11 gennaio 2018

NBA, Kyrie Irving: “Non chiamatemi re di Boston, sono Kyrie. Da LeBron ho imparato tanto”

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Il numero 11 dei Boston Celtics ha raccontato del suo arrivo ai Boston Celtics, di quello che ha imparato stando fianco a fianco con James per tre anni: “Non si diventa un giocatore franchigia da un momento all’altro soltanto perché dichiari di esserlo”

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LONDRA - A margine della presentazione delle sue nuove scarpe Nike, Kyrie Irving si è concesso in una appassionata e intima conversazione all'interno della Festival Hall a Southbank, lungo le rive del Tamigi. "Ogni tanto penso a quanto sono grandi le cose che mi sono successe, un po' come questo posto", racconta meravigliato guardandosi attorno. Irving non è scontato nelle risposte, sembra aver trovato finalmente un posto dove poter tirare il fiato dopo l’allenamento in tarda mattinata, l’assalto dei giornalisti durante la mezz’ora di interviste (la ressa attorno al numero 11 era incredibile) e i continui appuntamenti in giro per Londra. “So bene quello che ho dovuto fare per arrivare a questo livello”, commenta Irving raccontando del suo processo di maturazione. Soprattutto adesso che è chiamato a fare un ulteriore scatto in avanti: quello di diventare leader della sua squadra: “Sono arrivato in NBA che avevo solo 19 anni, un’opportunità che un ragazzo di quell’età difficilmente può pensare di avere. Avevo il calore e l’affetto dei tifosi, la notorietà, ma ho capito che tutto questo era dovuto soltanto al fatto che riesco a mettere una palla in un cesto. Quello che intendo è: alla fine stiamo parlando soltanto di questo, solo di due canestri e di un pallone. Me lo ripeto spesso prima delle gare, per scaricare la tensione. È il modo migliore per far sembrare tutto più facile. Attraverso questo gioco però ho capito tante cose della mia vita, non solo nella mia carriera da giocatore, ma anche per quello che ci sarà dopo”. Riflette prima di dare ogni risposta, mentre dal palco strizza l’occhio alla platea ristretta che resta seduta in religioso silenzio ad ascoltare. Il concetto di leader può essere declinato in tanti modi e lui a Boston sta provando a farlo a modo suo: “Sono paziente, da quando sono arrivato ai Celtics non ho mai provato a fare le cose di fretta. Ho messo le cose in chiaro sin da subito, ma il mio obiettivo dal primo giorno è stato quello di mettere a disposizione della squadra il mio talento”.

LeBron, le aspettative e la musica

L’accenno a quello che è stato il suo passato a Cleveland è inevitabile, come capita ormai ogni volta a Irving da cinque mesi a questa parte: “Da LeBron ho imparato come gestire la pressione e le aspettative che ti porti dietro. Non solo le tue ma anche quelle dei tuoi compagni. Non si diventa un giocatore franchigia da un momento all’altro, soltanto perché dichiari di esserlo. Devi sempre imparare”. Adesso però non può più farlo osservando da vicino il numero 23 dei Cleveland Cavaliers, che è rimasto sul suo trono in Ohio, mentre Kyrie ha preferito cercarsi un nuovo regno. Anche se lui preferisce non usare queste parole: “Non voglio certo che mi si dia il titolo di ‘re di Boston’; LeBron si è meritato quell’appellativo grazie all’impegno e a quanto è stato grande in maglia Cavs. Lo ammiro per questo, mentre io preferisco non essere chiamato in alcun modo particolare: sono semplicemente Kyrie”. Riconoscibilità che spesso deve coincidere con il successo sul campo, sia a livello di squadra che sotto il profilo personale: “Chiunque sogna di diventare un MVP, ma se la tua squadra non vince non hai grosse speranze di esserlo. Anche per questo bisogna puntare prima di tutto al successo di squadra: per essere un buon leader bisogna mettere da parte l’egoismo, io l’ho imparato con il tempo e l’esperienza in NBA”. Anni di carriera che lo hanno reso un emblema, una fonte di ispirazione per molti, mentre Irving non nasconde la passione per la sua: la musica. Si ferma un attimo a pensarci su prima di rispondere. Fa un lungo respiro e poi si muove a caccia delle parole giuste: “La musica è qualcosa che ti entra nelle orecchie, la vivi, chiudi gli occhi e inizi a immaginare le scene, a rivedere i momenti che hanno significato molto nella tua vita. La sensazione impagabile è quando ti rendi conto che dietro c’è qualcuno. Uno che l’ha creata, che ha avuto una sorta di illuminazione per scrivere quelle note e quelle parole, che è stato guidato nella creazione di una canzone. Penso ai musicisti e a tutto quello che ci mettono, al loro sforzo. E cerco in tutti i modi di imitarli nella mia vita, non solo sul parquet”.

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