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NBA, cosa manca a Andrew Wiggins per diventare una stella?

NBA

Dario Ronzulli

Il canadese dei Minnesota Timberwolves sta vivendo l'ennesima stagione altalenante della sua carriera: quali sono i passi che gli mancano per diventare l'All-Star che il suo talento suggerirebbe?

Ai nastri di partenza della stagione 2017-18, molti giocatori erano attesi a un atteso banco di prova per dimostrare, al mondo e anche a loro stessi, di poter essere in grado di fare la differenza in NBA. Tra questi c’era senza dubbio Andrew Wiggins.

La prima scelta assoluta del Draft 2014 è al suo quarto anno nella lega: a 23 anni è ancora un ragazzo, ma non è più un giovane rampante. Inoltre il contesto tecnico attorno a lui è cambiato radicalmente: i Minnesota Timberwolves non sono più la squadra che guarda al futuro con pazienza, bensì è un team per il quale quel futuro è diventato presente e vuole farlo diventare da subito il più luminoso possibile.

Premesso ciò, che stagione è stata fin qui quella di “Wiggo”?

La regressione di questa stagione

Partiamo dalle statistiche. Anche parametrandole sui canonici 36 minuti, rispetto all’anno scorso Wiggins ha visto ridursi i punti (da 22.8 a 18.0), i tiri tentati dal campo (da 18.5 a 15.8) e dalla lunetta (da 6.4 a 3.9), gli assist (da 2.2 a 1.8) e la percentuale di possessi utilizzati (da 29 a 23.7, simile a quella del suo anno da rookie). Sembrerebbe lampante che il numero 22 stia vivendo una stagione peggiore, ma proviamo ad andare oltre. Il rating offensivo di 112 con lui in campo è il migliore della sua carriera e il defensive rating a 107.9 è di oltre due punti inferiore a quello 2016-17, pur non essendo di per sé entusiasmante. Tirando le somme, però, il +4.1 di Net Rating non solo è il dato migliore della carriera NBA di Wiggo, ma è anche l’unico con il segno più davanti. Stesso discorso anche per il plus/minus grezzo a +3.2.

Come traduciamo questi dati? Dal momento che in generale i TWolves stanno registrando statistiche migliori quest’anno che nei tre anni precedenti con Wiggins, è grazie alla squadra che il singolo ha migliorato determinate voci o è il singolo che ha inciso sulla squadra rinunciando a parte di sé?

Vale sempre la pena ribadire che stiamo parlando di un giocatore dalle grandi potenzialità. Bisogna avere talento e coraggio per fare un’azione così e segnare.

Se ci fidiamo dei latini e ipotizziamo che in medio stat virtus, allora bisogna trovare un punto d’incontro tra le due estremità: Wiggins è coinvolto in una squadra più forte di quelle in cui ha giocato fino allo scorso aprile, ma non così pienamente da incidere con le statistiche strettamente personali. Con tutta probabilità il motivo è da ricercare nel fatto che non ha ancora assimilato pienamente il proprio ruolo in squadra, stretto com’è tra lo status acquisito di Jimmy Butler e quello in costante crescita di Karl-Anthony Towns. Inoltre Wiggins non sta riuscendo a fare sensibili progressi in tutto ciò che non sia il “semplice” fare canestro, come ad esempio una capacità di playmaking e di lettura del gioco che continua a latitare. Le sue percentuali personali con Butler in campo non differiscono granché da quelle con Butler in panchina o in borghese, per quanto i tentativi e i punti ovviamente si alzino quando l’ex Bulls non c’è.

Qui ci sono almeno due errori evidenti da parte di Wiggins. Il primo è legato al tempo: si prende un tiro non pulitissimo quando mancano ancora 15 secondi alla fine dell’azione. Il secondo è legato allo spazio: il canadese pesta la linea del tiro da 3 peccando di lucidità.

Tutti i limiti mentali di Wiggins

Ci sono due dati inaccettabili per un giocatore dalle capacità fisiche e tecniche di Wiggins, dati che sono strettamente correlati tra loro: il rapporto tra tiri liberi ìe tiri dal campo tentati di .247  - di gran lunga il dato peggiore della sua carriera, per di più tirando con il 64.7%... -; e il fatto che si prenda la maggior parte dei tiri dalla media distanza (pur avendo appena il 34.1%) è qualcosa che manda fuori di testa chi vede nel canadese un possibile giocatore di altissimo livello. Il prodotto di Kansas ha più volte spiegato che il tiro dalla media è il tiro che “sente suo”, quello che gli dà più certezze e più fiducia nei suoi mezzi: ma i numeri, implacabili, dicono il contrario. Ci sono delle volte in cui sembra quasi che per Wiggins ci sia un fossato con i coccodrilli che gli impedisce di mettere i piedi dentro l’area. Eppure il suo status, e la percezione che abbiamo di lui, si alzerebbe tantissimo se solo diversificasse il proprio stile offensivo. Ah, aggiungete anche i miseri 4 rimbalzi a serata, giusto per incavolarvi un altro po’.

Wiggins crea separazione tra sé e Carmelo Anthony per attaccarlo in uno contro uno, che di per sé è una scelta più che accettabile. Melo difende così così e il canadese avrebbe lo spazio per affondare verso il ferro o per scaricare la palla a Teague; invece si accontenta di un tiro dal gomito.

