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NBA, 10 vittorie in fila, i Cavs sembrano diventati imbattibili: cosa è cambiato?

NBA

Mauro Bevacqua

Ci sono state le prime dodici gare stagionali (5-7 il record) e poi le ultime dieci (10-0): il prima e dopo dei Cleveland Cavs – pessimi all’inizio, inarrestabili ora – va analizzato e interpretato, per capire cosa ha reso nuovamente la squadra di LeBron James la più “calda” di tutta la lega

Che differenza possono fare tre settimane. La sconfitta sul parquet di Houston dello scorso 9 novembre – la sesta nelle ultime otto gare disputate – faceva sprofondare i Cleveland Cavs a un record di 5 vinte e 7 perse, il terz’ultimo bilancio della Eastern Conference, davanti soltanto a due realtà derelitte come quelle dei Chicago Bulls e degli Atlanta Hawks. Uno scenario inaccettabile, per la squadra vice-campione NBA in carica, per un gruppo che conta a roster un giocatore come LeBron James. Poi, dalla vittoria a Dallas in poi, il cambio radicale. Dieci vittorie in fila e nessuna sconfitta, una striscia (già oggi la più lunga da quella di 12 gare vinte consecutivamente andata in scena tra gennaio e febbraio 2015) capace di riportare i Cavs ai vertici della Eastern Conference, stavolta davanti e non più dietro due sole squadre in classifica, Boston e Detroit. Tre settimane per tramutare i de profundis ai Cavs e le critiche al roster di coach Tyronn Lue e alla difesa colabrodo messa in campo nelle prime uscite in lodi sperticate alla capacità di un gruppo esperto di far quadrato attorno al suo leader e ritrovare equilibri e identità, tornando a macinare vittorie come da aspettative. In medio stat virtus, insegnano i classici, ma è davvero così anche nel caso dei Cleveland Cavaliers versione 2017-18? Qual è il vero volto della squadra dell’Ohio? Non può sicuramente essere quello visto di inizio stagione, disastroso, ma non può ugualmente reggere un ruolino di marcia che oggi la vede imbattuta dal 10 novembre e apparentemente imbattibile. Da LeBron James e soci, però, ci si attende comunque sempre una corsa di vertice a Est, pur con i rinnovati Celtics minaccia sempre più credibile e con realtà come Philadelphia, Washington e Toronto (e magari anche i sorprendenti Detroit Pistons) capaci di dare parecchi fastidi. Affascina però cercare di capire cosa sia cambiato – apparentemente da un giorno all’altro – all’interno dei meccanismi di squadra dei Cavs, per giustificare un primo mese e mezzo di stagione degno del miglior Dr. Jekyll & Mr. Hyde, trascorso alla ricerca di un’identità di squadra con ogni probabilità ancora in costruzione. 

Il confronto impietoso dei dati statistici

I dati statistici si prestano perfettamente a testimoniare la repentina inversione di marcia dei Cavs: l’unica costante tra le prime dodici gare (5-7) e le ultime dieci (10-0) è nel rendimento offensivo dei ragazzi di coach Lue: 109 punti per 100 possessi all’inizio, 112 dopo, valori rispettivamente buoni per il terzo e quarto posto nelle graduatorie di lega. Insomma, nella buona e nella cattiva sorte, non è un problema di attacco, i Cavs sanno mettere punti a tabellone, quello è l’ultimo dei problemi. Cambia radicalmente tutto il resto: titolare di un vergognoso defensive rating di 113.1 punti concessi agli avversari ogni 100 possessi, il peggior dato di tutta la NBA, Cleveland è riuscita a girare più di due viti difensive nelle ultime dieci gare, portando a 101.9 il dato in analisi. Il net rating di squadra, di conseguenza, dal -4.1 dell’avvio di campionato (24° valore assoluto) è nella striscia di vittorie in corso schizzato a un ottimo +10.1, dietro solo (nel periodo in oggetto) a quello stellare degli Houston Rockets (+16.9) e a quello dei Raptors (+11.9). Bianco e nero, giorno e notte, come conferma ancora più impietosamente un altro dato, quello relativo alla difesa dei Cavs sul perimetro: evidenziato come uno dei principali problemi durante lo stentato avvio (concesso agli avversari il 41% dall’arco, peggior dato tra le 30 squadre della lega), è oggi invece uno dei punti di forza della difesa di James e compagni, che agli avversari da tre punti concedono nelle ultime dieci gare solo il 31.1%, facendo meglio di qualsiasi altra squadra nel periodo in oggetto. In generale, poi, a essere migliorato è l’atteggiamento complessivo nella metà campo dietro, come testimoniato dalle percentuali al tiro concesse agli avversari, scese dal 48.3% delle prime dodici gare al 44.3% delle ultime dieci, dal penultimo al sesto posto NBA. 

