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NBA, Steve Javie, l'ex arbitro temuto da tutti, oggi fa il diacono e predica in chiesa

NBA

"Sports Illustrated" lo aveva definito "l'enfant terrible dei fischietti NBA con l'attitudine di un secondino del carcere". Oggi, dopo 25 anni di carriera sui parquet NBA e oltre 1.500 partite arbitrate, Steve Javie è il diacono di una parrocchia fuori Philadelphia 

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“Per 15 anni ho arbitrato le finali NBA [23 partite con in palio il titolo, ndr], ho diretto delle gare-7 decisive ma niente può essere paragonato a questo: è una sensazione che non riesco a descrivere”. A parlare è Steve Javie, ex arbitro NBA, uno dei fischietti più conosciuti di sempre, e quando dice “questo” fa riferimento alla sua nuova carriera, oggi che — 65enne — è diventato diacono di una parrocchia fuori Philadelphia, in Pennsylvania. L’arbitro che in carriera ha diretto più di 1.500 partite, che Sports Illustrated ha descritto come “l’enfant terrible dei fischietti NBA, con un’attitudine da secondino di un carcere”, l’uomo che in carriera è stato capace di espellere la mascotte degli Washington Bullets una volta e il commentatore tv dei Portland Trail Blazers un’altra (ma che si è anche ritrovato a fuggire dall'inseguimento di un Phil Jackson infuriato, ai tempi degli Albany Patrons e della CBA, la Continental Basketball Association), oggi ogni domenica indossa una tunica e tiene la propria omelia alla St. Andrew’s Roman Catholic Church a Newtown. “È una chiamata, una vocazione, qualcosa che non era mai stata una mia aspirazione”. La vocazione, inizialmente, sembrava proprio essere quella di avere un fischietto in bocca, come suo padre (arbitro nella NFL) e il suo padrino (nel baseball): un quarto di secolo sui parquet NBA lo avevano effettivamente incoronato come uno degli arbitri migliori, ma anche uno di quelli più temuti dai giocatori, intimoriti dalla facilità con cui Javie dispensava falli tecnici. Per questo, oggi, vederlo indossare una tunica religiosa e dispensare suggerimenti spirituali alla sua comunità non può non fare un certo effetto: “Oggi la gente ha paura di ciò che può succedere — predica Javie dall’altare, in tempi di coronavirus — per cui è fondamentale dare speranza. È questo il momento migliore per credere in Dio”.

In chiesa per far colpo sulla futura moglie

Javie si è ritirato dai parquet NBA nel 2011, costretto a dire addio da due ginocchia ormai ridotte ai minimi termini. Dal 2012 — oltre che apparire in tv durante le telecronache NBA come consulente arbitrale dal Replay Center — ha iniziato un lungo percorso spirituale che lo ha visto ottenere un master in teologia e frequentare seminari di filosofia e arte oratoria fino all’ordinamento a diacono, avvenuto lo scorso 8 giugno. Jamie però ricorda in maniera divertita il suo primo avvicinamento alla religione: “Ho incontrato la mia futura moglie, Mary Ellen, in aeroporto: io da arbitro viaggiavo sempre, lei lavorava per US Airways. Ho scoperto la sua fede religiosa e allora per far colpo su di lei per il nostro secondo appuntamento le ho proposto di vederci in chiesa: un’ora di messa mi faceva guadagnare il diritto a passare tutto il pomeriggio assieme, mi sembrava un buon compromesso”. Ma quelle ore trascorse con Mary Ellen in chiesa hanno portato a una riflessione profonda da parte di Javie, che ha finito per condizionare il suo comportamento anche da arbitro NBA: “Molti dei miei colleghi si lasciavano tentare da un certo stile di vita, favorito dal fatto di essere sempre in giro per alberghi. Per loro - conclude oggi Javie - ho provato a essere una sorta di mentore, un esempio in campo ma anche nella vita di tutti i giorni”.

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