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NBA, Jabbar incorona i Lakers: "LeBron vince ovunque giochi, Anthony Davis mi assomiglia"

esclusiva

Mauro Bevacqua

Dal miglior marcatore nella storia del gioco (che dice la sua sulla possibilità che LeBron James gli strappi il record) arrivano parole di grande ammirazione per i Lakers di oggi. Ma il n°33 gialloviola racconta anche il suo primo viaggio in Italia, appena ventenne, e l'impegno - oggi come ieri - nella lotta per i diritti civili e per l'educazione delle generazioni future attraverso la sua fondazione, che ha un nome molto riconoscibile: "Sky Hook Foundation"

Lo scorso 11 ottobre i Los Angeles Lakers sono tornati sul tetto della NBA, vincendo quel 17° titolo che permette ai gialloviola di mettersi alla pari dei Boston Celtics come squadra più vincente di sempre nella storia della lega. Cinque di quei 17 titoli targati Lakers portano la firma anche di Kareem Abdul-Jabbar, che della lega rimane anche il miglior marcatore di tutti i tempi. Ovvio allora, con un ex Lakers come lui — con tanto di statua all’esterno dello Staples Center e maglia n°33 ritirata all’interno — iniziare una discussione partendo proprio dalla squadra gialloviola, e se LeBron James per certi versi ricorda Magic Johnson, Anthony Davis è stato spesso associato proprio a Jabbar. Che conferma: “Difensivamente Anthony Davis gioca proprio come facevo io”, afferma convinto Kareem Abdul-Jabbar. “È un buon rimbalzista, sa stoppare ed è costantemente attivo in area”. Ma è sul fronte offensivo dove l’uomo famoso per il suo gancio cielo trova invece le differenze più evidenti: “Io non sapevo tirare da fuori — anzi, più che altro non me lo lasciavano fare, per cui non ci ho mai neppure provato. Ho chiuso la mia carriera con 1/13 da tre punti [sorride], mentre a lui è concesso di uscire sul perimetro, anche oltre l’arco da tre. Così facendo quando segna allarga il campo, un’arma in più che permette ai lunghi di aiutare ulteriormente la propria squadra. Anthony Davis sa farlo, e ha tutte le armi necessarie per dominare in quella che è la pallacanestro moderna. Sono convinto che continuerà a farlo a lungo”.

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Se Davis è il giocatore che più ispira paragoni a Jabbar, il leader dei nuovi Lakers è indubbiamente ancora il n°23. Che da parte di “The Captain” gode di ottima stima: “Credo che LeBron abbia sempre giocato ai suoi standard di rendimento ovunque sia andato — portando il titolo sia a Cleveland che a Miami e ora a Los Angeles. Ci riesce grazie alla sua grande leadership, dando l’esempio che gli altri sono chiamati a seguire. Lavora duro in allenamento, e quando è in campo dà tutto, davvero tutto. I suoi compagni sono fortunati a poterci giocare assieme. L’unione con Anthony Davis fa dei Lakers una squadra che può sempre godere di ambizioni da titolo: continueranno a vincere parecchie partite per un bel po’ di tempo”. E se dovesse proprio essere LeBron James — 35.171 punti fin qui segnati in carriera — il giocatore capace di strappare dalle mani di Jabbar il record di miglior realizzatore all-time della lega (38.387 punti segnati in carriera)? “I record sono fatti per essere battuti e io non sarò certo dispiaciuto se e quando LeBron batterà il mio”, la serena risposta del diretto interessato. “È inevitabile che prima o poi accada, ed è comunque durato parecchio: posso tranquillamente sopportare l’idea di perdere il mio primato”.

