È già passato un quarto di secolo dal suo primo titolo Nba, tredici anni dal ritiro definitivo. Eppure tutte le caratteristiche che hanno fatto di Michael Jordan il più grande giocatore di sempre rivivono ancora oggi nelle superstar Nba.
L'INTENSITÀ | Il suo sguardo si è meritato un nome ad hoc – "the Jordan stare" – spesso insostenibile, per avversari e compagni. Il suo focus, l’assoluta concentrazione e la cattiveria agonistica messa in campo in ogni partita – anzi, in ogni partita e in ogni allenamento – lo hanno reso leggendario. Tra i giocatori di oggi tutti d’accordo che questo tipo di sovrumana intensità è eguagliato solo da RUSSELL WESTBROOK, un altro ossessivo-compulsivo quando si tratta di sprigionare energia e vivere al massimo ogni tipo di emozione. “Io ero così, trent’anni fa”, ha sentenziato il numero 23: “la stessa attitudine, la stessa passione per il gioco, la stessa voglia di mettersi alla prova ogni sera”.
LO STILE | In America lo chiamano blueprint, una sorte di codice genetico che si trasmette di generazione in generazione. Se c’è qualcuno che ha modellato l’intera sua carriera – in campo, per movenze e stile di gioco, ma anche fuori – sull’esempio di Michael Jordan, quello è KOBE BRYANT, che non ha mai fatto mistero di aver assorbito come una spugna la mistica del numero 23. Lo stesso modo di librarsi in volo quasi parallelo al parquet (il pallone nella mano destra, la sinistra a bilanciare); lo stesso modo di svitarsi nel turn around jump shot; lo stesso fuoco negli occhi; la stessa bramosia di titoli. Che Bryant voleva a tutti i costi fossero sei, come quelli di MJ: si è fermato a cinque, ma si è comunque guadagnato un legittimo paragone con MJ. Ed è già molto.
LE SCHIACCIATE | Con la vittoria in back-to-back nel 1987 a Seattle e poi sul parquet di casa del Chicago Stadium nel 1988, il nome di Michael Jordan è diventato a lungo sinonimo di schiacciate. Volava, il numero 23 dei Bulls, e non è un caso che il titolo del suo primo, storico Vhs (l’homevideo sportivo più venduto di sempre) fosse proprio un invitante "Come fly with me". Di grandi schiacciatori la Nba ne ha contati e ne conta ancora oggi moltissimi, ma forse nessuno si è avvicinato a Jordan come un altro prodotto dell’università di North Carolina, VINCE CARTER. Come Jordan ha vinto la gara delle schiacciate (nel 2000, a Oakland), come MJ ha firmato alcune delle dunk più incredibili mai viste su un parquet. Nba e non solo (chiedere a Frédéric Weis…).
IL MID-RANGE GAME | Michael Jordan andava al ferro, spesso e volentieri. Ma Michael Jordan ha anche chiuso la carriera vicino al 33% da tre punti (percentuale salita al 38.3% se si contano gli unici quattro campionati chiusi oltre i 200 tentativi stagionali). In una pallacanestro diversa da quella che siamo abituati a vedere oggi, però, l’ufficio di MJ era il mid-range, la media distanza, dove l’efficienza del numero 23 dei Bulls è leggendaria (quasi il 50% al tiro in carriera). Oggi la pulizia del suo jumper la si rivede spesso in CARMELO ANTHONY, un altro grandissimo realizzatore con un repertorio offensivo sconfinato. Lo stesso di MJ, un incubo per ogni difensore.
IL POTERE | Quello carismatico sui propri compagni, quello su un’intera squadra (dirigenza compresa), quello su tutta una città. Michael Jordan è stato per anni il primo simbolo di Chicago non solo negli Stati Uniti ma in tutto il mondo. Viene alla menta qualcosa? Nessun giocatore dai tempi di MJ ha legato così tanto il suo nome a un territorio come ha fatto LEBRON JAMES col suo amatissimo Northeast Ohio da quando ha scelto di abbandonare la Florida per tornare a casa. E nessun giocatore come “Il Prescelto” può godere di un totale controllo su spogliatoio, scelte di mercato, scelte di allenatori e chissà che altro. “Just a kid from Ohio”, dice lui, ma crederci è difficile. “King” James dominante, anche fuori dal campo, come solo Jordan ha saputo essere.
IL MARCHIO DI FABBRICA | Quel vezzo – la lingua fuori dalla bocca – Michael Jordan ripeteva sempre di averlo ereditato dal suo amatissimo padre, che così esprimeva tutta la sua concentrazione e applicazione quand’era impegnato in qualche attività manuale. Tale padre, tale figlio: la lingua di fuori è diventata in fretta un trademark jordaniano al pari del suo numero 23, del polsino indossato alto sull’avambraccio, del Jumpman sulle sue scarpe. Oggi il gesto simbolico che forse gli va più vicino è il famoso “stirring the pot” di JAMES HARDEN, che – immaginario mestolo in mano – cucina la ricetta vincente dei suoi Rockets. “Something is cooking”, è il mantra del Barba. Anche se la lingua di MJ rimane fuori categoria.
LA DIFESA | Si ricordano sempre i canestri e le grandi giocate offensive, quando si parla di Michael Jordan, mentre si dimentica spesso colpevolmente la sua dimensione difensiva, che ne ha fatto per anni uno dei migliori giocatori dietro della lega. Difensore dell’anno nel 1988 (quando ha vinto anche il premio di Mvp Nba e il titolo di capocannoniere), per tre volte leader nei recuperi, MJ è stato per nove anni presenza fissa nel primo quintetto difensivo della lega. C’è un solo altro giocatore esterno (l’altro è un centro, Hakeem Olajuwon) nella storia Nba capace di vincere in carriera un titolo di Mvp delle finali Nba e il premio di miglior difensore ricevendo anche una convocazione per l’All-Star Game: è KAWHI LEONARD. Da due anni il titolo di “Defensive Player of the Year” è suo: l’eredità del Jordan difensore è in buone (e grandi) mani.
L'AMORE DELLA GENTE - Per oltre un decennio, quello dei trionfi negli anni Novanta, nessuno in America voleva perdersi lo spettacolo del numero 23, mancare lo show più incredibile mai visto su un parquet. L’essere presenti sugli spalti dava la sensazione di essere testimoni della storia. Quello che sta succedendo, negli ultimi anni, attorno al fenomeno STEPH CURRY: il due-volte Mvp Nba attira folle oceaniche di tifosi – spesso della squadra avversaria – a ogni riscaldamento prepartita (geniale mix di ball handling e tiri impossibili, che fa milioni di visualizzazioni su Youtube). I palazzetti Nba aprono le proprie porte prima del solito per permettere a migliaia di fan di assistere allo show, che poi – fortunatamente – viene spesso replicato nei 48 minuti della gara. Amato e idolatrato: proprio come MJ.