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Playoff NBA, chi è Derrick White, l’eroe degli Spurs nella vittoria a Denver in gara-3

NBA

Ignorato dai college di Division I dopo la carriera liceale, tre anni in Division II e una sola stagione a Colorado prima di un titolo in G League con gli Austin Spurs. Ma dopo una stagione da titolare per coach Popovich, Derrick White ora recita da protagonista nei playoff NBA

WHITE DOMINANTE, SAN ANTONIO BATTE DENVER

La sera del Draft 2017 Derrick White parla per la prima volta al telefono con Gregg Popovich. E non riesce a trattenere le lacrime. Gli Spurs lo hanno appena scelta con la 29^ chiamata (la penultima del primo giro) e il prodotto di Colorado non riesce ancora a crederci: “Sono dei campioni, sono gli Spurs, un’organizzazione che fa crescere e migliorare i propri giocatori e che continua a vincere. E Pop è uno dei migliori allenatori di sempre: l’idea che uno così mi chiami al telefono per parlarmi è qualcosa che non avrei mai neppure sognato”. Oggi quello stesso Popovich è il primo a commentare la prestazione da career-high (36 punti con 15/21 al tiro ma anche 5 assist, 5 rimbalzi e 3 recuperi) di Derrick White contro i Denver Nuggets in gara-3: “È stato ok”, dice, facendo seguire l’affermazione da una pausa a effetto. Poi riprende, col sorriso: “Devo davvero rispondere a questa domanda? Eravate anche voi alla partita, no? Scherzo: ovviamente è stato spettacolare, non solo cos’altro poter aggiungere. E lo è stato su tutti e due gli estremi del campo”. Ancora più efficace nel descrivere la partita della vita della guardia n°4 dei nero-argento è allora l’allenatore degli avversari, Michael Malone: “È sceso in campo come se non avesse mangiato da due giorni. Sono sicuro che negli ultimi due giorni in tanti gli hanno fatto notare come Jamal Murray ne avesse messi 21 nel solo ultimo quarto di gara-2. Lui è sceso in campo arrabbiato, affamato e ha mandato un messaggio forte e chiaro [6/8 e 13 punti per lui quando marcato personalmente da Murray, ndr]: ora voglio vedere come reagiranno i miei ragazzi, se mostreranno di avere orgoglio”. Intanto, però, White si gode una notorietà mai neppure accarezzata prima, terzo Spurs di sempre dopo Tim Duncan e Willie Anderson a segnare almeno 35 punti in una gara di playoff prima dei 25 anni, 26 dei quali arrivati nel solo primo tempo, chiuso con un incredibile 11/15 al tiro. “Gioco da sempre con una voglia di rivincita speciale”, la stessa voglia di rivalsa verso tutti quello che lo hanno sempre sottovalutato che aveva dichiarato già pochi minuti dopo il Draft: “Questa voglia di rivincita deve restarmi sempre dentro. Se dovessi perderla sarei fuori dalla NBA in fretta. Devo chiudermi in palestra e continuare a migliorare”. 

