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NBA, tutti i motivi del passaggio di Carmelo Anthony a OKC

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Dario Vismara

Carmelo Anthony e Paul George, da sempre rivali e ora compagni di squadra (foto Getty)

Il passaggio della stella dei New York Knicks ai Thuder di Russell Westbrook e Paul George è solo l'ultimo di una lunga serie di scambi incredibili. Cerchiamo di capire come cambiano le prospettive per Anthony, per OKC e per New York

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Se i New York Knicks avessero assecondato le speranze di Carmelo Anthony, oggi ci troveremmo qui ad analizzare il suo inserimento al fianco dell’amico Chris Paul e di James Harden negli Houston Rockets. Invece, nell’ennesimo colpo di scena di questo incredibile mercato, ancora una volta si sono messi di mezzo gli Oklahoma City Thunder, che non solo sono riusciti a convincere i Knicks con un pacchetto formato da Enes Kanter, Doug McDermott e la seconda scelta 2018 dei Chicago Bulls, ma grazie all’intercessione di Russell Westbrook e Paul George hanno anche “venduto” il progetto-Thunder a Anthony, che ha rinunciato alla sua “no-trade clause” per andare a OKC – cosa da non sottovalutare per un mercato piccolo come quello dell’Oklahoma. Si è conclusa così la telenovela infinita tra ‘Melo e New York, un rapporto andato deteriorandosi con il tempo fino a culminare nella rottura dei rapporti della scorsa stagione, che ha portato Anthony ad espandere le sue destinazioni gradite a OKC, Cleveland e Houston – ma non Portland, che secondo quanto riferito da ESPN avrebbe rappresentato un cambio di scenario geografico troppo drammatico per la sua famiglia. Così Anthony ha raggiunto alcuni dei suoi obiettivi, come quello di andare in una squadra che può competere per il titolo e non doversi più sottoporre allo scrutinio giornaliero del “media circus” della Grande Mela, pur non trovandosi in un mercato particolarmente florido per le sue ambizioni hi-tech fuori dal campo. Ma a 33 anni è anche arrivato il momento di fare i conti con la sua legacy e il modo in cui vuole essere ricordato, e giocare con due giocatori del calibro di Westbrook e George è un’esperienza che non ha mai potuto provare in tutta la carriera. E comincerà a sentire la differenza da subito, visto che il 19 ottobre i Thunder apriranno la stagione proprio ospitando i Knicks.

Lo scambio dalla parte di OKC

In queste ore sta girando moltissimo un tweet del giornalista Tim Bontemps che recita così: “Sam Presti essenzialmente ha scambiato Enes Kanter, Cameron Payne, Victor Oladipo e Domantas Sabonis in Paul George e Carmelo Anthony. Non male”. È uno dei modi in cui si può valutare la trade, e per renderla ancora migliore si può aggiungere che Kanter e Oladipo erano proprietari di due dei quattro contratti più onerosi della squadra, particolare ancora più pesanti alla luce delle prestazioni non particolarmente memorabili dei playoff (il turco ha giocato solo 45 minuti in cinque partite nella serie con Houston, risultando ingiocabile per i suoi limiti difensivi). Ma allo stesso tempo è opportuno sottolineare che la scelta dei Bulls ha un certo valore, che Kanter in regular season era comunque uno in grado di dare il suo contributo offensivo dalla panchina e che McDermott è un “knockdown shooter” che fa sempre comodo avere sul perimetro, per quanto anche lui molto limitato in difesa. Liberandosi di cinque giocatori per ottenerne due, poi, diminuisce la profondità di un roster che già prima non era particolarmente lungo.

La lettura più giusta di questo scambio va però fatta alla luce della difficile situazione contrattuale di Russell Westbrook: l’MVP in carica non ha ancora firmato l’estensione contrattuale da 207 milioni offerta da OKC, e la dirigenza dei Thunder sta cercando in tutti i modi di dimostrargli la volontà di vincere ora e nel lungo periodo – assumendosi non solo il rischio di un possibile addio di George, ma anche i 54 milioni rimanenti sul contratto di Anthony per questa e la prossima stagione (nel caso in cui esercitasse l’opzione a suo favore). Le ripercussioni economiche per la proprietà di Clay Bennett saranno altissime: secondo quanto scritto da ESPN, con il roster attuale i Thunder pagheranno quasi 30 milioni di luxury tax quest’anno e, nel caso in cui venissero confermati per il prossimo anno tutti i Big Three, diventerebbero la prima squadra di sempre a pagare oltre 300 milioni (157 di stipendi e 143 di tassa di lusso).