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Pochi lo sanno ma nel 1967 — appena ventenne, appena terminata la prima delle sue tre stagioni a UCLA — l’allora Lew Alcindor (cambierà il suo nome in Kareem Abdul-Jabbar solo nel 1971) trascorse parte della sua estate in Italia. “Era la mia prima volta in Europa, fu molto interessante”, racconta. “Un paio di ragazzi del mio liceo [la famosa Power Memorial High School di New York, ndr] giocavano a Milano, nella squadra conosciuta come All’Onestà [uno il celebre Joe Isaac, ndr]. Il nostro allenatore liceale, Richard Percudani [ingaggiato come coach dall’All’Onesta Milano proprio per la stagione 1967-68, ndr], mi organizzò una visita e ricordo che da Milano poi andammo anche a St. Moritz, in Svizzera, e quindi a Rimini, sulla costa adriatica. Poter vedere alcune rovine romane e conoscere un po’ di quello che era l’Italia del tempo fu molto istruttivo per me”, ricorda la leggenda gialloviola che dell’Europa ha anche un altro ricordo nitido, stavolta relativo a oltre vent’anni dopo. “Andai al festival del cinema di Cannes nel 1991 [due anni dopo essersi ritirato dalla NBA, ndr] e ricordo che la gente si svegliava nel cuore della notte per guardare i playoff NBA. Le finali erano tra i miei Lakers e Chicago, e la gente mi fermava per dirmi il risultato della serie, perché guardavano le partite in diretta. Ne fui sorpreso, perché sottolineava la popolarità che il basket aveva ottenuto in tutto il mondo, e di quanto fosse cresciuta”.

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Una popolarità che per gli atleti e le celebrità oggi è esplosa anche grazie ai social network, un mondo che Jabbar — nonostante l’età, 73 anni — frequenta attivamente (@kaj33 su Twitter): “I social media danno agli atleti un’opportunità di far sapere al pubblico quello che vogliono dire. Penso sia una gran cosa, uno strumento che i giocatori della mia generazione non hanno avuto. Probabilmente mi sarebbe piaciuto poter utilizzare una piattaforma del genere, perché spesso nel corso della mia carriera sono stato frainteso o mal interpretato — sia involontariamente che intenzionalmente — da giornalisti che non esprimevano davvero il mio pensiero. Spesso non ho avuto la chance di esprimere quello che pensavo con le mie parole, a cui gli altri avrebbero dovuto attenersi”. La dimensione pubblica di Jabbar — e le sue opinioni, spesso illuminanti — gli sono valse nel 2016 la Presidential Medal of Freedom, assegnatagli con una cerimonia alla Casa Bianca dall’allora presidente Barack Obama. Jabbar è sempre stato, fin dai suoi giorni da giocatore, un uomo molto attento al temi dei diritti civili e dell’eguaglianza razziale — temi che purtroppo sono ancora molto attuali: “La violenza contro gli afroamericani — disarmati — ha fatto parte della vita americana per moltissimo tempo. Bisogna fare qualcosa”, l’urgente appello della leggenda NBA. “Quello che è successo a George Floyd non ha fatto che sottolineare in tutto il mondo quanto la violenza da parte della polizia sia inaccettabile. Si è assistito a un cambiamento nella consapevolezza della gente e nel desiderio di trovare una soluzione: spero solo che — passato l’impatto emotivo — si continui a fare ciò che è giusto per trovare il modo di risolvere questo problema”.

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Oggi l’impegno sociale di Kareem Abdul-Jabbar trova l’applicazione più pratica nel lavoro della sua Sky Hook Foundation, “una fondazione a cui ho dato vita per aiutare i ragazzi ad avere le idee più chiare su come utilizzare le opportunità educative che possono avere. L’idea di base è che lo stare attenti in classe oggi ti può far diventare un ingegnere domani. Per questo scienza, tecnologia, ingegneria, matematica sono tutti campi che oggi possono permettere a un ragazzo di ottenere un buon lavoro e vivere una vita decente. Cerchiamo di promuovere l’educazione e aiutare i ragazzi a capire dove si trovano le migliori opportunità per il loro futuro in questo ventunesimo secolo — e per farlo lavoriamo a stretto contatto con il distretto scolastico di Los Angeles, dove vivo e mi do da fare”. E dove - soltanto diversamente da come faceva sui parquet più di 30 anni fa - non ha ancora smesso di fare la differenza

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