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NBA, cosa vuol dire essere leader: Kareem Abdul-Jabbar scrive un discorso per Trump

NBA

Nell'ultimo editoriale affidato alle pagine del quotidiano inglese "The Guardian", la leggenda NBA accetta i panni del ghostwriter e scrive il discorso che da cittadino USA vorrebbe sentir pronunciato dal suo presidente. Ma per farlo, avverte, ci vuole "grandezza". "C'è bisogno di un uomo di stato, non di un... Trump"  

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Kareem Abdul-Jabbar — o ancora prima Lew Alcindor, quand’era a UCLA allenato da John Wooden — ha di certo sentito con le proprie orecchie tanti, eccellenti discorsi motivazionali. Nello sport sono un classico, a volte anche un po’ abusato (soprattutto nei film sportivi) ma parte della bravura di un coach, o di un leader, è anche quella di saper dire le cose giuste, nel modo giusto, al momento giusto. Quello che dovrebbe fare oggi — nel mezzo di una tremenda pandemia — il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. “Non perché vuole essere rieletto — dice l’ex centro di Bucks e Lakers — ma perché noi, come americani, abbiamo bisogno di essere ispirati a fare la cosa giusta, non per noi ma per il nostro Paese. Dovrebbe affrontare le questioni più pressanti, metter fine agli scontri politici, darci un piano per il futuro e trasmettere a ogni cittadino la fiducia che il governo sta facendo di tutto per proteggere la nostra salute”. Solo che la leggenda NBA nutre — e non da oggi — poca fiducia nelle capacità dell’attuale inquilino della Casa Bianca, e non fa nulla per nasconderlo: “Abbiamo bisogno di un discorso di un uomo di stato — e non di un… Trump”. Per questo Jabbar sceglie di indossare per una volta i panni del ghostwriter e — per il quotidiano inglese “The Guardian”, con cui collabora abitualmente — verga il discorso che vorrebbe sentire pronunciato dal presidente USA.

Le parti salienti del discorso pensato (e scritto) per Trump

Il discorso di Jabbar inizia riconoscendo che già in passato l’America ha dovuto fronteggiare nemici —interni o esterni — determinati a distruggere quegli ideali di libertà che l’America stessa incarna. “Covid-19 — dice Jabbar — non vuole distruggere gli Stati Uniti, ma se non stiamo attenti rischia di riuscirci”. Per questo cita Hernest Hemingway, ricordando come “sotto pressione il coraggio diviene grazia”: “Questo atteggiamento deve iniziare dalle persone alla guida del governo, che per prima cosa deve ammettere gli errori commessi: la mia amministrazione non ha agito con prontezza nel riconoscere la minaccia che il Covid-19 comportava. Da lì — accusa Jabbar — un effetto domino per cui gli Stati Uniti sono sempre stati in ritardo. Niente scuse, perché nessuna scusa è accettabile”, scrive in maniera molto dura. E poi continua: “Il virus ha peggiorato condizioni di disparità economiche e razziali già inaccettabili in precedenza”, sostiene il miglior marcatore tutti-i-tempi della NBA, concentrandosi sui tassi di mortalità altissimi nelle comunità di colore e sull’impossibilità per molti di esercitare il proprio diritto democratico al voto durante la pandemia. “Farò di tutto per cambiare tutto questo — dovrebbe affermare Trump — perché l’unica missione della mia amministrazione è quella di assicurare ai cittadini la salute proteggendo allo stesso tempo l’economia del Paese”. Jabbar  — tramite le parole messe in bocca al presidente — riconosce la pandemia attuale come “la sfida più dura che il nostro Paese ha dovuto affrontare negli ultimi decenni”: ci si deve affidare “ai dati e alle statistiche” per decidere se, come e quando riaprire determinate attività, ma soprattutto occorre fare della lotta al Covid-19 la lotta numero uno.

"Niente campagna elettorale: giudicatemi dalle mie azioni"

E si arriva così alla conclusione — se si vuole a effetto — del testo preparato da Jabbar per il presidente degli Stati Uniti d’America: “Per assicurare che il mio focus resti unicamente su questo compito, non parteciperò a nessun evento di campagna elettorale per la presidenza 2020. Resterò uno dei candidati, ma saranno le mie azioni a essere la mia campagna elettorale. Il modo in cui mi comporterò come vostro leader nei prossimi mesi parlerà per me”. Per fare un discorso del genere — ammette però Jabbar prima di chiudere — “ci vuole qualcuno che ami il suo Paese più della sua carriera. Ci vuole — riassume tutto in una parola — grandezza”. E con questo (chiamatelo assist) “Mr. Gancio Cielo” passa la palla a Donald Trump.

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