In Evidenza
Tutte le sezioni
Altro

Per continuare la fruizione del contenuto ruota il dispositivo in posizione verticale

La squadra più divertente che non avete (ancora) visto giocare: gli Indiana Pacers

NBA

Michele Serra

Dopo lo scambio di Paul George sembravano destinati ai bassifondi della lega, ma Victor Oladipo e soci hanno sorpreso tutta la NBA: ecco come sono diventati tra le squadre più divertenti da vedere

Condividi:

Negli sport americani, il desiderio di creare campionati equilibrati e dare a quante più squadre possibili la capacità di competere fa sì che il successo e il fallimento siano condizioni cicliche. Ci sono passate tutte: dalle squadre più blasonate a quelle meno, da quelle che non vincevano proprio mai a quelle che lo hanno fatto per un improvviso colpo di fortuna coinciso con un giocatore dominante. Ma ce n’è una che non si abbandona al tanking disperato e selvaggio da veramente molto tempo: gli Indiana Pacers. La squadra di proprietà di Herbert Simon infatti non sceglie tra le prime dieci posizioni del Draft dal lontanissimo 1989, ma in quest’arco temporale di quasi trent’anni solo sei volte ha mancato la qualificazione ai playoff.

Dopo lo scambio estivo che ha portato Paul George agli Oklahoma City Thunder in tanti pensavano – giustamente – che fosse arrivato il momento di ripartire da zero, cercando di assicurarsi una scelta alta al prossimo Draft e al contempo provando a capire su chi puntare nel futuro prossimo. Dopo 25 partite, però, la squadra di McMillan ha un record di 14-11 e, per quanto tutto possa ancora cambiare, è in piena zona playoff all’interno del ceto medio della Eastern Conference. Com’è possibile che una squadra tra le più ignorate in sede di pronostici pre-stagione possa essere vagamente competitiva e, soprattutto, sorprendentemente divertente? Questo interrogativo ha nomi e cognomi, partendo dall’indiziato principale.

Aria di casa

La trade di Paul George ha permesso a Victor Oladipo di tornare nel luogo da cui ha spiccato il suo volo verso la NBA, lo stato dell’Indiana in cui ha frequentato il college, e in cui spera di fare un deciso balzo in avanti per la sua carriera. Le sue cifre finora sono eccellenti, anche se forse insostenibili su una stagione da 82 partite: 23.1 punti di media con il 55.1% di percentuale reale pur essendo usato con enorme frequenza da coach McMillan (il suo usage rate è 30.2, ottavo nella Lega tra i giocatori con almeno 20 minuti di media sul parquet).

Oladipo sta sviluppando un gioco completo, anche se in gran parte tutto nasce dal pick and roll, soluzione che utilizza quasi nel 30% dei suoi possessi offensivi. Da qui, le possibilità a sua disposizione si moltiplicano: un passaggio a Myles Turner per un suo tiro dalla media dopo un pick and pop; uno per Domantas Sabonis dopo un taglio a canestro; oppure si può mettere in proprio con un tiro dalla media distanza o finendo a canestro se ha lo spazio per penetrare. Il tiro in sospensione da due punti è senza dubbio il punto debole del suo gioco offensivo, avendo bucato la retina nemmeno nel 40% dei casi, ma al ferro invece conclude egregiamente con il 64%.

Se non è un pick and roll, la situazione in cui l’ex Orlando e OKC dà il suo meglio è comunque un gioco a due come un passaggio consegnato. Oladipo non utilizza frequentemente, visto che non rappresenta nemmeno il 9% del suo gioco, ma in questa circostanza segna 1.09 punti per possesso, quarto in NBA tra i giocatori con almeno 20 partite giocate e frequenza paragonabile.

Dove Oladipo davvero eccelle è il gioco in transizione, anche grazie a una condizione fisica ritrovata rispetto all’anno passato al fianco di Russell Westbrook in cui ha avuto più di un acciacco. I Pacers tengono fede al loro nome e viaggiano a ritmi davvero alti, con un pace di 101.3 possessi per 100 minuti, noni in NBA. In questa situazione, esplorata nel 18% dei casi (terzi per frequenza) la squadra segna 1.08 punti per possesso, buono per il decimo posto in NBA. Ma per produrre transizione c’è bisogno della difesa, e molto del loro successo in campo aperto deriva dall’impegno nella propria metà campo, come possiamo vedere nei due esempi qui sotto.

In questo caso, il pallone è finito sotto canestro a Vucevic dopo un bel recupero di Thad Young su Speights. Lance Stephenson allora raddoppia sul centro, che si trova costretto a servire Jonathon Simmons. Benchè l’ex Spurs sia riuscito a battere il recupero di “Born Ready”, il raddoppio di Turner lo costringe a tornare indietro da Vucevic: a quel punto Young stoppa il tiro del montenegrino consentendo a Oladipo di partire in contropiede per la schiacciata facile.

