NBA, Kevin Durant: "A volte odio il circo attorno alla lega. E a OKC non tornerò mai"

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C'è tanta amarezza nelle parole del giocatore dei Brooklyn Nets, che mette nel mirino i Thunder ("Le apparenze di facciata sono tutte false") ma non risparmia neppure gli Warriors ("Sulla Bay Area non mi sono mai sentito così bene come avrei dovuto")

IL CAPRICCIO DI DURANT DANNEGGIA GOLDEN STATE

Alle prese con un recupero dall’infortunio lento e sicuramente complicato, ma allo stesso tempo rassicurato da un nuovo contratto per 4 anni e 164 milioni di dollari firmato in estate con i Brooklyn Nets, Kevin Durant è atteso a un’annata di transizione, interlocutoria, nella quale difficilmente vedrà il campo – e difficilmente quindi potrà fare la cosa che ama di più fare: giocare a pallacanestro. Perché il resto di quello che gira attorno al mestiere di giocatore professionista nella NBA non ha sempre entusiasmato l’ex giocatore di Thunder e Warriors e l’ultima intervista al Wall Street Journal non fa che confermarlo. “Ci sono giorni in cui odio il circo attorno alla NBA”, sono le parole di Durant. “Ci sono giorni in cui odio come i giocatori permettano che i soldi e tutto il business che gira attorno alla lega vada a influire sul loro amore per il gioco. Ci sono volte in cui proprio non mi va di avere a che fare con i dirigenti, con il front office e con i loro giochetti politici. Lo odio”. Non è l’unica cosa che non va tanto giù a Kevin Durant, che ne ha anche per la sua prima squadra, gli Oklahoma City Thunder, e soprattutto per come certa gente lo ha trattato al suo ritorno. “Le persone che sono venute a casa mia, a vandalizzare con gli spray i cartelli con cui mettevo in vendita la casa; quelli che si sono fatti riprendere mentre bruciavano la mia maglia e mi insultavano in ogni modo; l’atmosfera carica di veleno quando sono tornato a giocare a OKC in maglia Wariors: trainer o magazzinieri che non mi parlavano, che ce l’avevano con me. Per che cosa? Perché ho scelto di giocare per un’altra squadra? Siamo davvero arrivati a questo punto?”. È questo, dice Durant, il motivo per cui “non voglio più avere niente a che fare con Oklahoma City. Volevo tornare in città, continuare ad aiutare la comunità ma ora non mi fido più di nessuno, lì. Tutto quello che fanno vedere di facciata è qualcosa di falso: non ho più parlato con nessuno del front office da quando me ne sono andato, neppure con il GM [Sam Presti]”. L’amarezza verso la sua prima squadra si estende in qualche modo anche agli Warriors, l’ultima sua destinazione conosciuta: “Non sono tornato sulla Bay Area dopo gara-5 delle finali, e non intendo farlo”, fa sapere, raccontando anche di come abbia affidato il suo trasloco a terzi senza occuparsene in prima persona. “Ho avuto la sensazione netta che il mio periodo lì fosse finito. Non mi sono mai sentito così bene come credo avrei dovuto sentirmi”. È un Durant che – non per la prima volta – sembra risparmiare dalla sua amarezza solo il gioco della pallacanestro, l’unica cosa in un certo senso per lui sacra: “Senza la pallacanestro non avrei fatto un granché al mondo. Mi ha permesso di vedere cose e luoghi che tutte le persone che sono cresciute con me non hanno potuto vedere”.

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