26 gennaio 2018

NBA, la lenta e intelligente risalita dei Brooklyn Nets

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Partiti dai bassifondi della lega e senza le loro scelte al Draft, i Brooklyn Nets sono risaliti grazie a programmazione, competenza e intelligenza. Il problema, ora, è capire fino a dove possono arrivare

Tra le critiche più o meno legittime e fondate che vengono rivolte al sistema NBA, una delle più frequenti e probabilmente sensate è che offre incentivi a perdere, portando all’apparente controsenso per cui diventa conveniente accumulare sconfitte per mettersi nelle condizioni di poter scegliere uno dei migliori tre nuovi talenti che fanno il proprio ingresso nella lega. Agire in questo modo diventa un risultato decisamente migliore che mancare di poco i playoff con una squadra costruita per provare a vincere il maggior numero di partite, magari a caro prezzo, e ritrovarsi impantanati nel limbo e senza margini per migliorare, né a breve né a medio termine.

L’idea alla base della dinamica del Draft era evidentemente quella di garantire alle squadre che non riuscivano ad essere sufficientemente vincenti un accesso privilegiato a un futuro più roseo, in modo da riequilibrare le squadre e distribuire il talento in maniera omogenea, ma come accade in ogni contesto in cui per accumulare vantaggio competitivo si è disposti a vendere chiunque dal secondo grado di parentela in giù, l’applicazione pratica ha portato alla nascita del tanking, in voga in modo più o meno esplicito da anni ed elevato ad arte e a strategia dall’ex GM dei Philadelphia 76ers Sam Hinkie.

Seguendo il principio per cui i cambiamenti regolamentari più significativi derivano dalle lamentele di massa (dei proprietari avversari) più pesanti, dalla prossima stagione perdere sarà un po’ meno vantaggioso, almeno finché qualche squadra di buon livello non si troverà fuori dai playoff a causa degli infortuni, vincerà la Lottery e si trasfomerà in una contender da un anno all’altro — perché a quel punto si tornerà indietro, potete scommetterci.

Rinascere senza un futuro

Ringraziando l’ex GM Billy King — cosa che i tifosi dei Brooklyn Nets fanno a giorni alterni rivolgendosi in modo poco amichevole a tutte le divinità possibili e immaginabili — la NBA e gli oppositori del tanking hanno a disposizione una vera squadra professionistica per provare a dimostrare che non è vero che se non si è in grado di attrarre i free agent di primo piano si può solo passare dal Draft; non è vero che premiare chi perde è l’unico via per riequilibrare i rapporti di forza; e che non è vero che è poco conveniente cercare di essere il più competitivi possibile se non si hanno speranze concrete di arrivare nei primi otto posti della propria Conference.

Per restare in tema di vantaggi competitivi, la priorità assoluta in una situazione disperata come era quella dei Nets — senza un roster, senza le proprie scelte al Draft e, di fatto, senza un futuro — è assicurarsi le migliori eccellenze disponibili in tutti le posizioni che non siano limitate dal Salary Cap, cioè tutte quelle che non coinvolgono i giocatori. Chiunque abbia dovuto prendere le decisioni in cima alla catena di comando — che sia stato Mikhail Prokhorov (anche se ormai ha venduto il 49% delle quote della squadra al Taiwanese Joseph Tsai) o il suo braccio destro Dimitry Razumov o proprio Billy King, nel momento in cui è stato rimosso dal ruolo di General Manager e riassegnato ad altri compiti — ha fatto tutto nel miglior modo possibile, pescando dalle organizzazioni rivali i giovani in rampa di lancio già dotati delle competenze specifiche e con margini di crescita, che tanto di fretta a Brooklyn non ce n’era.

Trovare un candidato con un curriculum migliore di quello di Sean Marks per il ruolo di GM era pressoché impossibile: scuola Spurs, con esperienza sia in panchina come assistente di Popovich che in ufficio da dirigente principale dei Toros (la squadra di G-League affiliata agli Spurs) e poi da aiutante di R.C. Buford. Uno giovane che quindi ha imparato dai migliori e ha vissuto a stretto contatto con il mondo della lega di sviluppo, bacino d’utenza imprescindibile per chi è alla disperata ricerca di talento e di giocatori utili da inserire in una rotazione.

Stesso discorso vale per l’area scouting e osservatori, affidata all’Italiano Gianluca Pascucci, che alla conoscenza del mercato internazionale ha abbinato gli anni di apprendistato a Houston presso un altro mostro sacro come Daryl Morey. Ma soprattutto il discorso vale per la figura più delicata, l’allenatore Kenny Atkinson, che per quattro stagioni ha seguito da posizione privilegiata le lezioni di Mike Budenholzer ad Atlanta, l’head coach che più di tutti è riuscito nell’impresa di avvicinare al ruolo di Contender una squadra senza Mostri assoluti.

