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NBA, da zero a 35 (punti) in 48 ore: lo specchio della stagione di Gordon Hayward

NBA

Il n°20 biancoverde ha fatto seguire alla sua peggior prestazione stagionale contro San Antonio la miglior partita in maglia Celtics, tirando 14/18 dal campo contro Minnesota. "Devo essere più costante", dice lui, perché dal suo rendimento passano necessariamente le ambizioni di Boston 

IL MIGLIOR HAYWARD TRASCINA BOSTON CONTRO MINNESOTA

FINALMENTE IL VERO HAYWARD, I CELTICS RESPIRANO

Le ultime 48 ore della vita – e della carriera – di Gordon Hayward possono essere un piccola sintesi di un’intera stagione, la sua seconda in maglia Celtics, la prima in campo dopo l’infortunio (rottura della tibia con danni anche alla caviglia sinistra) sostenuto dopo soli cinque minuti della sua gara d’esordio con Boston. La partita a San Antonio – persa – lo ha visto chiudere con 0/6 al tiro (tra cui cinque errori dall’arco) per zero punti in 22 minuti, la sua prima gara senza punti dal 18 marzo 2012, al suo secondo anno nella lega, quand’era ancora nello Utah e partiva ancora dalla panchina. La gara dopo, contro Minnesota, lo ha visto invece prendersi di prepotenza i riflettori: dopo aver sbagliato i suoi primi due tiri della serata nel primo quarto, ha chiuso il secondo con 4/4, il terzo con 7/8 e poi l’ultimo con 3/4, in una serata da 14/18 dal campo e 35 punti, il suo massimo stagionale. Alti e bassi, si dice, con i secondi in questo caso a precedere i primi – il riassunto (ovviamente non certo esaustivo) di una stagione che finora ha visto il n°20 biancoverde in altalena, ancora alla ricerca della sua miglior dimensione – tanto atletica quando tattica – nella squadra allenata da coach Brad Stevens. “Ogni partita che passo, mi sento sempre più a mio agio in campo”, aveva già dichiarato prima dell’esplosione offensiva contro i Timberwolves. Perché oltre che fisico, il recupero di Hayward è anche legato ad aspetti tecnici e tattici, di fiducia in sé ma anche di conoscenza e intesa con i suoi compagni, da considerarsi a tutti gli effetti nuovi, visto i soli 5 minuti giocati assieme la scorsa stagione. “Capire chi sono, come giocano, cosa preferisco fare, in modo da cercare di massimizzare i loro punti di forza”. E in base a chi è in campo con lui, Stevens chiede a Hayward di adattare anche il suo stile di gioco. “A volte sono io a condurre e impostare l’azione, altre volte se ci sono in campo tanti giocatori che sanno trattare il pallone, il mio ruolo è correre in transizione e farmi trovare pronto, smarcato, per punti facili al ferro”. Un ruolo che è già cambiato nel corso di questa stagione anche a livello nominale, da titolare a riserva, modifica introdotta da coach Stevens proprio dopo la partita del 17 novembre scorso contro la sua ex squadra, gli Utah Jazz. Dalla gara successiva, Hayward è entrato a far parte della second unit dei Celtics, e i numeri sembrano dar ragione alla scelta di Stevens accettata dal suo giocatore: a fronte di un minutaggio sostanzialmente invariato (Hawyard resta in campo oltre 26 minuti a sera, contro i 27.3 da titolare), è migliorata non solo la sua produzione offensiva, da 10.2 a 11.9 a sera, quanto le sue percentuali al tiro, oltre il 45% dal campo e oltre il 36% da tre dopo essere state rispettivamente appena sopra il 38% dal campo e sotto il 29% dall’arco nelle sue partite da titolare, con anche il numero di assist in netto aumento. Ancora più importante, però, quello che rivelano i dati statistici più avanzati: il net rating dei Celtics con lui in uscita dalla panchina è un ottimo +10.6 (solo +1.5 con Hayward titolare), frutto di un attacco che magicamente trova fluidità offensiva e facilità a mettere punti (117.5 punti per 100 possessi il dato esatto). La percentuale reale dell’Hayward riserva, nelle 17 gare fin qui giocate, sfiora il 60%, mentre non arriva al 49% quando parte nei primi cinque. 

