Il mio giro del mondo in 58 circuiti: Hockenheim

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Paolo Beltramo

Paolo Beltramo

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Il "viaggio" di Paolo Beltramo nei tracciati del motomondiale fa tappa a Hockenheim, in Germania. "Spettacolare anche vuoto: il Motodrom, quell'enorme stadio dei motori era immenso, ti coinvolgeva e ti spingeva a concentrare l'attenzione su chi girava. Qui ho assistito alla gara tra Rainey e Schwantz del 1991, una delle più belle della mia vita"

IL MIO GIRO DEL MONDO IN 58 CIRCUITI: SALISBURGO

 

La settimana dopo Salisburgo si correva ad Hockenheim, in Germania. Un tracciato storico, ammodernato nel 1966 dato che l'autostrada passava proprio lì vicino, con la costruzione del Motodrom, un vero e proprio stadio creato intorno alle ultime 6 curve. Il resto si lanciava con due rettilinei, in senso orario, dentro la foresta verso la curva "est", per poi tornare, sempre tra i boschi, al Motodrom. Come molti dei circuiti dell'epoca era piuttosto lungo, 6825 metri, ed era un esempio di modernità ed efficienza in confronto a molti altri tracciati di allora. Insomma, la mia seconda esperienza al seguito del motomondiale era destinata ad essere memorabile.

 

Bistecche, birre e... dobermann

Tra il Saltzburgring e l'Hockenheimring non ho viaggiato con Virginio Ferrari. Era molto più comodo per tutti che sulla Land Cruiser ci andassero in due, il Virgi e Varisco, mentre io approfittavo della gentilezza del Team Gallina per arrivare in Germania col suo grande pullman. Rispetto a Salisburgo il paddock di Hockenheim era immenso, offriva un sacco di possibilità diverse. Così la nostra tendina gialla l'abbiamo messa vicino ad un prato, un po' fuori mano rispetto ai box. Memori della gentilezza della quale siamo stati oggetto in Austria, il mercoledì abbiamo deciso di andarcene a piedi a fare spesa di generi di primissima necessità: bastava in sostanza attraversare un ponte costruito sopra l'autostrada per arrivare al villaggio omonimo. Abbiamo comprato, lo ricordo benissimo, anche delle bistecche di maiale (cavolo eravamo in Germania!) che volevamo condividere col team Gallina. Tra una cosa e l'altra si era fatta sera. Così abbiamo scroccato o ci siamo mangiati i nostri panini e abbiamo lasciato il pacchetto delle bistecche fuori dalla tenda, proprio davanti alla cerniera, insieme a qualche altra cosa tipo scarpe il casco di Franco... Alla mattina ci siamo svegliati belli allegri e abbiamo aperto la tenda. Lo spettacolo era insieme divertente ed agghiacciante: lì fuori, c’era infatti il dobermann di Alex George, un pilota inglese vecchio stampo, simpatico e ruspante, uno da Tourist Trophy, che si stava mangiando le nostre bistecche con gusto e furia selvaggia. Ovviamente i nostri piani sono finiti nella pancia del cane, nella nostra una birra di scuse offerta da Alex.

 Wil Hartog all'Hockenheimring nel 1979
Wil Hartog all'Hockenheimring nel 1979 - ©Getty

 

Il Motodrom 

Hockenheim era spettacolare anche vuoto: il Motodrom, quell'enorme stadio dei motori era immenso, ti coinvolgeva e ti spingeva a concentrare l'attenzione su chi girava. Attaccato alla tribuna principale, all'esterno c'era un hotel dove andavano i ricchi (forse sono riuscito a dormirci una volta) così non dovevano più spostare le macchine ed erano allo stesso tempo isolati e inseriti al centro. Sotto l'hotel, a qualche decina di metri iniziava la riserva selvaggia che pian piano si riempiva sempre più di appassionati in moto e tenda, belli allegri e ciucchi fradici, ma sostanzialmente innocui, ben sorvegliati, almeno al di fuori. Dentro era tutta un’altra cosa, dopo un giro o due lasciavi perdere, anche perché al di là di dieci parole e la traduzione di un menù, io e Franco non eravamo molto preparati in tedesco. Secondo me la parte più bella della pista era però quella che fuggiva dalla cittadella fortificata del Motodrom, dai box, dalle strutture e si lanciava senza un senso che non fosse quello della velocità di per sé, tra alberi bellissimi che rendevano l'aria così più ricca di ossigeno da creare non pochi problemi di carburazione. La questione era questa coi due tempi di allora: se avevi la carburazione giusta per il Motodrom eri magro e prima o poi grippavi nella foresta, altrimenti nel misto finale eri "grasso" e quindi poco veloce. Trovare la combinazione giusta era difficile e dipendeva tutto dall'esperienza, dalla sensibilità dei tecnici: si guardava la candela e si valutava la carburazione dal colore dopo la "staccata", cioè dopo che il pilota riportava la moto, spenta alla massima potenza, di solito dopo un lungo rettilineo, al box con la frizione in mano e il motore muto. Era un sottile gioco di getti da cambiare, coi carburatori in mano, di interpretazione del colore nocciola più o meno giusto, di azzardo e prudenza, di competenza, di manualità senza elettronica a dirti cosa fare.

