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NBA, Steve Kerr è sicuro: "I playoff di Kevin Durant? Mi ricordano un certo Michael..."

NBA

Kevin Durant sta giocando a un livello stellare ormai da cinque partite, confermandosi anche in gara-1 contro gli Houston Rockets. Una serie di prestazioni che ha provocato paragoni importanti da parte del coach di Golden State: "Chi mi ricorda? C’era questo tizio di nome Michael qualcosa, non mi ricordo il cognome…"

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Gara-1 tra Golden State Warriors e Houston Rockets è stata l’ennesima dimostrazione di quello che oramai è chiaro a tutti da diverse settimane: Kevin Durant è in un momento magico della sua straordinaria carriera e nessuno sembra in grado di fermarlo. Il due volte MVP delle Finals in carica ne ha dato un’altra dimostrazione segnando 35 punti sui 104 della sua squadra, provocando paragoni importanti da parte del suo allenatore Steve Kerr: “Chi mi ricorda? C’era questo tizio di nome Michael qualcosa, non mi ricordo il cognome…” ha scherzato in conferenza stampa, facendo palesemente riferimento al suo ex compagno di squadra Jordan. “No, l’ultima settimana di Kevin è stata fuori da ogni grazia. L’ho ripetuto più volte: è il giocatore più dotato sulla Terra, uno dei migliori di sempre ad aver mai giocato a pallacanestro. Non c’è nessuno come lui: quasi 2.13, palleggia, tira da tre, la passa, difende. È un talento incredibile. Dopo la sconfitta con i Clippers in gara-2, ha sentito la necessità di alzare il livello e trascinarci con sé, e lo ha fatto”. Nelle ultime cinque gare la sua media punti è sopra quota 40, tra cui il cinquantello rifilato a L.A. in gara-6 dopo i 45 già segnati in gara-5. Un livello di gioco da miglior attaccante del mondo che ha lasciato di stucco anche i suoi compagni: "Sta giocando alla grande ha detto Draymond Green. “È estremamente aggressivo, e quando è così non c’è nessuno in NBA, o al mondo, che lo possa fermare. Per noi è sempre un bene: la sfida per le squadre avversarie è enorme".

Il cambio di marcia rispetto alla regular season

L’aggressività di Durant è testimoniata anche dai numeri: in questi playoff ha già tentato 74 tiri liberi, alzando di quattro tentativi a partita la sua media della regular season da 6.5 a 10.5. Una differenza sensibile per le difese avversarie, che non possono fare altro che commettere fallo per cercare di arginarlo in ogni situazione di gioco. Per la verità, in gara-1 i Rockets hanno fatto anche un buon lavoro su di lui, sporcandogli diversi palloni specialmente con P.J, Tucker ed Eric Gordon e costringendolo a ben 6 delle 20 palle perse degli Warriors. Non appena però Durant si è ritrovato davanti difensori più facili da affrontare come Danuel House e Iman Shumpert o più bassi come Chris Paul è riuscito ad accendersi con dei tiri "alla Nowitzki": il parziale decisivo arrivato in chiusura di terzo quarto — con Steph Curry in panchina per quattro falli — porta la sua firma, visto che da solo è riuscito a battere i Rockets 10-8 dando ai suoi un cuscinetto di 7 punti che si è poi rivelato vitale nel finale di gara. "È stato meraviglioso” lo ha incensato Curry, che nelle ultime partite ha accettato di avere un ruolo di secondo piano rispetto al compagno. "Capisce di cosa abbiamo bisogno e quando ne abbiamo bisogno, e sta giocando con una fiducia incredibile. L’ha sempre avuta, ma nelle ultime cinque partite sembra averla portata ad un livello superiore". Lui, dal canto suo, cerca di volare basso, specialmente quando gli viene riportata la frase su Jordan del suo allenatore: "Cerco di non paragonarmi a nessuno. Ogni fermata del viaggio è stata fatta apposta per quel momento. Ho imparato molto come giocatore fino a questo punto, e sento che ho cominciato a capire tutto quello che succede sui due lati del campo. Non guardo ai punti o ai tiri che mi prendo, ma provo a concentrarmi su ogni possesso". Se questa è la formula vincente, per il resto della NBA sono davvero guai.

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