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NBA, lavori in corso: la lunga ricostruzione degli Atlanta Hawks

NBA

Marco Vettoretti (in collaborazione con "l'Ultimo Uomo")

Dopo dieci anni consecutivi ai playoff, gli Hawks hanno deciso di distruggere la squadra e cominciare la ricostruzione - esattamente come il resto della città di Atlanta

L’ultima volta che gli Atlanta Hawks hanno raccolto la decima sconfitta stagionale prima dell’inizio di dicembre era il 27 novembre 2005: tra panchina e quintetto il roster a disposizione dell’allora head coach Mike Woodson contemplava nomi quali Tyronn Lue — attuale allenatore dei Cleveland Cavaliers — Josh Childress, Al Harrington e Salim Stoudamire. Ma, più di ogni altra cosa, la franchigia dava l’impressione di non avere la minima idea di quale fosse il punto da cui ripartire.

Dodici anni dopo, Atlanta è seconda solo ai San Antonio Spurs per partecipazioni consecutive ai playoff: una striscia di dieci apparizioni tra il 2008 e il 2017, culminata nelle Finali di Conference di due anni fa, dove i Cavs spazzarono via i migliori Atlanta Hawks della storia recente. Una striscia inesorabilmente destinata a chiudersi la prossima primavera.

Perché quest’anno come dodici anni fa, la decima sconfitta stagionale è arrivata il 10 novembre. E di quel roster capace di vincere 60 partite in regular season — 19 delle quali consecutivamente — sono rimasti i soli Kent Bazemore, Mike Muscala e Dennis Schröder.

Rivoluzione su tutti i livelli

La rosa dei giocatori a disposizione di coach Mike Budenholzer, però, non è l’unico aspetto della franchigia ad aver subito un corposo rinnovamento. È cambiata la proprietà, da due anni saldamente nelle mani di un gruppo di investitori guidati da Tony Ressler, e del quale fa parte anche l’ex stella NBA Grant Hill. È cambiato il General Manager, con il licenziamento di Wes Wilcox nelle ore immediatamente successive all’eliminazione dai playoff del 2017 per mano degli Washington Wizards, cui ha fatto seguito la firma di Travis Schlenk — dodici anni ai Golden State Warriors, gli ultimi cinque da assistente GM di Bob Myers.

Una nomina avvenuta parallelamente alla retrocessione di “Coach Bud” dal doppio ruolo di capo-allenatore e President of Basketball Operations a quello di sola guida tecnica. Un avvicendamento che ha provocato più di qualche mormorio circa le probabilità di permanenza di Budenholzer all’interno dell’organizzazione, ma che gli stessi Schlenk e Budenholzer hanno provvidenzialmente messo a tacere, per il momento. Le dichiarazioni dell’ex assistente di Popovich, a questo riguardo, sono esemplificative del nuovo corso: “Che tu vinca 60 partite o che tu sia in una fase diversa della crescita della tua organizzazione, se sei consapevole che si stanno ponendo le basi per qualcosa di speciale e se ne sai apprezzare il processo, questo può essere incredibilmente gratificante. Non solo per noi allenatori, ma anche per i giocatori e per tutte le persone coinvolte”. Parole che sembrano quasi uscite dalla bocca del suo ex collega a San Antonio Brett Brown, che a Philadelphia ne sa qualcosa del Process.

A voler prendere in considerazione anche il patrimonio immobiliare, poi, si potrebbero tirare in ballo il nuovo, faraonico impianto per gli allenamenti — investimento da 50 milioni di dollari — ed i lavori di rinnovamento della Philips Arena, iniziati la scorsa estate e che verranno ultimati nel corso della prossima off-season. Considerando che anche il Georgia Dome del football è stato tirato giù dopo 25 anni di onorato servizio (al netto di bus che si mettono in mezzo), ad Atlanta si sta vivendo un periodo di grande rinnovamento.

La ricetta giusta

Ma se fuori dal campo i tempi tecnici di ricostruzione sono stati messi chiaramente nero su bianco, quelli necessari per rivedere gli Atlanta Hawks competitivi ai piani alti della Lega sono ancora sconosciuti. E nella stagione in cui il lungo processo di ricostruzione dei Philadelphia 76ers è definitivamente sbocciato, non è più possibile navigare a vista senza tenere conto bene in mente che la ricostruzione di una squadra innanzitutto competitiva, e poi, eventualmente, vincente passa da diversi passaggi chiave. Quali?

