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NBA, Belinelli: "Golden State favorita, meglio affrontare Denver. Gallinari mostruoso"

NBA

Mauro Bevacqua

Le parole dell'azzurro degli Spurs alla vigilia dei suoi sesti playoff NBA: "Nonostante tutti gli addii abbiamo concluso con una vittoria in più dell'anno scorso: questi sono gli Spurs: qui non ci si accontenta di una stagione normale"

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BELINELLI: INTERVISTA ESCLUSIVA

Marco Belinelli, 33 anni compiuti da poco, appena mandata in archivio la sua 11^ stagione (regolare) NBA, è pronto ad affrontare i sesti playoff della sua carriera. I primi nel 2011, con la maglia di New Orleans, bissati due anni dopo con quella di Chicago (e i primi canestri importanti, con annesse prestazioni da ricordare, quando il pallone pesa di più). Poi il biennio magico a San Antonio, che nel 2014 lo ha portato sul tetto della NBA, il primo (e finora unico) anello di un giocatore italiano nella NBA. L’anno scorso – dopo una stagione nel gulag di Atlanta – il buyout per firmare con Philadelphia e scoprirsi di nuovo protagonista in postseason, compreso il canestro impossibile dall’angolo che manda una gara dei suoi Sixers ai supplementari. Quest'anno c’era chi pensava che gli Spurs avrebbero potuto interrompere la loro striscia record di 21 apparizioni consecutive ai playoff. Non è successo, e così si è allungata a 22. Si inizia sabato notte, sul campo dei Denver Nuggets, e Marco Belinelli – in una telefonata comune con alcuni media italiani – ha raccontato il suo stato d’animo.

Cosa ne pensa dell’abbinamento?

"Una serie non facile, sia chiaro, ma occorre essere onesti: meglio loro dei Golden State Warriors. Questo perché considero i campioni in carica i favoriti per il titolo anche quest’anno, non certo perché sottovaluto Denver. Sono una squadra con tanto talento, hanno buoni giocatori in tutti i ruoli, più di un buon difensore a roster, sono giovani e hanno davvero tante risorse. Ovviamente Jokic è il loro giocatore migliore, non solo perché sa fare canestro ma anche perché è un ottimo passatore, ma i Nuggets sono insidiosi anche perché hanno una panchina profonda e uno stile di gioco difficile da contrastare, che si affida molto al flusso, con le guardie che si muovono tanto e sfruttano le capacità da passatori anche di lunghi come Jokic o Paul Millsap. Loro saranno carichi per il ritorno ai playoff, dopo che l’anno scorso lo avevano mancato solo al tempo supplementare dell’ultima gara di stagione regolare contro Minnesota, e in più sono allenati benissimo da Michael Malone, che io conosco bene per averlo avuto con me a New Orleans".

Quali le chiavi per poter pensare di batterli?

"Il nostro vantaggio credo possa essere l’esperienza: abbiamo in squadra tanta gente che ha già fatto i playoff, qualcuno che ha anche già vinto il titolo. Sappiamo che la pallacanestro della postseason è diversa, ma sappiamo anche – perché l’abbiamo già provato sulla nostra pelle – cosa questo voglia dire. Sarà una serie lunga e sicuramente non facile: sarà una vera e propria battaglia".

Il fattore campo – loro che giocano a più di 1.600 metri sul livello del mare, voi che in trasferta avete vinto solo 16 gare su 41 – può essere una variabile pericolosa per gli Spurs?

"Può essere importante, lo ammetto – anche se quando partono i playoff si cerca di resettare quanto successo in stagione regolare. Anche per la mia esperienza passata so che poter giocare una gara-7 in casa è un grande vantaggio, soprattutto perché noi lontani da San Antonio quest’anno non siamo certo stati una squadra incredibile. Dobbiamo affrontarli con la mentalità di vincere almeno una delle prime due gare a Denver, se non entrambe – ma gara-1 è sempre molto importante, perché conta tanto iniziare col piede giusto. Dobbiamo preparare bene l’esordio". 

Denver al primo turno, la vincente di Oklahoma City e Portland in caso di qualificazione. Non solo Golden State, ma anche Houston, dall’altra parte del tabellone. Si può sognare una finale di conference?

"Beh, è inutile negare che ai possibili accoppiamenti playoff nelle ultime gare di stagione ci si fa un pensiero, non solo per quelli di primo turno ma anche più avanti. Ed è vero, noi non incontreremmo gli Warriors prima della finale di conference…".