La girandola dei quintetti

Rispetto ai piani estivi, Cleveland ha dovuto come prima cosa rinunciare al più pregiato degli acquisti effettuati, quello di Isaiah Thomas, atteso in campo non prima di gennaio. In regia, al suo posto, la polizza Derrick Rose che però – essendo Derrick Rose – polizza non può essere, perché presto anche l’ex Bulls deve fermarsi ai box (prima dell’ultima, clamorosa svolta e del suo allontanamento volontario dalla squadra, frustrato dagli infortuni e indeciso se continuare o meno una carriera molto simile a un calvario). Ecco allora LeBron James indossare brevemente anche i panni del playmaker della squadra, mentre attorno a lui tutti gli equilibri continuano a cambiare: proprio su sua indicazione, infatti, per dar spazio da 4 tattico a Jae Crowder (un’altra novità estiva) a inizio stagione Tristan Thompson si accomoda in panchina e lascia il ruolo di 5 titolare a Kevin Love. Appare subito evidente che il quintetto non funziona, per cui si torna al doppio lungo Thompson-Love prima che il n°13 dei Cavs si faccia male tagliandosi automaticamente fuori dai giochi e riportando l’ex Minnesota Timberwolves (20.6 punti con il 49.6% dal campo e il 36.5% da tre punti oltre a 10 rimbalzi in 30 minuti di media nella striscia vincente delle ultime dieci gare, per lui) nel ruolo di unico lungo del quintetto. Da cui, nel frattempo, prima entra (ai danni di J.R. Smith) e poi esce un’altra faccia nuova – ma molto conosciuta – del roster di Cleveland, Dwyane Wade, che dopo aver collezionato più palle perse (8) che canestri (7) nelle prime tre gare disputate da titolare viene retrocesso in panchina, solo per accusare i primi cinque di far partire sempre i Cavs a handicap, subendo spesso parziali iniziali poi non rimediabili. 

Un assetto stabile

Proprio il ruolo di Wade è simbolico nel tratteggiare la complicata ricerca di un equilibrio in un gruppo che ovviamente ruota attorno a LeBron James ma che ha faticato non poco a trovare la propria identità in questo primo mese e mezzo di campionato. Dopo le tre deludenti prestazioni in quintetto per aprire la stagione, infatti, è stato proprio l’ex simbolo degli Heat ad andare da coach Lue chiedendogli di uscire dai primi cinque: “Le prime opzioni erano LeBron e Kevin [Love]: io mi ritrovavo a correre avanti e indietro per il campo, mettermi in un angolo e restare spesso a guardare. Con tutto il rispetto, non fa per me”, il sunto della parole di Wade. È nata da qui una decisione che ha portato in dote un doppio vantaggio: il recupero (anche emotivo) di J.R. Smith in quintetto, che non aveva fatto mistero di non aver apprezzato il passaggio tra le riserve, e la possibilità per coach Lue di dare la second unit dei Cavs in mano a Dwyane Wade, lasciandolo così libero di fare il Dwyane Wade. Così oggi il quintetto che ha vinto le ultime 7 gare, ad esempio, è quello composto da Smith in guardia, Jose Calderon in regia, che ha restituito LeBron James al suo ruolo naturale di ala piccola, con Jae Crowder e Kevin Love da 4 e 5 tattici. Dei tre lineup che hanno disputato fin qui più di 50 minuti, questo è l’unico con un net rating (altamente) positivo (+12.3, frutto di uno stellare 119.2 di offensive rating) mentre gli altri due lineup più utilizzati (James-Smith-Shumpert-Crowder-Love uno, Rose-Smith-James-Crowder-Love l’altro) fanno rispettivamente registrare un -14.2 e un -17.6 alla voce net rating. 

In attesa di Isaiah Thomas

Ora, trovata faticosamente una quadra, a Cleveland sanno già che le cose sono comunque destinate a cambiare. Prima per il ritorno di Tristan Thompson, già a disposizione di coach Lue da settimana prossima, e quindi, più avanti, anche per il tanto atteso debutto  in maglia Cavs di Isaiah Thomos, destinato ovviamente a rimpiazzare Jose Calderon tra i primi cinque ma anche a reclamare tiri e possessi destinati ad alterare (a Cleveland si augurano in meglio) gli equilibri di squadra. Non è finita: Iman Shumpert, alle prese con un ginocchio traballante, dopo aver marcato visita in 5 delle ultime 6 gare si è arreso all’ormai inevitabile operazione ed è atteso al rientro in campo non prima di due mesi, mentre al momento è ancora del tutto imprevedibile come possa concludersi la telenovela Rose. Una situazione fluida, quindi, una trama che non risparmia sorprese e colpi di scena, ma che poggia su una sola ma incrollabile certezza: LeBron James, giunto a 33 anni e alla sua quindicesima stagione NBA che per il momento lo vede produrre 28.6 punti, 8.3 assist e 7.3 rimbalzi a uscita, tirando con le più alte percentuali di tutta la sua carriera, sia dal campo (58.5) che dall’arco (42.7%) che dalla lunetta (78.2%). E finché King James gioca così, che piaccia o no, con i Cavs bisogna fare i conti. 

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