1) La capacità di sviluppare i giocatori a propria disposizione

Una dote che gli Atlanta Hawks hanno ampiamente dimostrato di possedere, fino quasi a renderla controproducente. DeMarre Carroll nel 2015, Al Horford nel 2016, Tim Hardaway Jr. e Thabo Sefolosha nel 2017: la storia recente della franchigia è punteggiata in maniera tristemente regolare di giocatori che, giunti al termine del loro contratto, scelgono di portare i loro talenti altrove, monetizzando di volta in volta una crescita tecnica che spesso e volentieri è figlia anche, se non soprattutto, del lavoro di Budenholzer e del suo staff.

Anche quest’anno — in termini decisamente ridotti — la materia prima su cui poter lavorare non manca, e i risultati parziali non possono certo essere ritenuti insoddisfacenti: Luke Babbitt sta registrando le cifra più alte in carriera in termini di minuti giocati, punti e tiri dall’arco tentati, il 45.3% dei quali vengono mandati a segno — secondo dato migliore nelle sue sette stagioni in NBA.

Discorso molto simile può esser fatto per DeWayne Dedmon, per la prima volta in doppia cifra alla voce punti di media, tirando con il 61% dal campo e mettendo in mostra un rispettabile tiro da tre che mai, neanche lontanamente, aveva dato segno di possedere prima di quest’anno. In carriera aveva tentato un solo tiro dall’arco tra Oakland, Philadelphia, Orlando e San Antonio, mentre sono già 20 quelli scoccati nelle prime 17 partite agli Hawks, nove dei quali realizzati.

2) Il mantenimento di una certa flessibilità economica

Terreno sul quale Schlenk si è mosso da subito con consapevolezza, firmando i sopracitati Babbitt e Dedmon a cifre e durate ragionevolissime, e legandosi a giocatori funzionali e contratti a breve scadenza — non ultimo quello dell’azzurro Marco Belinelli.

Discorso a sé stante va fatto invece per Dwight Howard, la cui personalità dentro e fuori dal campo faceva persino più danni del suo triennale da 70 milioni. Per liberarsi dell’ex Magic dopo una sola, fallimentare stagione in Georgia, infatti, Schlenk si è fatto carico oltre che dello stesso Belinelli (in scadenza nell’estate 2018) anche di Miles Plumlee: altrettanto deleterio dal punto di vista economico e per di più in scadenza un anno più tardi del fu Superman.

3) Grandi doti di decision making in sede di Draft

Un altro terreno sul quale il nuovo General Manager degli Atlanta Hawks si è sempre mosso con maestria è il Draft NBA.

Chiamato con la scelta numero 19 dagli Hawks al Draft dello scorso giugno, John Collins da Wake Forest è un discreto punto di partenza

Pur saggiando i parquet NBA per soli 21.3 minuti a partita, il lungo ha messo in mostra sin dalla Summer League doti atletiche disumane, che gli permettono di concludere al ferro con il 69.3% e un istinto innato per il rimbalzo offensivo — specialità nella quale si piazza 8° nell’intera Lega sul dato totale e 4° su quello percentuale. Il resto, naturalmente, è ancora tutto da costruire, in primis nella metà campo offensiva dove, se non gli viene offerta l’opportunità di inchiodare l’avversario di turno con una delle sue schiacciate, può fare affidamento su un arsenale di movimenti e conclusioni piuttosto limitato, nonostante il lavoro di piedi sia decisamente apprezzabile. In difesa poi, nonostante sia secondo tra gli Hawks per percentuale concessa al ferro (51.5%, secondo anche tra i rookie dietro a Daniel Theis dei Boston Celtics), ha commesso 31 dei suoi 39 falli su azione di tiro — un fondamentale che deve limare il prima possibile se intende ambire a minutaggi più sostanziosi.