Sembra tutto molto bello, molto logico e apparentemente molto facile, ma che una franchigia come i Nets — presa come esempio negativo da tutta la lega dopo un lustro di disastri e che pareva abbandonata al proprio destino — sia riuscita ad azzeccare tutti gli uomini chiave che siedono ai posti di comando ha un che di miracoloso. In mezzo a squadre che hanno buone idee ma le mettono in pratica malissimo; squadre che hanno un’idea diversa al giorno e si muovono con la linearità di una palla da flipper al livello più difficile; e squadre che invece sono coerenti nel mettere in pratica alla lettera piani palesemente fallimentari e che in poco tempo si concludono come facilmente prevedibile, avere una franchigia con un’idea chiara e coerente è quasi una mosca bianca.

Mille e uno modi di cercare talento

Resta comunque da risolvere il problema principale di tutta la faccenda: come si costruisce una squadra competitiva partendo sostanzialmente dal nulla e senza avere a disposizione l’ancora di salvataggio del Draft? Dove si trovano i giocatori giusti? Con quale criterio si scelgono?
Il giocatore simbolo del nuovo corso Nets sarebbe potuto essere Jeremy Lin, che all’innegabile appeal commerciale abbina un rendimento decisamente competente, ma il suo fisico non è stato dello stesso avviso e dopo avergli concesso di giocare solo metà della scorsa stagione, ha deciso di tenerlo a sedere per tutta la corrente praticamente da subito. Il futuro dovrebbe essere di D’Angelo Russell, a sua volta appena rientrato da un infortunio e che quasi certamente sarà la cosa più vicina a un (embrione di) talento offensivo élite tra i giocatori che Atkinson avrà a disposizione nei prossimi anni. Il presente è servito a riabilitare DeMarre Carroll, che nel giro di un paio di stagioni è passato da segreto meglio custodito della lega (con Budenholzer ad Atlanta) a contratto da scaricare pagando la controparte per il disturbo in uno scambio che ha fruttato ai Nets la prima scelta 2018 dei Raptors e che ora però riscuote nuovamente interesse e, qualora si optasse per la sua cessione, potrebbe portare a Brooklyn altri asset utili.

Ogni organizzazione, però, ha bisogno di pescare un jolly per cambiare la propria traiettoria ed aumentare il proprio margine di crescita. Alcune se li ritrovano tra le mani senza sapere né come né perché, altre invece sono decisamente brave ad andarseli a cercare, non fosse altro per la quantità di colpi sparati nel mucchio giusto o nei mucchi giusti, come nel caso dei Nets. Un mucchio è quello degli scarti altrui in cui magari si nascondono tesori: d’altra parte «one man’s trash is another man’s treasure», come dicono gli americani. A condizione di poter assorbire contratti sgraditi, si può sempre contare sulle difficoltà e le necessità della concorrenza, che poi si peschi benino (Allen Crabbe), bene (Carroll, come detto) o benissimo (Russell, anche solo per il fatto che si tratta di una scelta altissima ancora nel contratto da rookie e poi il resto si vedrà) è questione di fortuna e probabilità.

Un altro mucchio è quello dei giocatori con pedigree, ma caduti in disgrazie sportive più o meno profonde e che sostanzialmente sono a disposizione del primo offerente, come Jahlil Okafor, che finora nei 136 minuti giocati ha confermato ogni singolo dubbio si potesse avere sulla sua utilità in questo momento della carriera come testimoniato dal terrificante Net Rating negativo di 21 punti, quint’ultimo in NBA tra i giocatori impiegati per almeno 100 minuti. 

Oppure come Spencer Dinwiddie.

L’inaspettata ascesa di Spencer Dinwiddie

Un attacco a metà campo gestito da Dinwiddie in questa stagione, inteso come possesso che si chiude con un suo tiro o un suo assist potenziale, è il quinto per efficienza nell’intera NBA. Il quinto! Il primo è quello guidato da Chris Paul, ma questo rientra nel naturale ordine delle cose, come ad esempio il fatto che CP3 sia sul podio nel rapporto tra assist e palle perse, graduatoria guidata ovviamente da Dinwiddie, anche se di ovvio non c’è nulla. A partire dal dato che è il leader NBA per canestri clutch segnati, sia che si filtri all’ultimo minuto sia che lo si faccia in riferimento ai soli ultimi dieci secondi.

