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15 maggio 2019

Playoff NBA: Steph Curry, le triple e la difesa dei Blazers che non ha funzionato

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Nessun raddoppio, nessuno in aiuto e basta un semplice blocco per liberare metri di spazio di fronte al n°30 degli Warriors: così sono arrivate nove triple, di cui sette non contestate, firmate da Curry - una resa incondizionata contro Golden State

CURRY E GLI WARRIORS SPAZZANO VIA I BLAZERS IN GARA-1

Il raddoppio su di lui non è mai arrivato. Steph Curry ha ringraziato della concessione, preso ritmo dall’arco e giocato una super partita contro cui Portland non è riuscita a opporre resistenza. Alla sirena finale sono 36 punti e soprattutto nove triple (record personale ai playoff eguagliato): quelle che danno la scossa alla Oracle Arena, che permettono a Golden State di trovare energia e forza per distruggere qualsiasi avversario. Quelle che non dovresti mai concedere e a cui i Blazers hanno colpevolmente prestato il fianco. La questione sul tavolo nel post-partita è proprio questa: perché Portland non ha seguito l’esempio dei Rockets, raddoppiando Curry in ogni angolo del campo (considerando soprattutto l’assenza di Kevin Durant e un pericolo in meno con cui doversela vedere)? “Non ricordo bene – risponde Terry Stotts tra l’ironico e lo stizzito in conferenza stampa – quando Curry ha segnato 33 punti nel secondo tempo, Houston lo stava raddoppiando?”, facendo riferimento alla prestazione in gara-6 di semifinale del n°30 Warriors. “Erano sempre almeno in due? E nonostante questo ha realizzato 33 punti in metà partita? Ok, ragionerà su questa ipotesi per il futuro”. Battute a parte, l’obiettivo primario della difesa Blazers doveva essere quello di limitare Curry e il progetto è miseramente fallito: anche lasciando da parte l’idea del raddoppio, resta il fatto che la marcatura su di lui è spesso colpevolmente saltata. Sette delle nove triple messe a segno da Steph (su 15 tentati, per un mostruoso 60% dalla lunga distanza) sono arrivate da tiri non contestati. Va bene tutto, tranne lasciarlo libero di concludere: “Questo è sintomo di cattiva esecuzione difensiva – conferma Damian Lillard – i nostri lunghi sono rimasti troppo dentro l’area a protezione del ferro. Non stiamo giocando contro una squadra che vuole tirare dal midrange: se vedono l’opportunità di concludere dall’arco, non se lo fanno ripetere due volte. Tiri con enorme spazio ottenuti dopo aver portato dei blocchi solidi: ne bastava uno per loro era come prendere dei tiri in allenamento. Questo è il modo peggiore per affrontare Golden State, se si vuole avere una singola possibilità di successo”.

Mamma Curry esulta per Steph con la maglia di Seth

Una pioggia di triple che ha fatto urlare di gioia anche mamma Sonya sugli spalti, per la prima volta durante una sfida playoff divisa nel tifo per entrambi i suoi figli: Steph da una parte dominante con tutto il pubblico della Oracle Arena a supportarlo, e Seth dall’altra – in affanno e autore di soli tre punti con 1/7 al tiro (anche per lui un bersaglio arrivato dall’arco). A ogni canestro del n°30 Warriors però, la moglie di Dell non ha lesinato celebrazioni e feste, notata anche da Steph sul parquet: “Ho chiesto a mia madre prima della palla a due: quindi? Da che parte stai? Ogni volta che segnavo mi giravo verso di lei e la vedevo saltare in piedi a battere le mani. Solo che lo faceva mentre indossava una maglia di Portland: è stato davvero molto strano”. Per lui tutto è andato nel migliore dei modi, mentre dall’altra parte Portland si è scontrata da subito contro la difficoltà di una serie in salita. A fine primo tempo i Blazers avevano messo a referto 14 canestri complessivi di squadra, a fronte di 13 palle perse, concludendo quei 24 minuti con 26 disastrosi secondi – un microcosmo che racconta l’andamento dell’andamento dell’intera sfida. Curry che per due volte in fila sfrutta in punta il blocco di Kevon Looney e girando attorno al proprio compagno a spazio e tempo per guardare il canestro e tirare da tre punti. Nel mezzo, una palla persa Portland. Ventisei secondi che pesano come un macigno sulle spalle dei Blazers, che nel secondo tempo non riescono a scrollarsi quel carico di dosso e sono andati incontro al loro inesorabile destino.

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