Qui, invece, Bojan Bogdanovic contiene bene la penetrazione di DeRozan, che scarica in angolo per Fred VanVleet. Anche qui il lavoro difensivo è egregio, merito di uno specialista come Cory Joseph: il pallone torna sull’altro lato dove le mani rapide di Oladipo permettono il recupero (con fallo).

La guardia di Indiana è tra i migliori in assoluto della Lega in questa situazione di gioco: con 5.3 possessi giocati a partita in transizione (quarto per frequenza) produce 1.17 punti per possesso (decimo tra i giocatori con almeno 3 possessi di questo tipo a partita). E a testimoniare la bontà di questa situazione per i Pacers c’è anche la presenza poco più sopra del suo compagno Bojan Bogdanovic a quota 1.22.

Jack Armstrong, il color commentator dei Raptors, ha spesso paragonato “‘Dipo” a un giovane Dwyane Wade per le caratteristiche offensive – il modo in cui usa il pick and roll e attacca il ferro – ma anche per l’aggressività difensiva, che lo porta ad essere un fattore anche nella propria metà campo. Oltre ad impegnarsi cercando di passare il più possibile sopra i blocchi, Oladipo ha fiuto per il pallone (appena sotto i 2 recuperi a partita) e per i rimbalzi. Le chance a rimbalzo per lui sono 11.4 a partita, e il 29% di quelli che si porta a casa sono contestati: una cifra molto vicina a giocatori con mezzi fisici ben più sviluppati dei suoi, come Jaylen Brown o Jimmy Butler.

Quello che rende difficile pensare che Oladipo continui così è che le medie al tiro – sta flirtando con il club dei 50-40-90 —  sono altissime e senza precedenti in carriera; inoltre, il fatto che il 30% delle sue conclusioni vengano prese dalla media distanza non depone particolarmente a favore della sostenibilità di questo inizio. Intanto, però, è un serissimo candidato al premio di Giocatore più Migliorato: un buonissimo premio di consolazione per i Pacers che, dopo aver lasciato andare “PG13”, si sono trovati in casa un esterno con punti facili nelle mani e difesa perimetrale di livello. Anche se il contratto è oneroso, non è comunque poco.

I pilastri del futuro

Rimanendo un attimo allo scambio tra Pacers e Thunder, nell’Indiana è arrivato anche Domantas Sabonis dopo una stagione da rookie piuttosto anonima in quel di Oklahoma City. I Thunder lo facevano giocare molto da stretch 4 tentando di punire gli avversari con il suo tiro da tre. In realtà il figlio di Arvydas è un giocatore molto più interno e dà il suo meglio da rollante, per la sua capacità di aprire le anche in maniera estremamente fluida mentre taglia a canestro, dove sa anche concludere in maniera acrobatica con ottimo controllo del corpo.

La situazione di “roll” costituisce il 40% del gioco di Sabonis, che con 5 possessi a partita è terzo nell’intera NBA nella specialità anche se l’efficienza potrebbe essere migliore (è nel 43° percentile con 1.03 punti per possesso). Quello di servire il lungo dopo il blocco però è una delle caratteristiche cardine del gioco di Indiana: basti pensare che anche il suo compagno di reparto, Myles Turner, è primo in assoluto per frequenza a partita (5.4, davanti alle 5.3 di Marc Gasol), ma riesce a produrre 1.21 punti per possesso, numeri che lo posizionano nel 71° percentile della lega andando a segno nel 55% dei casi.

Anche Turner ha atteggiamenti “unicorneschi”: stiamo pur sempre parlando di un 2.11 capace di finire al ferro in questo modo.

Offensivamente sono due giocatori che sulla carta possono sembrare complementari, ma che alla prova dei fatti hanno trovato delle difficoltà a coesistere finora. Sabonis si trova maggiormente a suo agio al ferro, dove tira quasi con il 70%, e ha ridotto all’osso il tiro da tre (0.5 tentativi a partita, un quarto rispetto a quelli presi lo scorso anno ai Thunder); Turner invece ha un jumper dalla media già affidabile ora, visto che lo converte con quasi il 59%, ma sta cercando di ampliare il suo range anche da 3, con risultati per ora soddisfacenti (34%) per quanto decisamente migliorabili. I due però giocano poco assieme — sono comodamente la quartultima coppia della squadra per minuti giocati in stagione, finora, con 80 —, un po’ per questioni di equilibri tra quintetti e un po’ per incompatibilità difensive (il loro Net Rating è di -1.4).

Quando sono in campo contemporaneamente i ruolo difensivi si invertono, con Sabonis che viene impiegato come 4 e Turner come 5. Il primo però è più lento di piedi, e in quel ruolo incontra facilmente giocatori più bassi, più veloci e che sanno mettere bene palla per terra. Turner è più agile e un atleta migliore (2.4 stoppate, secondo nella Lega dietro di un soffio da Gobert), ma ha ancora diversi passi da fare per essere considerato uno dei migliori protettori del ferro della lega visto che al ferro concede oltre il 57%, una cifra che sale al 61% con Sabonis in campo.

