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NBA, la vera storia di LaBradford Smith e di quelle parole (mai) dette a Michael Jordan

NBA

In gergo NBA si chiama "home-and-away", quando due squadre si incontrano una sera sul campo di una e la sera immediatamente successiva sul parquet dell'altra. Come accadde a Chicago Bulls e Washington Bullets nel marzo 1993. Una doppia sfida che lascia ai posteri una delle fotografie più belle di quel lato di Michael Jordan che John Bach, assistente ai Bulls, definiva "da assassino"

Oggi LaBradford Smith — 51 anni compiuti da poco — si definisce un “venditore di grande esperienza”, il cui passato come atleta professionista gli ha insegnato che “auto-disciplina, focus, leadership e capacità di esecuzione portano a grandi risultati”. Quei grandi risultati per la sua azienda attuale — di cui è dirigente per lo sviluppo del business — vogliono dire consegnare da un luogo all’altro degli Stati Uniti qualsiasi genere di prodotto, per rendere la logistica di tali trasporti la più efficace e affidabile possibile. Ma LaBradford Smith una volta è stato un giocatore di basket, scelto al primo giro con la chiamata n°19 al Draft 1991 dagli (allora) Washington Bullets, in uscita da Louisville University. Al college era conosciuto per il suo gioco di finezza, buona capacità di trovare i propri compagni con l’assist (all-time leader per i Cardinals al momento della laurea) ma anche il fondo della retina, con quasi 17 punti di media nel suo anno da senior. Prima ancora però, in Texas, la sfida maggiore per lui (sesto di sei fra sorelle e fratelli) era vincere la competizione in famiglia, ad esempio quella di sua sorella Annette, due volte nazionale USA e campionessa NCAA a Texas nel 1986 dopo una stagione chiusa con un record di 34-0. Non facile, per niente, ma LaBradford Smith dalle battaglie in casa e poi da quelle della Metro Conference (due volte giocatore dell’anno nelle sue ultime due stagioni) è uscito pronto per diventare un giocatore di basket professionistico. Uno che — il 19 marzo 1993 — riuscì a dominare perfino Michael Jordan sul parquet del vecchio Chicago Stadium.

“Nice game, Mike”

La partita è quella che rende ancora oggi Smith, a 27 anni di distanza, un nome noto nella NBA. Non tanto per quella serata da 15/20 al tiro e un perfetto 7/7 dalla lunetta che dipingono il 37 alla casella punti del suo tabellino, serata indimenticabile per un giocatore alla sua prima partenza in quintetto. Più che altro per quello che (non) disse uscendo dal campo, incrociando Michael Jordan (autore di 25 punti ma con solo 9/27 al tiro in una gara comunque vinta dai Bulls). “Nice game, Mike”, fatto seguire da un pacca di beffardi complimenti sul di dietro. A Michael Jordan. Negli spogliatoi un giornalista di Washington prova a cavalcare l’impensabile matchup emerso in serata e - notando che le due squadre si sarebbero incontrato nuovamente a sole 24 ore di distanza questa volta nella Capitale - chiede a Jordan se intende vendicarsi di Smith. “Quanti punti ha fatto?”. Ottenuto il numero (37), MJ promette di farne altrettanti la sera dopo.
In un tempo però.
La gara dopo racconta perché Jordan è Jordan, una volta di più. All’intervallo infatti ne ha 36, alla sirena finale chiude con 47, 16/27 dal campo, 13/15 dalla lunetta, anche 8 rimbalzi, 4 assist, 2 recuperi e un’altra vittoria. Un clinic, per insegnare a tutti — ma in particolare a LaBradford Smith, tenuto a 15 punti con 5/12 al tiro — che non si può mancare di rispetto a “Air Jordan”: “LaBradford mi ha insegnato che non bisogna sottovalutare nessuno nella NBA, ma il punto era che mi aveva imbarazzato davanti al mio pubblico”, che così giustifica la lezione impartita al n°22 di Washington.

Fact checking ante-litteram

Solo che Smith — lo scoprì anni più tardi Bryan Burwell, un giornalista di USA Today — quelle tre parole a Michael Jordan uscendo dal campo 24 ore prima non le pronunciò mai, così come mai si azzardò a dargli una pacca consolatoria. “Oh, sì: mi invento spesso delle cose per motivarmi”, dichiara Jordan a Burwell in un pezzo che vede la luce solo quattro anni dopo, durante i playoff del 1997. “Non ricordo che mi abbia mai detto nulla: anzi, sono sicuro che non mi abbia detto nulla”, conclude MJ. Ecco la grandezza unica di Jordan, ecco quello che portava uno degli assistenti allenatori di quei Bulls, John Bach, a definire il 23 “un assassino”. Non c’era avversario più o meno importante: c’era l’avversario e basta. Da battere, sempre. Non c’era gara più o meno importante: c’era la gara e bata. Da vincere, sempre. LaBradford Smith in tre anni di carriera NBA (e un totale di 183 partite) Michael Jordan lo ha incontrato sei volte. Ha sempre vinto MJ, hanno sempre vinto i Bulls. Jordan — tranne in quell’occasione a Chicago, quel 19 marzo 1993 — ha sempre segnato più di Smith (esattamente un anno prima, 19 marzo 1992, mettendone anche 51 contro i 2 del suo rivale). Ma per scatenare la voglia di vendetta nella testa di “un assassino” basta una volta. Una sola. E una parola di troppo. Anche mai detta.

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