Sparando nel mucchio giusto a volte si pescano delle gemme inestimabili, a fronte di un investimento misero, come ad esempio quello di un contratto al minimo salariale e nemmeno totalmente garantito, per un giocatore di neanche 25 anni che prima di infortunarsi al college sembrava destinato ad essere scelto in lotteria e che in questa stagione sulla carta avrebbe dovuto giocare i pochi minuti lasciati liberi da Russell e Lin.

Merito del giocatore, di sicuro, ma merito anche di Atkinson, che in un sistema moderno basato sul volume di tiro da tre (i Nets sono secondi dietro ai soli Rockets per frequenza di tentativi dall’arco) trova modo di far rendere sia gli specialisti come Joe Harris, impegnato a non mettere piede in area nemmeno sotto tortura in una sorta di cosplay sbiadito di Wayne Ellington (che ha una frequenza di triple superiore all’80%), sia giocatori che del proprio tiro si fidano decisamente meno, come Rondae Hollis-Jefferson, che da 4 “slasher” ha trovato la propria realizzazione, e Caris LeVert, una point-forward uscita direttamente dal 1990 o forse dal 2030, ancora non si è capito.

Giudicare la stagione dei Nets è un’impresa ai limiti dell’impossibile: senza i canestri vincenti di Dinwiddie si troverebbero al terz’ultimo posto NBA e con vantaggio minimo sulla coppia di coda Hawks-Magic, ma sono stati privi dei propri migliori due giocatori, Lin e Russell e nonostante questo sono stati in partita contro la stragrande maggioranza delle squadre da playoff incontrate finora nel 2018. Andando a ritroso: -1 a OKC, +1 a Detroit, +6 contro Miami, -5 contro San Antonio, -6 (all’OT) a Washington, -1 (all’OT) contro Toronto, -2 contro Boston, +1 contro Minnesota, a cui bisogna aggiungere il massacro subito in casa contro i Pistons il 10 gennaio. Il che però si traduce sempre e comunque in un record piuttosto negativo, anche se tutt’altro che disastroso.

Uno dei problemi principali della squadra è la scarsa profondità delle rotazioni, specie partendo dal presupposto che Atkinson non porta alcun giocatore al di sopra dei 30 minuti di media, con evidenti benefici dal punto di vista della freschezza atletica e dell’impatto difensivo (secondo i dati di Cleaning the Glass i Nets sono top-5 in transizione, da sempre uno dei principali indicatori della bontà dell’allenatore e dell’impegno dei giocatori), ma anche palesi difficoltà offensive quando Dinwiddie si riposa (Offensive Rating sotto quota 100). Non a caso Russell è stato finora utilizzato esclusivamente come cambio della point guard, trend che però è destinato ad esaurirsi una volta raggiunte condizioni fisiche migliori delle attuali.

Per ovviare a questo problema nel futuro prossimo occorrerà indovinare diverse mosse secondarie — nella speranza che il rookie Jarrett Allen confermi le buone prime impressioni e si sviluppi nel prototipo del 5 moderno che difende il ferro e gioca il pick and roll — cioè pescare altri jolly, ma d’altronde il core business dell’organizzazione è quello, perciò è giusto rimanere fedeli alla missione.

Il rischio del limbo

Se è difficile giudicare questa singola stagione è ancora più complicato capire quali siano i margini di crescita della squadra, dato che lo spazio salariale è sostanzialmente finito, le scelte al Draft che finalmente ricominceranno ad arrivare saranno discrete ma nulla più, e come detto il solo Russell pare avere la possibilità (marginale) di trasformarsi in un giocatore franchigia. E comunque si tratterebbe di una pericolosa deviazione dal tracciato originale dell’esperimento, che consisteva nel dimostrare che una squadra che va male non per incompetenza ma a causa di contingenze ed errori commessi nel passato, può rialzarsi senza bisogno di affidarsi al Draft e a scelte in top 3. 

Al momento non si può nemmeno essere del tutto sicuri che si riesca ad arrivare ai playoff nel futuro prossimo, il che per i tifosi di Brooklyn sarebbe comunque un trionfo, per ora. Ma prima o poi bisognerà anche iniziare a ragionare come una squadra normale che ha una situazione normale, un’eccellente struttura e un allenatore che sarebbe un candidato credibile a ricevere il premio di Allenatore dell’Anno se questi dipendesse solo dal contributo offerto e non dal record, ma che è diventata fin troppo forte per puntare sul Draft, e allo stesso tempo non abbastanza forte per puntare ai playoff a meno di coincidenze abbastanza fortunate — e che, in definitiva, non ha alcuna chance di essere veramente competitiva.

«Hello limbo, my old friend, I’ve come to talk with you again…».

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