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NBA, fermati anche gli “Hamptons 5”: dentro la sconfitta di Golden State

NBA

In gara-2 anche il miglior quintetto dei californiani - Curry, Thompson, Durant, Iguodala, Green - ha fatto registrare dati statistici negativi (-18 di plus/minus, -35.9 di net rating). Houston ha trovato la chiave per disinnescare la macchina di pallacanestro più esplosiva della NBA?

Il dato c’è, e per una volta è impietoso: in campo per 21.6 minuti, il quintetto conosciuto come “Hamptons 5” – Curry, Thompson, Durant, Iguodala, Green, considerato da molti come l’arma imbattibile dei Golden State Warriors – in gara-2 contro Houston ha chiuso con un secco -18 di plus/minus e con un net rating altrettanto negativo (-35.9). Un evento più unico che raro, tutt’altro che passato inosservato nelle osservazioni post-partita a Houston, visto che nelle precedenti cinque gare di playoff disputate al completo (con il rientro di Steph Curry in gara-2 contro New Orleans, nella serie di semifinale di conference) il bilancio degli “Hamptons 5” aveva un segno completamente opposto: +11.2 di plus/minus e +34.4 di net rating in 77 minuti totali di campo. In gara-2 – qualcuno ha avanzato l’ipotesi – gli Houston Rockets hanno dimostrato che è possibile battere il quintetto più forte della NBA (c’è chi dice “della storia” della NBA). “Ovvio che non siamo imbattibili. Succede. Non siamo una forza inarrestabile”, risponde quasi stizzito Kevin Durant. Che sposta l’attenzione dagli Warriors ai Rockets: “Siamo una buona squadra, ma sono fortissimi anche loro. È la bellezza del basket: capita una partita in cui vieni battuto, in cui ti prendono a pugni in faccia. Il bello sta nel saper rispondere la gara dopo. Loro stasera hanno giocato benissimo, tocca a noi reagire in gara-3”. I segni di gara-2 però restano sul corpo degli Warriors, abituati a piazzare parziali positivi – e spesso decisivi – con in campo il quintetto piccolo e invece in gara-2 surclassati anche in questo frangente. Alle armi in mano a Steve Kerr, che si trova in campo cinque giocatori tutti capaci di creare gioco offensivamente e di cambiare su ogni avversario difensivamente, ha risposto Mike D’Antoni con un game-plan apparentemente semplice ma molto efficace: marcatura singola, uomo a uomo – senza raddoppi o trappole difensive – su Kevin Durant, ma massima allerta su Curry, Thompson e sugli altri potenziali finalizzatori dell’attacco di Golden State. “Abbiamo mandato il nostro miglior difensore su KD – conferma il coach dei Rockets – sperando che riuscisse a rendergli la vita difficile, senza mandarlo troppo spesso in lunetta [9/9 il bilancio del n°35 ai liberi, ndr] e senza concedergli assist [che infatti sono stati zero, ndr]. Durant segnerà i suoi punti, è troppo forte – e li avrebbe segnati anche se raddoppiato o triplicato. Ma in questo caso avrebbe avuto anche la possibilità di trovare Klay e Steph smarcati, e questo era quello che volevamo evitare più di ogni altra cosa”. Le prestazioni degli “Splash Brothers” – 16 punti per Curry ma solo 7/19 al tiro, con 1/8 da tre punti, solo 8 con 3/11 al tiro per Thompson – sembrano dare ragione alle scelte dell’ex allenatore di Treviso e Milano, disposto (come aveva ribadito anche dopo gara-1) a sopportare i 38 punti di Kevin Durant.

Funziona la scelta di D’Antoni: zero assist per Durant

Il dato che salta più all’occhio, a convalidare la scelta tattica di D’Antoni e del suo staff, è il fatto che il top scorer di Golden State, per quanto devastante in attacco, abbia chiuso gara-2 senza assist (vero anche che ne aveva messo a referto solo 1 nella prima gara della serie, pur vinta dagli Warriors). Ma c’è anche una percentuale da tre punti nettamente sotto media (solo il 33% contro il 43% nei 71 minuti giocati assieme nei playoff precedentemente), due assist in meno ma soprattutto 10 palle perse rispetto alle 4.2 usuali. “Un nostro classico”, avrebbe detto sconsolato all’intervallo il gm dei californiani Bob Myers: 7 palle perse già alla fine del primo quarto, 11 al termine del primo tempo (erano state 9 in tutto in gara-1, per una squadra 26^ nella NBA in questa specifica categoria statistica durante la stagione regolare). “Il punto sono state le palle perse, che hanno generato una pessima transizione difensiva, permettendo a loro di segnare canestri facili”, spiega Draymond Green. I tiri da tre punti assistiti e non contestati generati dall’attacco di Houston (e dalle débâcle difensive di Golden State) erano stati solo cinque in gara-1 mentre sono diventati 12 nel secondo episodio della serie, realizzati con il 50% (6/12). Ed è ancora sulle proprie mancanze, prima ancora che sulla bravura degli avversari, che puntano il dito sia Green che coach Kerr: “Non abbiamo avuto disciplina nel seguire il game-plan: abbiamo sbagliato diverse rotazioni in difesa e fatto brutte scelte in attacco. Se non si segue il game-plan non conta chi c’è in campo”, l’opinione dell’ala degli Warriors condivisa anche dal suo allenatore: “Ci hanno battuto su tutto, possiamo analizzare ogni aspetto del gioco ma la verità è che ci hanno surclassato ovunque: non conta assolutamente niente chi erano i cinque giocatori in campo in un determinato momento”. Ora l’attenzione di tutti – squadre e addetti ai lavori – è già su gara-3: Kevon Looney potrebbe vedere più minuti degli 11 trascorsi in campo in gara-2, ma di sicuro gli “Hamptons 5” saranno nuovamente sotto i riflettori. Nel bene e nel male. 

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