Da titolare a riserva: “Devo essere più costante”

“Il mio ruolo qui è oggi più simile a quello che avevo all’inizio della mia carriera nello Utah, più che a quello degli ultimi miei campionati in maglia Jazz. Dipende anche dal tipo di squadra nella quale giochi, del livello dei tuoi compagni e delle loro capacità di fare diverse cose. Di sicuro oggi il mio ruolo è diverso da quello che avevo nello Utah [quando nell’ultimo anno si era conquistato i gradi di All-Star, in una stagione chiusa con quasi 22 punti di media, oltre il 47% dal campo e sfiorando il 40% da tre punti, ndr]”. Diverso, non peggiore – perché pur con uno status da superstar, Hayward non è tipo da creare problemi all’interno di uno spogliatoio e in una squadra di grande livello come i Celtics. Lui questa stagione, la prima al rientro dal gravissimo infortunio, ha accetto di “viverla alla giornata, perché devo ritrovare il mio ritmo”, anche se questo panorama sempre mutabile “mette a dura prova la mia pazienza”, ammette. La differenza tra le due ultime gare – contro Spurs e T’Wolves – ne è l’esempio perfetto: “Ci sono ancora molti aspetti del gioco su cui devo lavorare. In due gare consecutive è stato come il giorno e la notte, per cui devo migliorare la mia costanza di rendimento, che non vuol dire poter fare sempre 35 punti ma giocare sempre in maniera aggressiva, attaccando, invece di essere in campo con un atteggiamento passivo”. L’idea di quale sia l’obiettivo ideale cui tendere Gordon Hayward ce l’ha chiaro in testa: “Quando giochiamo con urgenza, tutti coinvolti, quando il pallone passa tra le mani di tutti, e ogni giocatore taglia e fa le letture giuste, è in questi casi che mi diverte di più essere in campo perché il nostro gioco diventa davvero divertente”. Non sempre è così – e lo testimonia anche il record di squadra, 22 vinte e 15 perse, e una posizione, la quinta nella Eastern Conference, considerata un po’ deludente rispetto alle aspettative iniziali – ma non per questo il comportamento e l’atteggiamento di Hayward è destinato a cambiare: “Sono sempre stato leader col mio esempio, più che a parole. Questo non cambia: voglio essere un esempio di professionalità verso i più giovani, voglio insegnar loro l’importanza del lavoro fatto in allenamento, tanto in palestra quanto in sala video. Quando sono in campo, poi, voglio dare il massimo, sempre”.

Il ruolo da leader

Da leader Hayward ha risposto non a caso proprio nell’ultima gara contro Minnesota, la prima affrontata dai Celtics senza Kyrie Irving dopo il colpo ricevuto agli occhi contro San Antonio. Fuori l’opzione n°1 dell’attacco di Boston, ecco l’ex All-Star dei Jazz fare un passo in avanti: “Abbiamo tanto talento e a volte quando sai di poter contare su tanti giocatori forti a roster il senso di responsabilità del singolo tende a calare un po’, è naturale. Quando invece vieni responsabilizzato di più [con Irving fuori, ndr], può tradursi in maggiori opportunità”. Vale per Hayward ma anche per i suoi compagni, per un Jaylen Brown che reagisce con 30 punti all’infortunio di Irving contro San Antonio o per un Terry Rozier che contro Minnesota segna 11 dei suoi 16 punti tutti nel primo quarto. “Quando poi Gordon gioca così – conclude Marcus Morris – difendere contro di lui è davvero difficile. È forte a uscire dai blocchi, tira bene [in crescita a dicembre da tre punti, dove è passato dal 26% di novembre al 34%, ndr]: se lui è questo, diventa dura fermarci”. L’anno nuovo è iniziato con una bella vittoria: ora a Boston si augurano che possa continuare così. Con quella costanza che è anche uno degli obiettivi della stagione di Gordon Hayward.

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