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NBA, gli Houston Rockets hanno fatto tutto il possibile, ma non è bastato: e adesso?

NBA

I Rockets hanno perso gara-7 in casa contro gli Warriors, dopo aver sognato e preparato per un anno al meglio la sfida più importante degli ultimi 20 anni a Houston. Nonostante la sconfitta però, nessuno può farne una colpa ai ragazzi di D'Antoni: il problema adesso è tenere insieme tutti i pezzi e magari aggiungerne altri sul mercato per riprovarci

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“È una sconfitta che spezza il cuore”. Che si usi una parola soltanto o in alternativa si decida di moltiplicarle, spezzando la brevità della lingua inglese spacchettando una parola composta (‘heartbroken’ che diventa ‘heart broker’), la sostanza non cambia. Gerald Green, così come tutto il roster dei texani, aveva accarezzato a lungo l’idea sempre più concreta di conquistare le NBA Finals. Dopo 27 triple sbagliate in fila però (una di quelle cose che accadono statisticamente una volta ogni 100mila), l’obiettivo stagionale è andato a infrangersi contro un paio di canestri che mancano all’appello e a causa del quadricipite fuori uso di Chris Paul; spettatore non pagante di una commedia che aveva sognato potesse avere un finale diverso. In un mondo in cui non esistono vittorie morali, Houston ha fatto tutto il possibile per conquistarne una reale. Un progetto partito dalla scorsa estate, dagli acquisti azzeccati di Paul, Tucker e Mbah a Moute per ritoccare una squadra pensata con un solo scopo: battere i Golden State Warriors. Magari in gara-7 dopo aver vinto più partite di loro in regular season, predicando il mantra che ormai da un lustro il GM Daryl Morey continua a ripetere. Nessuna scelta estrema, ma il naturale sviluppo di gioco per un gruppo selezionato per tirare tanto e bene da lontano. E le cose per oltre otto mesi avevano seguito il percorso sperato: Harden ha fatto il suo, coach D’Antoni ha fatto il suo e i nuovi arrivi hanno confermato le aspettative. La fortuna invece gli ha voltato le spalle nel momento più propizio, lasciando l’amaro in bocca a chi aveva iniziato a crederci per davvero: “Se lui fosse stato sul parquet al nostro fianco, giovedì sera saremo scesi di nuovo in campo”, chiosa in maniera amareggiata Eric Gordon, riferendosi all’ennesimo infortunio che ha posto un freno alla carriera di Paul, che spera di restare a Houston e riprovarci, mettendosi in tasca un bel po’ di verdoni. Troppi per i gusti della dirigenza dei Rockets, che questa estate è chiamata a fare un lavoro ancora più complesso di quanto fatto 12 mesi fa.

Il nodo Chris Paul: come farlo felice senza spendere 205 milioni di dollari?

Tilman Fertitta – il proprietario dei texani che al primo anno ha subito rischiato di fare il colpaccio - ha già fatto presente in maniera più o meno velata che il suo obiettivo sarà quello di rinnovare a lungo termine Chris Paul e di trattenere Clint Capela, convinto che il cuore di questa squadra sia la giusta base per puntare al titolo che manca da più di 20 anni a Houston. I Rockets infatti hanno tutto l’interesse a livello tecnico a prolungare il contratto di Paul, dopo che le cose tra lui e Harden sul parquet hanno funzionato a meraviglia. Una coppia ben assortita che ha saputo garantire canestri e playmaking nell’arco dei 48 minuti ai texani. Il nodo cruciale della questione è legato a più fattori: in primis le sue condizioni di salute (l’infortunio nelle finali di conference è soltanto l’ultimo, non casuale, ma la coda di una lunga storia medica costellata da problemi di ogni tipo nell’ultimo decennio); la sua età (non tutti portano bene i 33 anni come LeBron James, diciamo) e soprattutto il costo e la durata dell’accordo. Paul infatti va a caccia di un quinquennale da 205 milioni di dollari; un macigno che calerebbe come una mannaia sulle possibilità di spesa dei Rockets, incapaci poi in quel caso di aggiungere altri tasselli al roster. Un rischio non da poco, visto che Paul ha saltato almeno 20 partite in tre delle ultime cinque stagioni e che difficilmente tra cinque anni continuerà a essere l’All-Star che oggi conosciamo. Capire a quale tipo di mercato possa ambire CP3 sarà fondamentale, in maniera tale da evitare aste al rialzo e cercando di far passare il messaggio: ‘Le tue richieste sono fuori portata per noi e soprattutto fuori mercato’. Accettare di incassare meno e continuare a combattere con i Rockets in quel caso sarebbe un sacrificio più facile da digerire.

Clint Capela (e gli altri): come trovare lo spazio salariale

Houston per la prossima stagione ha già investito 77.6 milioni di dollari come somma totale degli stipendi di sei giocatori già sotto contratto, tra i quali spiccano i 20.4 garantiti a Ryan Anderson – peso morto sul parquet per la difesa dei Rockets e al tempo stesso tappo a qualsiasi margine di manovra di mercato dei texani. Senza di lui, Houston non avrebbe problemi a confermare tutti, anche garantendo a Paul un bel gruzzoletto. L’altra patata bollente sul tavolo è il rinnovo di Clint Capela, al primo contratto importante dopo un biennio in cui è definitivamente sbocciato, diventando àncora difensiva e riferimento per i tanti scarichi comodi garantiti dal fatto di giocare al fianco di due delle migliori point guard della lega. Secondo i report di qualche settimana fa, Phoenix (e non solo i Suns) ha già pronta un’offerta da massimo salariale, per un giocatore attorno al quale ruota il futuro dei Rockets. Per lui Houston dovrà essere disposta a fare follie, anche a costo di sacrificare qualche nome importante. Trevor Ariza e Luc Mbah a Moute sono stati pedine fondamentali alle quali sarà difficile rinunciare, a meno che in estate non si pensi all’ennesima rivoluzione, puntando magari al mercato dei free agent. In quel caso più volte in passato è stata paventata l’ipotesi di una trattativa per arrivare a LeBron James, ma per far sì che un progetto del genere vada in porto, la dirigenza dei texani dovrebbe mettere sottosopra un bel po’ di pedine. Prima di tutto Morey dovrebbe riuscire nella non semplice impresa di liberarsi di Anderson, oltre a rinunciare a Tucker, Ariza, Nene, Tarik Black e Mbah a Moute. Tutti senza avere in cambio contratti che restino a libro paga, ma solo profili da poter poi tagliare per liberare spazio. Un elenco lunghissimo che tuttavia potrebbe non essere uno sforzo sufficiente e che porterebbe poi Paul e James a dover accordarsi tra loro nel prevedere una parziale riduzione delle loro richieste. Fantabasket puro insomma, nonostante il n°23 dei Cavaliers sia fortemente intenzionato a cercare una situazione che gli permetta di essere da subito competitivo ad altissimo livello. A Houston troverebbe certamente terreno fertile, sperando poi in quel caso di non restare con il cuore spezzato anche al termine della prossima stagione.

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