NBA, Kerr replica a Trump: "Il circo continua, la Casa Bianca mai così in basso: è triste"

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Dopo l’attacco diretto da parte del presidente USA, l’allenatore degli Warriors ha commentato ricordando il suo passato e quello della sua famiglia: “Reagan 35 anni fa ci ringraziò per il servizio reso alla nazione da mio padre, sono stato soltanto il bersaglio di un giorno. Domani Trump ne troverà un altro”

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Non si ferma la polemica scatenata dal tweet di Daryl Morey a favore delle proteste contro la Cina da parte di Hong Kong. L’ultimo episodio di una serie ormai lunghissima di smentite, commenti e divieti è stata l’attesa replica da parte di Steve Kerr alle dure parole di Donald Trump nei suoi confronti. “Sembra un bambino che piagnucola”, la battuta del presidente USA nelle scorse ore in riferimento alla risposta dell’allenatore Warriors sulla questione cinese - colpevole a detta sua di non avere peli sulla lingua quando si tratta di puntare il dito contro la Casa Bianca. “Sono rimasto profondamente sorpreso - spiega Kerr prima della palla a due della gara vinta contro Minnesota - ma soltanto perché sono stato coinvolto in prima persona. Poi ti fermi a pensare e ti rendi conto che in realtà succede ogni giorno. È soltanto l’ultimo episodio di una lunga serie. Ieri ero soltanto il suo ennesimo bersaglio, ce n’è un altro oggi e ne troverà uno nuovo domani. Così il circo può andare avanti: è strano, ma è ciò che sta accadendo”. Una situazione definita “surreale” dall’allenatore Warriors, dalla storia personale particolare e a lungo legata alla presidenza USA dopo la morte del papà ambasciatore in Libano: “Ho riflettuto anche sulle diverse visite che ho fatto alla Casa Bianca nella mia vita. Ho vissuto da privilegiato, lo so, e ho conosciuto personalmente gli ultimi cinque presidenti USA prima di Trump. La prima volta è stato nel 1984, c’era Ronald Reagan a Washington. Lui invitò me e mia madre sei mesi dopo l’attacco terroristico che aveva ucciso mio padre Malcolm. Reagan e il vice presidente George H. W. Bush ci fecero accomodare nello Studio Ovale, parlando per mezz’ora con noi e ringraziandoci per il servizio reso alla nazione da mio padre. Grati per l’impegno dimostrato nel promuovere i valori americani e la pace nel Medio Oriente . Di fronte a questo, l’unica cosa che ho potuto constatare è il contrasto rispetto a quello che accadeva 35 anni fa. All’epoca non c’era pregiudizio rispetto alle opinioni politiche dell’interlocutore. La questione era: tu sei americano, lavori per lo Stato e questo merita dignità e rispetto. Sia da parte delle persone che al di fuori che soprattutto da quelle dentro le istituzioni. È molto triste constatare come le cose siano andate allo sfascio”.

Kerr: “Continuerò a portare avanti le mie battaglie, è un mio diritto”

Le parole di Trump però non porteranno certo a un cambio di registro da parte dell’allenatore dei Warriors, da sempre in prima fila in numerose battaglie: “Come ho già spiegato ieri, parlo ed espongo la mia opinione soltanto sulle questioni in cui mi sento a mio agio. Gli argomenti che padroneggio al meglio. Ho spesso detto la mia rispetto al controllo da applicare sulla vendita delle armi ad esempio, una delle cose che mi stanno più a cuore. Un aspetto cruciale per il nostro futuro. Ci ritroviamo a commentare eccidi di massa praticamente ogni giorno: personalmente sono in contatto con diverse associazioni che combattono per regolarizzare la vendita di armi. E non smetterò certo di parlarne dopo questo spiacevole episodio. È un mio diritto, questa è la ragione per cui sono orgoglioso di essere americano e amo la nostra nazione". Kerr inoltre comprende il punto di vista di chi si aspettava una presa di posizione da parte sua e degli Warriors nei confronti della Cina, ma sottolinea come l’aspetto conoscitivo resti fondamentale. Bisogna approfondire prima di esprimere un’opinione: “Gli stessi che mi chiedono di pensare solo allo sport sono quelli che poi pretendono che allarghi i miei orizzonti. Ma se parlo del controllo delle armi è perché spero che nessun americano sia costretto a piangere la morte di un proprio congiunto a seguito di un evento violento, come accaduto alla mia famiglia nel caso di mio padre. È qualcosa che mi tocca nel profondo, che ho approfondito e al quale sto dedicando la mia vita. Ma non posso parlare di tutto. Penso alla Corea del Nord, non ne conosco i dettagli. Oppure alla situazione in Ucraina, non sono in grado di avere un’opinione strutturata. Fare il giro del mondo a parole a caccia di questioni spinose è ridicolo. Siamo fortunati a vivere in un posto in cui è permesso parlare liberamente e io continuerò a esercitare questo mio diritto. Ma la libertà sta anche nel restare in silenzio quando non ci si sente a proprio agio con un argomento”. Caso chiuso quindi, forse, in attesa che qualcosa cambi anche a Washington: “Mi rendo conto però che i buoi sono scappati dalla stalla ormai da molto tempo. A livello personale questa esperienza mi ha fatto capire quanto siamo arrivati in basso. La mia speranza è che in futuro si possano trovare delle figure in entrambi gli schieramenti politici in grado di unificare e restituire un po’ di dignità alla figura che occupa lo Studio Ovale. Spero che le cose prendano questa direzione”.

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