Partire settimi a Ovest, a fari spenti, può essere un vantaggio?

"Uno come Gregg Popovich ci sguazza, quello è poco ma sicuro. Ecco, se magari in spogliatoio si dava un occhio ai possibili incroci a seconda dei risultati delle squadre coinvolte nella corsa ai playoff, sono certo che coach Pop non sia stato tutta la sera ad aspettare nervoso di sapere quale avversaria ci sarebbe toccata nel primo turno. Lui è così, molto tranquillo, queste cose non lo toccano, anche se io – anche per esperienza personale – ho imparato proprio a San Antonio quanto può essere importante una vittoria o una sconfitta a fine campionato. Al mio secondo anno con gli Spurs, da secondi o terzi a Ovest ci siamo ritrovati di colpo settimi per colpa di una sconfitta: e senza fattore campo siamo usciti in gara-7 allo Staples Center contro i Clippers".

Un giudizio sulla sua stagione e su quella di Danilo Gallinari.

"Gallo l’ho visto contento e felice in campo, finalmente a posto fisicamente per gran parte della stagione. È stato mostruoso, ha disputato davvero una stagione importante. Per quanto riguarda me, coach Popovich mi ha chiesto di portare esperienza dalla panchina, cercando di fare il meglio possibile. Credo di esserci riuscito, dopo un anno buono con i playoff a Philadelphia, ho messo in fila un’altra stagione positiva e un altro approdo ai playoff".

Sono i sesti playoff della sua carriera: in cosa sono diversi?

"Che ho qualche capello bianco in più [ride]. Scherzi a parte, io vivo per i playoff e ai playoff devo le emozioni più belle della mia carriera, quelle vissute a San Antonio e anche a Philadelphia. Lo dico perché ho vissuto anche situazioni opposte, come quando ero a Sacramento e a febbraio la nostra stagione era già finita. È una sensazione bruttissima, ve lo assicuro. Giocare i playoff è quello che ti ripaga di tutto: c’è molta più emozione, c’è la voglia di mettersi a confronto anche con i più giovani, con i migliori".

Eppure a inizio stagione c’era chi vedeva gli Spurs fuori dalla postseason…

"Vero, in pochi scommettevano su di noi. Merito di un'organizzazione unica anche nel mondo della NBA, merito soprattutto di quelli che in questa striscia di 22 apparizioni ai playoff consecutivi ci sono sempre stati, R.C. Buford e Gregg Popovich. Dietro al nostro successo ci sono loro, sono loro ad aver creato questo meccanismo 'quasi perfetto' dove ai giocatori viene chiesto solo di giocare e dare il massimo, perché tutto il resto funziona alla perfezione. Nella stagione degli addii a Kawhi Leonard, Tony Parker, Manu Ginobili e Danny Green siamo riusciti a vincere una partita in più dello scorso anno [48 contro 47, ndr], pur dovendo rinunciare per tutta la stagione alla nostra point guard titolare, Dejounte Murray, e dovendo inserire in squadra tanti giocatori nuovi. Gli Spurs sono questi: a San Antonio non ci si accontenta di una stagione normale, il successo lo si misura con il rendimento nei playoff".

Playoff strani, senza LeBron James.

"Senz’altro, avranno un sapore diverso senza di lui. Ma l’Ovest è duro, e per me nessuno è ancora pronto a detronizzare gli Warriors: giocano bene in attacco e giocano bene in difesa, ma soprattutto si conoscono bene, da tanto e sanno cosa ci vuole per vincere. In più con DeMarcus Cousins sono ancora più forti".

E a Est?

"Le quattro squadre più accreditate ad arrivare in finale sono quelle che dicono più o meno tutti: Milwaukee, Boston, Toronto e Philadelphia. I Bucks sono migliorati tantissimo, soprattutto grazie al lavoro di coach Budenholzer, che l’anno scorso ho avuto ad Atlanta: un allenatore bravissimo e una persona super. In stagione invece non si è certo vista la miglior Boston possibile, ma attenzione a Kyrie Irving e compagni quando conta".

Un ultimo pensiero per i Mondiali di Cina, terminata la stagione NBA.

"Mi sono sentito anche pochi giorni fa con il presidente Petrucci e ho parlato brevemente anche con il mister Sacchetti – così come anche con il Gallo, che è qui in America con me. Siamo tutti carichi, abbiamo tutti tanta voglia di tornare a disputare una manifestazione importante e fare bene". 

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