Ecco quindi nel 1995 la comparsa del team ufficiale, che più ufficiale non si può con un nome come “Yamaha World Superbike Team”. Si punta sui giovani con Colin Edwards e Yasutomo Nagai. Un anno tragico: Nagai perde la vita ad Assen. Nel 1996 è sempre Edwards il pilota di punta, ma la situazione non cambia di molto: un quinto posto che non entusiasma.

Gli anni di Haga

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Noriyuki Haga foto Getty

Tempo di cambiamenti, e per il 1997 la Yamaha punta sul giovane giapponese Noriyuki Haga, già protagonista nelle sue apparizioni da wild card. Haga ha 22 anni ed è un cavallo di razza, ma non è il cavallo vincente. Haga diventa la bandiera della Yamaha: corre in totale 181 gare per loro, vince con la YZF750 R, con la R7 ed infine con la R1, per un totale di 27 successi, ma, in quanto a mondiali? Zero. Certo, in alcuni casi è quasi eroico, come nel 2000, quando con la R7 750cc riesce ad essere secondo nel mondiale dietro a Edwards che ha la VTR 1000cc, un mondiale che poteva vincere, ma in cui patisce una controversa squalifica per doping (efedrina) che lo dichiara sconfitto alla vigilia dell’ultimo round, nel quale, al lordo della squalifica, si sarebbe presentato con due soli punti di svantaggio. La Yamaha si ritira per protesta dopo il 2000, ma rientra quando la R1 1000cc è pronta per vincere, nel 2005. Si punta sempre su Haga, che in tre anni fa terzo, terzo, secondo. Si arriva così al 2008, anno in cui il rendimento dei piloti Yamaha è paradossale: Haga vince 7 gare ed è terzo nel mondiale; Corser non vince mai, ma sale 13 volte sul podio e termina secondo… Ed è evidente, in qualsiasi sport, che se finisci secondo e terzo, ma non vinci, c’è qualcosa che non va.

Il Mondiale di Spies

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Ben Spies foto Getty

Via Haga e via Corser: nel 2009 si comincia con una nuova coppia: dall’AMA arriva il giovane campione Spies e dal BSB arriva Tom Sykes. E la Yamaha vince il mondiale.

Certo, sarebbe troppo semplice addossare tutte le colpe ad Haga, ma c’è un dato inquietante che fa da contorno a questo titolo Yamaha: lo sconfitto è proprio Haga, che nel frattempo è passato in Ducati. Non solo viene battuto, ma si fa rimontare il più grosso vantaggio nella storia del mondiale (88 punti) e cade nella prima gara del week-end decisivo. Come si diceva: cavallo di razza, ma non il cavallo su cui puntare.

L’abbandono 

La Yamaha non cavalca l’onda del successo: Spies tenta l’avventura nel motomondiale, probabilmente l’errore che ne decreta la fine della carriera, e il team viene rifornito per il 2010 con Crutchlow e Toseland. Il primo si mostra subito cavallo di razza (ma non il cavallo su cui puntare: altro esempio, la carriera di Cal è lì a dimostrarlo) e, come Spies, dopo una sola stagione, va nel motomondiale; Toseland è a fine carriera, e si vede. Si investe ancora nel 2011: i piloti sono Melandri, stella del motomondiale e Eugene Laverty, 2° nel mondiale Supersport l’anno precedente. L’italiano termina secondo, la R1 è ancora competitiva, il titolo sarebbe a un passo, ma a fine anno, la doccia fredda: ritiro dalla Superbike per problemi economici.

Il rientro e il presente

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Toprak Razgatlioglu foto WorldSBK.com

Dal 2012 al 2015 la Yamaha sparisce completamente dal mondiale: le presenze dei privati si contano sulle dita di una mano; ma nel 2016, è, di nuovo, rientro in grande stile. La Yamaha schiera una rinnovata R1, affidandola ad Alex Lowes ed all’ex campione del mondo Guintoli. Nel 2017 il giovane Michael Van Der Mark sostituisce Guintoli e nel 2018 la coppia viene confermata. Solo in quest’ultimo anno arrivano i successi: 2 per Van der Mark ed uno per Lowes. Yamaha prende coraggio: affianca al team ufficiale un secondo team (GRT) per uno spettacolo di ben quattro Yamaha in livrea blu a battere le piste. Il 2019 è avaro di successi: la lotta Rea-Bautista monopolizza di fatto il primo gradino del podio, ed è difficile emergere, ma Yamaha continua a crederci: per il 2020 conferma il doppio team, con la struttura GRT ora denominata ufficialmente “Junior Team”. Si punta su una coppia di piloti di primissimo piano: il turco Razgatlioglu, già vincente con Kawasaki e Van der Mark, ormai al quarto anno con il team. Razgatlioglu è andato a segno nel round di apertura a Phillip Island: non poteva esserci inizio migliore.

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