4) La sempre necessaria dose di fortuna

Con Collins che può rivelarsi uno degli steal più clamorosi del Draft 2017, gli Atlanta Hawks hanno fermamente intenzione di proseguire sul medesimo binario, racimolando un considerevole numero di asset di valore nel minor tempo possibile. Allo stato attuale delle cose, saranno tre le scelte al Draft 2018 in mano agli Atlanta Hawks: la propria (che quasi sicuramente cascherà nelle zone più ambite della lottery, ovverosia la top-5) e quelle dei Timberwolves (protetta Lottery) e dei Rockets (protetta top-3); mentre saranno due, invece, i pick in mano a Travis Schlenk al primo giro del Draft 2019, la propria e quella dei Cleveland Cavs (protetta top-10), o eventualmente una delle due precedenti se finiranno sotto le protezioni. Con un tesoretto del genere si può sperare di accelerare il processo di costruzione del roster più in fretta di quanto immaginabile, sempre incrociando le dita che le proprie scelte portino a una posizione di rilievo nella Lottery dove quest’anno gira materiale di alto profilo, da Luka Doncic a Marvin Bagley passando per Michael Porter, Mo Bamba e DeAndre Ayton. Tutti giocatori in grado di cambiare il volto della franchigia.

Sotto esame

La cosa più vicina ad un giocatore-franchigia che veste attualmente gli sgargianti colori degli Hawks si chiama Dennis Schröder, ed è al suo secondo anno da point guard titolare ad Atlanta. Giocatore polarizzante come pochi altri, il tedesco è tenuto sotto stretta osservazione sia dagli addetti ai lavori — che non tardano a sottolinearne pregi e difetti — che dall’organizzazione stessa, paradossalmente più preoccupata dalle sue vicissitudini extra-parquet che dal suo sviluppo come giocatore.

L’arresto per percosse del 29 settembre scorso è infatti l’ennesimo di una lunga serie di piccoli inghippi disciplinari che hanno contraddistinto la carriera di Schröder sin dai suoi esordi a Braunschweig. Una “red flag” tutt’altro che trascurabile e che getta diverse ombre sul futuro del tedesco in maglia Atlanta Hawks: il contratto di Schröder scade nel 2021 e a causa del recente innalzamento del salary cap rappresenterà un’esca sempre più appetibile in sede di mercato.

Anche perché il talento è innegabile

Lasciato andare Paul Millsap, l’ultimo superstite del quintetto che nel gennaio 2015 vinse collettivamente il premio di miglior giocatore del mese, il 24enne di padre tedesco e madre ghanese è ad oggi il leader indiscusso del giovane gruppo ai comandi di coach Mike Budenholzer. Al netto delle intemperie caratteriali e di quanto gli riserverà il futuro, a ogni modo gran parte delle fortune di questa e delle prossime stagioni degli Atlanta Hawks passeranno dalle sue mani, dalla sua crescita e dalla sua consapevolezza.

A tal proposito, tornerà utile nel corso della stagione il Dennis Schröder Report, appuntamento bisettimanale firmato dal blog Peachtree Hoops che monitorerà alcune statistiche chiave della stagione del numero 17: la percentuale effettiva dal campo; il numero di tiri liberi messi a segno, parametrati sui 100 possessi; il rapporto tra assist e palle perse; e il real plus/minus difensivo. Qui la prima e la seconda parte.

In sede di preview stagionale, Matt Dollinger di SI.com ha definito quello degli Atlanta Hawks come il processo di ricostruzione più difficile dell’intera NBA. Definizione tutt’altro che campata per aria: mancano il bacino e la tradizione di città come Chicago o Los Angeles, e mancano giocatori della caratura di Giannis Antetokounmpo e Kristaps Porzingis.

Stante l’incertezza sul futuro delle due guide tecniche della squadra — in campo e in panchina — da dove ripartire? La risposta sta nei numeri. La costante, il sottile filo rosso che lega la stagione delle 60 vittorie a quella in corso, è l’impianto di gioco: quello corale, costantemente votato alla ricerca del tiro migliore, che è valso loro la definizione per nulla azzardata di “Spurs East”; quello che, nonostante tutto, li vede assistere poco meno del 60% dei canestri realizzati o che, nonostante il ventiduesimo rating offensivo, contempla ben sei giocatori in doppia cifra di media e la terza miglior percentuale dall’arco dell’intera Lega.

Quello è il marchio di fabbrica della pallacanestro giocata alla Philips Arena. Tanto in Finale di Conference quanto nei bassifondi della NBA, da dove ripartono, oggi, gli Atlanta Hawks.

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