Detto questo, convincere Westbrook a rimanere a lungo a OKC rende giustificabile l’all-in di questa stagione anche nel caso in cui George decidesse di andare ai Los Angeles Lakers (come appare probabile), anche perché il costo pagato per due come PG13 e Anthony rimane comunque basso. Bisognerà vedere ovviamente quale versione di ‘Melo si presenterà a OKC: se continuerà a voler rimanere nel suo “personaggio”, continuando a pretendere un volume di tiri esagerato con scarsa efficienza e con impegno difensivo rivedibile, l’esperimento è destinato a fallire molto in fretta; se invece si presenterà con atteggiamento più vicino all’Anthony ammirato con la maglia di Team USA (quello che negli anni è diventato famoso con l’appellativo di “FIBA Melo”, che ha giocato con Westbrook alle Olimpiadi del 2012 e con George nel 2016), quindi giocando da 4 tattico e “di riflesso” ad altri giocatori di enorme talento limitandosi alle situazioni di tiro in spot-up – specialità della casa che anche nella scorsa stagione ha realizzato col 42%, pur in attacco non esattamente di suo gradimento –, aggiungendoci un impegno difensivo quantomeno mediocre, ecco che la coesistenza tra Westbrook, George e Anthony potrebbe rivelarsi di tutt’altro spessore.

Avere tre creatori di tiri di quel calibro permetterà a coach Donovan di nascondere meglio un non-attaccante come Andre Roberson, che è al suo meglio quando può difendere il miglior esterno avversario (compito che nel caso può assolvere anche PG13) e in attacco può giocare di fatto da lungo, bloccando e tagliando in funzione degli altri costringendo le difese a seguirlo, invece di campeggiare sul perimetro dove viene perennemente ignorato compromettendo le spaziature di squadra. Bisognerà vedere chi partirà in quintetto tra lui e Patrick Patterson, un altro giocatore duttile che però è reduce da una stagione complicata per problemi al ginocchio, e come si abituerà Westbrook ad avere due giocatori che hanno bisogno di tiri al suo fianco dopo “l’abbuffata” della scorsa stagione. Ma per provare a colmare il gap con i Golden State Warriors c’è bisogno di talento, e Sam Presti ne ha portato in abbondanza in questa lunghissima estate di OKC.

Lo scambio dalla parte di New York

Per i Knicks questa trade rappresenta la definitiva scelta di premere il pulsante “RESET” sulla franchigia. Ora la dirigenza di Steve Mills non dovrà più basare le proprie scelte sulla “timeline” imposta dalle 33 primavere sulla carta d’identità di Anthony, ma sulle 22 di Kristaps Porzingis – ora senza alcun dubbio il giocatore-franchigia attorno al quale costruire. Detto questo, i giocatori ottenuti dallo scambio non hanno permesso di raggiungere gli obiettivi prefissati, ovverosia quelli di un’ala con punti nelle mani, contratti a breve termine e scelte al Draft. Certo, se non altro non è stato preso un contrattone pesantissimo come poteva essere quello di Ryan Anderson, ma Kanter con ogni probabilità rimarrà anche per 2018-19 e McDermott – se si rivelerà utile – va rifirmato nella prossima estate, e nessuno dei due copre un particolare need per il roster. In una stagione di inevitabile ricostruzione non sarebbe stato male iniziare a sviluppare Porzingis anche da 5, ma la presenza di quattro centri come Kanter, Willy Hernangomez, Joakim Noah e Kyle O’Quinn rende impossibile pensare di spostare il lettone da centro come gioca con la sua nazionale, anche perché alle sue spalle non ci sono 4 di livello (Michael Beasley? Lance Thomas? McDermott o Kuzminskas per andare small?). Detto questo, era improbabile pensare di ottenere molto di più per un giocatore come ‘Melo, che non aveva più particolarmente valore sul mercato e aveva ristretto i possibili partner a pochissime squadre di suo gradimento. Liberarsi di tutte le distrazioni legate alla sua presenza ingombrante e ottenere una scelta solo all’apparenza trascurabile come la 2018 del secondo giro dei Bulls – che probabilmente finirà tra la 30 e la 35, permettendo di prendere un giocatore con talento da fine primo giro, ma senza l’obbligo di un contratto garantito – sono probabilmente le due note più liete di questo scambio per i Knicks, che ora possono tornare a essere “solo” una squadra che perde tante partite. Sarebbe la prima cosa normale da diversi anni a questa parte.