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Mercato NBA, i soliti New York Knicks: delusi e deludenti

NBA

Avevano rinunciato a Porzingis per dare l'assalto a Kevin Durant e a un altro giocatore da massimo contrattuale: non è arrivato il primo, non è arrivato neppure il secondo. Sei firme in poche ore (e la scelta di RJ Barrett) non sembrano abbastanza

TUTTE LE FIRME DEI FREE AGENT 2019

FREE AGENCY: LE DUE FACCE DI NEW YORK

Avevano preparato un tesoro da 72 milioni di dollari, convinti – finalmente – che l’estate 2019 sarebbe stata la loro estate. Per farlo avevano sacrificato anche la loro superstar già a roster, Kristaps Porzingis, che deve ancora compiere 24 anni e che ora sarà chiamato a sbocciare definitivamente con un’altra canotta indosso, quella dei New York Knicks. Per arrivare a Kevin Durant aveva senso sacrificare anche Porzingis – questa l’idea della dirigenza, James Dolan in testa (il discusso proprietario), il presidente Steve Mills e il gm Scott Perry – a maggior ragione se insieme a KD nella Grande Mela fosse arrivata un’altra superstar, magari Kyrie Irving. E Durant e Irving hanno davvero scelto New York, ma non i Knicks, firmando invece per i Brooklyn Nets, di colpo la squadra n°1 in città. Con il risultato che – trascorse 24 ore dall’inizio della free agency – i Nets venivano celebrati come trionfatori mentre i Knicks, fermi al palo, dileggiati da tutti per l’ennesima volta. Altre 24 ore e – in maniera quasi ironica – la dirigenza bluarancio si è scatenata, “quando i buoi però sono già scappati dalla stalla”, hanno detto in tanti. Sei firme quasi consecutive, quella di Julius Randle per prima (la più importante, 63 milioni per 3 anni) seguita poi da quella di altre due ali (Taj Gibson, 20 milioni per 2 anni, e Bobby Portis, 31 per 2 anni) e di tre esterni, Reggie Bullock (21 milioni per 2 anni), Wayne Ellington e Elfrid Payton (entrambi titolari di un biennale a 16 milioni l’uno). Ed ecco così che senza arrivare a Durant (e a Irving) e senza assicurarsi una vera e propria superstar (anzi, neppure un All-Star) i 72 milioni di dollari del tesoro iniziale sono scomparsi dalle casse dei Knicks: nel salary cap della squadra per la stagione 2019-20 Randle impegnerà 20 milioni di dollari, Portis 15, Bullock e Gibson 10 a testa, 7 milioni e 800 mila dollari andranno invece sia a Payton che a Ellington (il totale preciso fa 70.4 milioni di dollari, dei 72 a disposizione).

Il fiasco Durant

Steve Mills, il presidente della franchigia, fa sapere che questo è il modo in cui tutte le franchigie operano sul mercato: si dividono gli obiettivi in fasce di preferenza, si punta a quelli del primo gruppo e poi – se l’assalto fallisce – si procede con quelli di seconda e terza fascia. Vero, come vera anche l’implicita ammissione che i Knicks hanno – per l’ennesima volta – fallito nell’attrarre i loro primi obiettivi (era successo anche con LeBron James nel 2010, ad esempio). Il fallimento che brucia di più è quello di Durant, perché il suo business manager, Rich Kleiman, è un newyorchese che da sempre sanguina bluarancio, perché il giocatore aveva fatto sapere di gradire la città e perché i Knicks sembravano intenzionati a far di tutto per portarlo in città. Invece no: secondo quanto riportato da ESPN, Mills e Perry non erano convinti dello stato di salute del giocatore post infortunio al tendine d’Achille, e quindi restii a offrirgli il massimo salariale, soluzione invece data per scontata dalle altre 29 franchigie NBA, Warriors inclusi (per cui il massimo contrattuale sarebbe costato addirittura 221 milioni di dollari). Che le voci sull’eccessiva cautela dei Knicks verso Durant siano vere o meno, resta il fatto che il giocatore ha sì scelto New York ma sponda Nets, dimostrando così il fascino sempre meno forte di giocare (da padroni di casa e non da ospiti) al Madison Square Garden. “Il clima è tossico”, fa sapere un ex di peso come Charles Oakley, eterna bandiera dei Knicks che – non a caso – ha avuto parecchi problemi con la proprietà di James Dolan. “Non a caso” perché i problemi – e la gestione degli stessi – ha lasciato a desiderare già in passato, con la denuncia di molestie sessuali di una dirigente, Anucha Browne Sanders, nel 2007 (causa vinta e poi chiusa dalla società con un pagamento di 11.5 milioni di dollari), piuttosto che ancora più recentemente con la gestione del caso Porzingis, prima offerto pubblicamente sul mercato ai tempi di Phil Jackson e poi con il tentativo di screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica per giustificare in qualche modo la scelta di non trattenerlo in città.

Il miraggio di un futuro che non arriva

Quello che sembra sfuggire a Dolan e ai Knicks è che la franchigia – nonostante l’eterno primo posto per valore assoluto nelle classifiche di Forbes, nonostante il fascino della città che non dorme mai – non vince un titolo dal 1973, un digiuno lungo 46 anni che ha evidentemente eroso molto del fascino dei colori bluarancio. Proprietà e front office continuano a vendere un ruolo da protagonisti sul mercato NBA che ormai non c’è più e l’idea sembra essere ancora questa anche dopo la free agency 2019: con l’eccezione di Randle (tutti garantiti i tre anni del suo contratto), i secondi anni degli accordi con gli altri 5 giocatori acquistati recentemente prevedono tutti a una team option: i Knicks cioè si mantengono la libertà di liberare in prospettiva più di 52 milioni di dollari già nell’estate del 2020, per poi comunque vedere andare a scadenza naturale i 5 contratti in quella del 2021, non a caso quando Giannis Antetokounmpo diventerà free agent. Il sogno ha risposto al nome di LeBron James nel 2010, di Kevin Durant nel 2019 e probabilmente risponderà a quello di Antetokounmpo nel 2021: i precedenti storici, però, non lasciano tranquilli i tifosi della Grande Mela. 

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