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NBA, viaggio a Chicago, tra passato (illustre) e futuro (incerto): "È tempo di crederci"

NBA

Massimo Marianella

Sono sul fondo della Eastern Conference (solo Cleveland fa peggio), hanno già licenziato un allenatore e faticano a trovare un’identità, in campo e fuori. Eppure sui giovani i Bulls sono convinti di poter ricostruire e tornare presto ambiziosi. Ecco come

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IL PEGGIOR KO NELLA STORIA DEI BULLS: "UNA FIGURA IMBARAZZANTE"

CHICAGO - “It’s time to believe”. La chiave per valutare e analizzare gli attuali Chicago Bulls è tutta in questo slogan coniato, opportunamente, dal marketing della franchigia in estate. Appare ovunque allo United Center, risuona con una voce solenne nel countdown che porta alla palla a due. Bella prospettiva, ma crederci dopo la metà stagione appena conclusa non è facilissimo. Il record dice 10-31, un coach già licenziato e quello subentrato che ha generato a tempo di record un mezzo ammutinamento nello spogliatoio. Non aiutano neanche una sola apparizione ai playoff nell’ultimo triennio, un titolo divisionale che manca da 7 stagioni e la speranza di trovare un simbolo locale capace di riaccendere l’animo rosso della città fallita per ben tre volte, per motivi diversi, prima con Derrick Rose, poi con Dwyane Wade e ora anche con Jabari Parker. A voler infierire, pure le classifiche individuali NBA offrono altri numeri desolanti. Nessun giocatore dei Bulls nei primi 40 nella percentuale di tiro e nei rimbalzi a partita oltre che nessuno nella top 10 di qualsiasi categoria assoluta. Numeri negativi ovvio, ma che in un certo senso, allargando l’immagine, indicano anche la strada da percorrere. Confermano che al momento l’uomo franchigia è Zach LaVine, diventato il secondo Bulls a segnare 30 o più punti nelle prime quattro partite di una stagione dopo un certo Michael Jordan nel 1986. L’ex UCLA è anche l’unico che in quelle classifiche di cui sopra quantomeno compare, 15° per media punti (23.6), 38° negli assist (4.2), 22° per minuti giocati (34.3) e 17° nella percentuale ai liberi (87%). Gli stessi numeri poi sottolineano che la speranza principale per il presente ma soprattutto per il futuro è il centro non ancora ventenne proveniente da Duke, Wendell Carter Jr.. Settima scelta assoluta dell’ultimo Draft, nelle statistiche relative ai rookie è secondo per rimbalzi (6.9), ma anche terzo nella percentuale realizzativa (49.3%) e nelle stoppate (1.33, il migliore del suo roster, 18° nella NBA). I Bulls hanno capito subito dal training camp di avere in lui un giocatore già pronto per il nuovo livello, tanto da farlo diventare solo il decimo rookie nella storia della franchigia a partire in quintetto nella opening night, scelta poi mai rimpianta.