Wiggins legge bene l’indecisione di Justise Winslow dopo il cambio con Dragic e attacca con convinzione. Ma arrivato al limite del pitturato, finta a destra e va a sinistra prendendosi un tiretto nonostante abbia un’autostrada a 4 corsie tra sé e il canestro.

L’azione qui sopra è emblematica di come nella mente di Wiggins fatichi a prendere residenza il concetto di “se ho spazio DEVO attaccare il ferro”: quest’anno solo il 22.6% dei suoi tiri viene preso nell’ultimo metro di campo, dato peggiore della carriera.

Quando si ricorda dei mezzi fisici a disposizione, peraltro, Wiggins sa essere devastante, come accaduto nella stessa partita con Miami nel finale dei regolamentari (poi Minnie ha vinto all’overtime). Prima Wiggins entra senza paura nell’area abbastanza affollata e con grande controllo del corpo evita i raddoppi avversari: sbaglia, ma è lesto a rimbalzo. Azione successiva: dopo il primo palleggio Wiggo ha già superato Richardson e non ha più senso fermarsi. Olynyk si accorge tardi di cosa sta per accadere: quando si gira verso il suo connazionale, l’ala dei T’Wolves ha già spiccato il volo. Fisicità, atletismo, rapidità d’esecuzione: armi sfruttate di rado, eppure mortifere.

Per non parlare poi del tiro da 3, mai stato un punto di forza e che quest’anno si attesta sul 33.7% con 4 tentativi a partita. Di nuovo, non è un problema di tecnica - il rilascio della palla è sempre fluido, la posizione del corpo ottimale, l’elevazione irreale - ma di testa, di approccio, di convinzione. Per uno con la meccanica di tiro di Wiggins non è concepibile avere il 31.4% dall’arco piedi per terra quando il difensore più vicino è a più di due metri.

L'altalenante presenza difensiva

E nella propria metà campo? Vale lo stesso discorso: quando Wiggins ha voglia ed è con la testa sulla partita, diventa un difensore più che accettabile, soprattutto nel contestare i tiri da 3 (4.8 a partita, meglio di lui fa solo Victor Oladipo). Detto che Minnesota ha la 27esima difesa della Lega e questo ovviamente influisce sul rendimento generale dei singoli, Wiggins continua ad essere un affidabile difensore in uno contro uno pur non essendo uno “stopper” in grado di fermare i Big, ma è quantomeno rivedibile sul pick and roll e in altre situazioni dinamiche.

Reduce da un primo tempo inguardabile contro Washington, nella ripresa Wiggins cambia totalmente atteggiamento soprattutto in difesa. Qui non nega a Beal la linea di penetrazione bensì lo attira nella trappola accompagnandolo fino al ferro: arrivato lì, sfrutta i centimetri in più per fare ombra alla guardia degli Wizards e stopparlo. Non è finita però. Wiggo è reattivo nell’andare a coprire su Porter: prima gli nega la penetrazione verso il centro, poi con quelle gambe esplosive che si ritrova gli contesta il tiro. Forse la sua miglior azione difensiva stagionale per qualità, efficacia e impegno.

L’essere testardo ha i suoi vantaggi. Qui DeAndre Jordan consegna il pallone a Austin Rivers con troppa sufficienza e Wiggins si avventa come un falco. L’aver perso il duello sulla palla vagante non scoraggia il numero 22 che rincorre l’avversario, gli porta via il pallone e poi cerca disperatamente di tenere in vita il possesso per i suoi. Non ci riesce, ma gli applausi del Target Center sono tutti giustamente per lui.

La prestazione di stanotte contro gli L.A. Clippers - 4/5 da tre, scelte tutte buone e una difesa concentrata ed efficace - aumenta da un lato la convinzione che di talento ce n’è e pure in abbondanza, ma dall’altro la frustrazione nel prendere nota che serate così rappresentano un unicum in mezzo a tante partite giocate poco sopra il minimo sindacale. È evidente che ad oggi Andrew Wiggins non abbia fatto quello step mentale e tecnico richiesto dalla dirigenza e dalla proprietà nel momento in cui gli è stato offerto il rinnovo al massimo salariale, che peraltro occuperà gran parte del salary cap della franchigia da qui al 2023.

Al di là delle indiscrezioni raccolte dai media locali sulla sua frustrazione nell’essere la “terza stella”, il futuro di Wiggo è ancora tutto da scrivere e c’è solo un autore che possa riempire le pagine del libro, ovvero Wiggo stesso. Comprendere quale selezione di tiro sia più affidabile, non accontentarsi del tiro dalla media distanza rendendo facile la vita alle difese, essere più aggressivo e più sicuro dei propri mezzi: il percorso del canadese verso l’élite NBA passa da qui, passa dall’essere Andrew Wiggins sempre al suo meglio. Quello di essere continuo e affidabile sera dopo sera è il passo più difficile ma anche quello più importante, quello che separa i buoni/ottimi giocatori dalle stelle: non basta essere forti ogni tanto, bisogna esserlo per 82 partite più playoff. Solo quando lo capirà, allora il canadese sarà davvero una stella.

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