Dalla cucina al campo

Le parole di White non erano dette a caso. Pur aprendogli le porte nella notte del Draft, la NBA poi gliele he richiuse in fretta in faccia senza troppi complimenti, parcheggiandolo in G League per quasi tutto il suo primo anno (solo 17 apparizioni per coach Popovich negli Spurs, sempre dalla panchina, con una media di 10 minuti scarsi in campo e appena sopra i 3 punti a partita). Per White, però, non era la prima difficoltà da affrontare e non sarebbe certo stata l’ultima. “Dare to be great” – abbi l’ardire di diventare grande – è da sempre il motto di casa, coniato più di 15 anni fa dal padre Richard e iscritto addirittura nel risvolto dei pantaloni indossati proprio la notte del Draft. “Non pensavamo potesse mai arrivare a essere scelto nella NBA, quand’era ragazzino”, dice oggi l’uomo che al tempo spedisce personalmente una compilation di highlight del figlio a circa 25 junior college e università di secondo livello, sperando che qualcuno potesse dargli una chance. “Volevamo soltanto che qualcuno potesse dargli un’opportunità a livello di college, godersi l’esperienza con la pallacanestro come fattore motivante per far bene. La NBA? Non poteva essere più lontana dai nostri pensieri”, ammette mamma Colleen. Perché Derrick White, prospetto liceale non certo da prima pagina alla Legend High School di Parker, in Colorado, inizia la sua carriera scolastica misurando soltanto 1.67, crescendo però di 15 centimetri nell’arco dei suoi quattro anni liceali e meritandosi una menzione nel quintetto statale da senior. Non abbastanza però per convincere nessun college di Divison I a scommettere su di lui, e regalargli una borsa di studio. Anzi, l’unica offerta che arriva in un primo momento è quella di Jeff Culver, capo allenatore di Johnson and Wales, un’università NAIA (National Association of Intercollegiate Athletics) famosa soprattutto per un ottimo programma culinario. Quando Culver viene però assunto dalla University of Colorado in Colorado Springs, ateneo di Division II, la proposta che fa a White è quello di seguirlo e i 3.000 dollari assicurati dal college del Colorado per coprire parte delle spese accademiche (10.000 dollari per un anno di corsi) sono sempre 3.000 in più di quanto poteva mai sperare. 

Una lunga scalata verso l’alto

Tre anni in Division II – freshman dell’anno al termine della prima stagione, 25 punti di media con 7 rimbalzi e 5 assist da junior – gli aprono le porte per un’ultima annata al livello superiore, quando Tad Boyle, allenatore dell’Università di Colorado, lo chiama a far parte dei Buffaloes. Lui sembra non accusare il salto di categoria, e con 18 punti, 4 assist e 4 rimbalzi di media – numeri tenuti negli ultimi 20 anni solo da Dwyane Wade e Markelle Fultz - si merita un’inclusione nel primo quintetto della Pac 12 (insieme proprio a Fultz e a Lonzo Ball) e l’interesse di diverse franchigie NBA. Sono ben 13 le organizzazioni che lo chiamano per un provino, ma alla fine a sceglierlo sono quei San Antonio Spurs che sul finire del primo o del secondo turno hanno una lunga tradizione di grandi colpi al Draft, da Tony Parker (n°28 nel 2001) a Manu Ginobili (n°57 nel 1999). Agli Spurs piacciono come palleggia, passa, tira e prende decisioni in campo, ma a R.C. Buford in particolare saltano agli occhi le percentuali al tiro del ragazzo, sopra il 50% dal campo, un soffio sotto il 40% da tre e oltre l’81% in lunetta. A questo va sommato una volontà senza eguali che ne fa un mastino difensivo, qualità riconosciutagli anche durante questa stagione sia da Marco Belinelli (che ha spesso definito White “il nostro miglior difensore, quello a cui affidiamo l’esterno più forte degli avversari”) che da Gregg Popovich. Prima dell’infortunio a Dejounte Murray che convince/costringe lo stesso coach Pop ad affidarsi a una coppia di guardie titolari formata da Bryn Forbes e Derrick White, nel destino del prodotto di Colorado c’è un’annata in G League, dove con gli Austin Spurs viaggia sopra i 20 punti di media in stagione conclusa con il titolo vinto in finale contro i Raptors 905 grazie anche ai suoi 35 di gara-1. Un punto in più – 36 – ora White lo ha messo a segno in un’altra gara di playoff, sempre con gli Spurs ma non di Austin bensì di San Antonio, non nella G League ma nella NBA. Lo ha fatto a modo suo, con 14 dei 21 tiri della sua serata presi nell’area piccola, di cui 12 realizzati per 24 punti, il quarto totale più alto per una point guard negli ultimi 20 anni di playoff. All’Alamo hanno trovato un’altra gemma, ancora sotto contratto a meno di due milioni di dollari per il prossimo anno e poi a tre e mezzo (come team option) per il 2020-21: coach Popovich può sorridere, Derrick White ancora di più.

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