Al di là delle stoppate, Turner ha un atteggiamento difensivo rivedibile per posizione da tenere in campo e per aiuti portati quando non richiesti. Qui ad esempio si intromette in un pick and roll che non riguardava nemmeno il suo diretto marcatore e porta un aiuto davvero senza motivo, dal momento che i suoi compagni coinvolti erano rimasti in buona posizione. In compenso, lascia metri di spazio a Cousins, che punisce dal perimetro.

Detto tutto questo, non bisogna dimenticarsi che sono entrambi giovanissimi, e che il mestiere del lungo richiede tempo per essere appreso: l’impressione è che i due non possano giocare insieme adesso perché sono entrambi troppo acerbi, ma se per caso dovessero reincontrarsi tra cinque anni — con tutto un bagaglio di esperienza alle spalle e magari un po’ di fiducia costruita nel tempo — i loro risultati sarebbero nettamente migliori, e forse sostenibili da tutta la squadra. Risolvere la loro coesistenza è però il punto cardine di tutto lo sviluppo degli Indiana Pacers del futuro, perché sono entrambi troppo importanti per la franchigia intera.

Altruismo

Se c’è una cosa che Indiana fa davvero bene è passarsi il pallone e concludere da tre. In squadra non ci sono mangia-palloni, considerando che i Pacers sono noni per assist su 100 possessi (23.2), dodicesimi per passaggi a partita (305) e sesti per assist potenziali a gara (46.5). A roster ci sono diversi buoni trattatori della palla che magari passano sotto traccia perché migliori in altri fondamentali, ma non per questo meno dotati tecnicamente. Il primo a venire in mente è Thaddeus Young, che si sta costruendo una solida carriera da stretch 4 nell’NBA moderna dopo essere stato sballonzolato tra gli spot di 3 e di 4 nei primi anni di carriera.

Indiana lo utilizza spesso in giochi a due per sfruttare spalle a canestro il mismatch provocato dal cambio difensivo o per mettere palla a terra e creare per i compagni, come in questo caso. Non è un caso che l’ex Sixers e Nets sia il quarto passatore di squadra per frequenza (11.6%) e il secondo dopo Sabonis per percentuale da 3 dei giocatori che ricevono i suoi passaggi (convertiti con il 43%).

Non guasta poi che sia un difensore competente: benché la squadra abbia un defensive rating non eccelso (108.7 punti a partita, 19esimi in NBA), i giocatori difendono con tenacia, passando sopra i blocchi e portando aiuti quando serve, mettendo in mostra una difesa per buoni tratti organizzata e persino bella da seguire per gli appassionati del genere.

La Lance Stephenson Experience

Ci sarebbero infine due parole da spendere anche per Lance Stephenson, che ad Indiana sembra un giocatore NBA – ancorché particolare, ovviamente – a differenza delle altre squadre in cui ha brevemente militato nel resto della carriera tra Charlotte, L.A. Clippers, Memphis, New Orleans e Minnesota.  Guardare una partita casalinga dei Pacers equivale quasi sempre a incappare in una delle serate in cui “Born Ready” sfodera dal suo repertorio giocate capaci di indirizzare la partita verso i suoi, o addirittura vincerla, come capitato qualche settimana fa con i Toronto Raptors.

Si parla di partite casalinghe perché il rendimento di Lance cambia radicalmente rispetto alle trasferte: al Bankers Life Fieldhouse il numero 1 segna più di 11 punti (mentre non arriva a 6 fuori dall’Indiana) con oltre il 54% di percentuale effettiva con un volume di gioco superiore (8.5 tiri di media contro i 6 fuori dalle mura amiche). Non è un caso: un giocatore estremamente caldo e umorale come lui ha bisogno del tifo dei supporter locali, che danno a lui e alla squadra una marcia in più quando lo vedono esibirsi in una delle sue classiche “sparate” senza senso — come assist no look in terza fila o palleggi insistiti che non portano da nessuna parte, ma che nell’Indiana sono oramai diventate di casa e, quando funzionano, cambiano l’inerzia del palazzetto.

Insomma, gli ingredienti per una squadra divertente ci sono tutti: c’è un giocatore in grado di segnare in più modi in Oladipo; due lunghi giovani che trattano bene il pallone in Turner e Sabonis; una squadra che si passa la palla, segna tante triple (secondi in NBA per percentuale, a un niente da Golden State) e difende coralmente; e poi c’è Lance, che a piccole dosi non fa male. Se non avete voglia di guardare le solite squadre, date una chance ai Pacers: potrebbero sorprendervi.