Il circuito di Hockenheim
©Ansa

 

 

Luci e ombre

Dopo l'incidente del 1968 che costò la vita all'ingresso della curva Est al grandissimo Jim Clark durante una gara di Formula 2, poco alla volta furono introdotte delle varianti che rallentavano un po' i mezzi prima e dopo la curva di ritorno, la Est, una parabolica disegnata al contrario di quella di Monza, cioè con la parte larga in ingresso e quella a chiudere in uscita. In quella curva morì Patrick Depaieller mentre provava la sua Alfa in test privati. Quei giorni del 1979 invece è andato tutto bene: quelle chicane, quelle accelerazioni e frenate, quella curva lunga, quasi infinita, quella luce particolare che filtrava tra gli alberi, quel fresco rispetto alle zone senz'alberi, quei duelli in staccata, tutto mi ha lasciato a bocca aperta. La differenza tra un circuito totalmente legato alle caratteristiche del luogo, ad uno completamente voluto in ogni suo particolare dagli ingegneri era importante. Ma le corse erano bellissime in ognuna delle due configurazioni, così diverse, così uniche e insieme così simili. Ad Hockenheim ho assistito ad una delle gare più belle della mia vita, quella tra Rainey e Schwantz nel 1991 con quella frenata a ruote inchiodate di Kevin per passare Wayne all'ingresso del Motodrom e poi quel guardarlo in faccia senza mollare e vincere per 16 millesimi. Uno dei sorpassi da podio della mia vita. Per la cronaca fece la pole Barry Sheene, un genio nel suo essere personaggio e pilota, ma in gara vinse l'olandese Wil Hartog sempre con la Suzuki (uno forte, che ha sempre fatto bene, ma poco considerato dagli storici) davanti a Kenny Roberts con la Yamaha giallonera e Ferrari con la Suzuki del Team Gallina.

Barry Sheene
Barry Sheene - ©Getty

 

 

Milano-Hockenheim andata e ritorno

Negli anni successivi ho allargato un po' i miei orizzonti e spesso si andava in gruppo coi colleghi e il mitico Carletto Pernat ad Heidelberg, una meravigliosa città universitaria e storica. Avevo colleghi che volevano assolutamente mangiare italiano. E poi spessissimo si lamentavano per la scarsa qualità del cibo. Non hanno mai capito che in ogni paese qualsiasi cucina ammicca alla cultura che lo ospita, cerca di andare incontro al gusto locale, quindi meglio mangiare cose locali. Oppure restare nel paddock sotto le tende. Allora non erano hospitality, non tutte almeno, si mangiava in gruppo e tutto dipendeva dalla qualità del cuoco, della cuoca, dell'amico, della fidanzata, dell'accompagnatore. La differenza la facevano i salumi, i vini, i pani portati da casa. Non ricordo con chi sono tornato quella volta. Penso che Ferrari e Varisco siano partiti appena possibile (entravi in autostrada praticamente dal circuito) mentre io dovevo aspettare le classifiche, sentire i piloti, scrivere il mio piccolo pezzo per il Giorno e il Giornale, dettarlo agli stenografi e trovare un passaggio. Ma da Hockenheim a Milano le opportunità erano molte. Forse ho trovato un passaggio da un collega, da un team, non ricordo più. Comunque, chiunque sia stato, grazie.

 Kenny Roberts nel 1979 a Hockenheim
Kenny Roberts nel 1979 a Hockenheim - ©Getty

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