Da Hoiberg a Boylen: cosa cambia

C’è un rovescio della medaglia, però. Perché se una squadra che dal 1966 a oggi ha avuto giocatori straordinari (non solo il 23 e il 33) ha in Zach LaVine il suo giocatore franchigia allora c’è un problema. Carter è al contrario un fascio di luce positiva proiettato verso il futuro, l’unico possibile obiettivo di Chicago, che difatti ha svecchiato il roster ammassando scelte su scelte pensando solo al domani. A referto fino all’ultimo match del 2018 c’erano la bellezza di 10 prime scelte, poi il 3 gennaio Payne è stato tagliato e ne sono rimaste 9 di cui quattro selezionate in passato tra le top 7 di ciascun Draft. “La trade di Justin Holiday e la scelta su Cameron (Payne) – sottolinea John Paxon vice-presidente esecutivo dei Bulls – sono tutte orientate a far giocare i nostri ragazzi. Abbiamo preso una direzione e rimaniamo legati sempre più alla nostra scelta”. Per lo stesso motivo stanno offrendo sul mercato non solo Jabari Parker ma anche Robin Lopez, senza peraltro trovare molto interesse. Un Paxson impegnato sul mercato, ma anche attento a proteggere la nuova gestione tecnica della squadra dopo la decisione di allontanare Fred Hoiberg: “Cambiare coach nel corso di una stagione non è mai facile per nessuno, soprattutto per chi subentra. Questa non è una lega che consente molto tempo per gli allenamenti e arrivando in corsa non si ha neppure il training camp per organizzare la squadra. Jim (Boylen) rispetto alla conduzione precedente sta cercando di rallentare i ritmi offensivi per far sì che la difesa diventi la priorità. La NBA è una realtà nella quale si viene giudicati in base a vittorie e sconfitte, ma tutti noi dobbiamo tenere bene in mente qual è l’obiettivo principale, ovvero costruire per il futuro”. È un progetto logico e che qualcosa ha già fatto intravedere, ma il presente è ancora un gruppo di talento che non si può ancora definire una squadra, senza un leader in spogliatoio e senza una sua precisa identità tecnica. Non giocano in velocità, non sono una vera squadra perimetrale né particolarmente attenta dietro (caratteristica che con Tom Thibodeau ad esempio era invece evidente). Lottano, ma non hanno una loro fisionomia definita. I metodi di Boylen non sembrano molto graditi alla squadra, ma i primi risultati del suo lavoro cominciano a farsi vedere. Se l’impegno è quello di concentrarsi sulla difesa i numeri dicono che i Bulls continuano a progredire gradualmente, passando dagli oltre 116 punti concessi per 100 possessi nel mese di ottobre ai 107 di dicembre. 

Markkanen-Carter Jr.-Portis: le colonne del futuro

Da assistente Jim Boylen ha vinto tre anelli NBA (due coi Rockets negli anni ‘90 e uno al fianco di Gregg Popovich a San Antonio) ma a Chicago è chiamato a una gestione del personale diversa. Deve far crescere e modellare un gruppo senza fare attenzione all’ego di nessuna superstar. Ad ascoltare Pete Myers – in Italia con Cantù, Scavolini e Fortitudo e con i Bulls da tre generazioni, prima da giocatore e oggi in panchina da assistente allenatore – può farlo anche con relativa calma. “Classifica alla mano il momento non è dei più facili, ma la cosa bella di lavorare per questa società è che c’è una proprietà unica e unita. L’organizzazione ci lascia il tempo di costruire con calma, dando serenità a tutto l’ambiente. In questo senso è una situazione quasi unica in tutto lo sport americano professionistico, che ci rende orgogliosi di far parte di questa franchigia. E poi non siamo così lontani dal far bene”, aggiunge Myers, ottimista per natura (e forse anche per contratto). “Stiamo costruendo per il domani ma abbiamo già un gruppo solido, unito, con tre colonne del futuro: Lauri Markkanen, Wendell Carter Jr. e Bobby Portis. Chicago è una grande città di sport, con un grande passato ma anche, ci auguriamo, con un grande futuro. Partite come quella che abbiamo perso con Indiana in doppio overtime aiutano a crescere i nostri giovani, che devono fare esperienza anche così, perdendo gare del genere”. Addirittura più di Myers si è lasciato andare a dichiarazioni di grande ottimismo un osservatore neutrale, Paul Pierce, oggi opinionista tv dopo la sua leggendaria carriera ai Celtics. "The Truth" si è sbilanciato non poco sui Bulls affermando che tra tre anni saranno in campo a giocare le finali NBA. Ottimismo forse anche eccessivo, ma alla fine ai tifosi si chiede proprio questo, un atto di fede ("Time to believe"). Un pubblico che, un po' in balia tra sogni e nostalgia, è rimasto comunque vicino alla squadra e continua a regalare diversi sold out allo United Center. Dove il progetto futuro ha convinto molti, ma può anche capitare (esattamente come a chi scrive, nella recente gara contro Indiana) di incontrare sulla strada della tribuna stampa prima del match Horace Grant, ascoltare le note di Serious degli Alan Parsons Project all’ingresso in campo della squadra e casualmente scendere in ascensore nel post partita con Toni Kukoc. E quando il passato è lì, così vicino da poterlo ancora toccare con mano, il progetto futuro appare quasi naturalmente più lontano.

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